#1 Venti, metamorfosi, fiati, archi per i solisti della Mozart

Nei giorni di festa Bologna assume una conformazione diversa. Perde la freneticità degli studenti che inseguono le lezioni da una sede all’altra dell’università, dei genitori che accompagnano i figli a scuola e poi corrono a lavoro. Da brulicante formicaio torna in veste di città (finto)medioevale.

Ma Bologna rimane viva con le numerose attività culturali e formative che propone. Una di queste è stato il Festival dell’Orchestra Mozart dell’Accademia Filarmonica, che nella sua seconda edizione, ha organizzato tre giornate, dal 26 al 28 aprile, di concerti e laboratori di musica classica.

Anche noi di Chorus, studenti fuori sede, siamo ritornati in queste vacanze pasquali nei nostri nidi natali, dislocati in tutta Italia. E proprio per questo siamo riusciti a partecipare a questo evento solo dalla seconda giornata.

La platea del teatro Manzoni, gremita di bolognesi e aficionados dell’Accademia, viene sottoposta a una prova di ascolto attento con un programma cameristico dinamico.

foto di Marco Caselli Nirmal

Si comincia con Scrivo in Vento per flauto solo, opera del 1991 del compositore newyorkese Elliott Carter. Ispirata al sonetto 177 di Petrarca, letto dal flautista Mattia Petrilli prima dell’esecuzione, questa composizione affianca idee musicali contrastanti per rappresentare la natura del sonetto, con salti di ottava improvvisi e continui cambi di articolazione e di dinamica di difficile esecuzione tecnica. La prima prova, la più difficile dal punto di vista dell’ascolto è stata superata con successo. Il pubblico applaude soddisfatto.

Si cambia totalmente atmosfera con il Sestetto per fiati in mi bemolle maggiore op. 71 di Ludwig van Beethoven. Scritto in una notte, quest’opera abbonda di idee nuove. La scelta dell’organico di soli fiati intriga l’ascoltatore con il suo impasto timbrico caldo e viene valorizzato dalla coesione e dall’intesa sonora degli interpreti.

foto di Marco Caselli Nirmal

La seconda parte del concerto prosegue con un’altra opera del Novecento le Sei metamorfosi da Ovidio per oboe solo op. 49 di Benjamin Britten del 1951. La suite si ispira a sei episodi delle metamorfosi ovidiane, tutti un carattere diverso ma accomunati dall’aspetto fiabesco. La bravura sia tecnica che interpretativa dell’oboista Lucas Macias Navarro spicca in questa giornata e riesce a portarci per mano guidandoci nelle atmosfere metamorfiche.

Il concerto chiude con un ritorno alla classicità con il Quintetto per archi n. 4 in sol minore K 516 di Wolfgang Amadeus Mozart. Lavoro gemello del Quintetto K 515, rappresenta la punta più matura della ricerca dell’autore per la formazione cameristica con gli archi. La seconda viola, scelta inusuale, connota la predilezione del compositore per le voci intermedie. Il dialogo tra gli strumenti è calibrato, ogni strumento alterna la sua funzione melodica a quella di accompagnamento. La tonalità minore e la scrittura densa e raffinata esaltano le potenzialità espressive e tecniche degli archi. 

La programmazione stimolante fa uscire lo spettatore dalla sala con il sorriso e la voglia di ascoltare e conoscere musica nuova. Per fortuna sua lo attende la terza e ultima giornata del festival.

Martina Stracuzzi

foto di Marco Caselli Nirmal

#2 Un concerto per la polis

Domenica pomeriggio ha avuto luogo l’ultimo concerto dei tre offerti dalla Orchestra Mozart alla città di Bologna, durante un breve armistizio di sole, in una giornata in cui lo spirito invernale ha inscenato un inaspettato e bellicoso rientro. Ma nelle due ore concesse alla musica al chiuso del Teatro Manzoni non si sono affatto rimpiante le lusinghe dell’aria aperta. 

L’orario pomeridiano, l’eccellenza degli interpreti, il programma così deliziosamente retrò spandevano una piacevole sensazione di insolito e di festivo, già tutta domenicale. E se indicando i tre giorni come Festival c’era l’intenzione di rimarcare proprio questo spirito di festa, allora ci si è riusciti pienamente e in più occasioni il pubblico stesso ne ha dato conferma in sala con ovazioni particolarmente cariche di affetto e vero e proprio trasporto.

foto di Marco Caselli Nirmal

Classico che più classico non si può, il programma ruotava sul perno solidissimo del concerto ventiduesimo per pianoforte e orchestra di Mozart, un lavoro colorato dal rosso lavico che il mi bemolle prende in questo autore; in perfetta armonia estetica, ad aprire c’era il fascino suggestivo della Ouverture dal Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn e in chiusura la quinta sinfonia di Schubert, dunque, dei romantici i più viennesi. Sembrava infatti mancare all’appello solo Haydn, l’originale presupposto, che certamente avrà assistito dal retroscena con la compiaciuta coscienza di aver fatto un buon lavoro. A ben vedere il concerto poteva dialogare a distanza e completarsi con il primo della triade, in cui proprio Haydn e l’altro grande assente, Beethoven, avevano avuto la confortante esclusiva della serata.

L’Orchestra Mozart si conferma la compagine più preziosa della città, sia in termini di qualità tecnica che interpretativa. Questo è un dato che chiunque abbia un paio di orecchie funzionanti non può smentire. A questo proposito, temo d’essermi messo nel sacco da solo: una forte infreddatura tormentava il mio udito, ma, giuro, non a tal punto da compromettere l’attendibilità delle mie parole. Parlando seriamente, bisogna premettere che pedigree e “nobili natali” non sono proprio delle trascurabili vanità e domenica ne abbiamo avuto la dimostrazione. È innanzitutto il suono di insieme, così ben connotato e controllato, che subito si presenta e lascia all’ascoltatore quell’agio di rilassatezza, che altrimenti è sempre messo a dura prova da mille preoccupazioni. Naturalmente parliamo di sensazioni, quasi di una psicologia dell’ascolto e, mi rendo ben conto, per di più filtrata dalla mia abitudine personale. Ma ritengo che ci sia una trasmissione più o meno di sicurezza da parte di chi suona, facilmente captabile dall’ascoltatore, al di là di ogni individuale sensibilità.

foto di Marco Caselli Nirmal

Il solista Martin Helmchen ha suonato il concerto di Mozart con intelligenza ed espressione. Anche L’orchestra ha fatto omaggio al suo intestatario smaliziandosi notevolmente rispetto l’inizio mendelssohniano, bello ma forse un po’ incravattato. Helmchen è chiaramente un solista ma non un solitario, ossia preferisce molto di più condividere la gioia della sua posizione predominante redistribuendone ai compagni di strada, piuttosto che instaurando con gli altri strumenti la lotta titanica e olografica del virtuoso; atteggiamento virtuoso in altro senso e che probabilmente gli proviene dalla sua pratica di riconosciuto ottimo camerista. Il pubblico lo ha ricoperto di applausi, pretendendo addirittura di interrompere il naturale flusso della serata con un bis a “bella posta”, naturalmente non concesso.

foto di Marco Caselli Nirmal

Ma il protagonista straordinario è stato Bernard Haitink. L’anziano maestro, già da molti anni di famiglia per la Mozart, ha certamente apportato al concerto un’aura di concentrata importanza. Questo splendido veterano del Novecento fa dono di un buonsenso musicale che forse stiamo perdendo e che, a maggior ragione, acquista commoventi sfumature.  Con piccoli gesti, seppur imbrigliati dalla rigidità impietosa dell’età, il maestro lascia partire da sé delle vibrazioni che si ripercuotano sulla massa dell’orchestra, come secondo prodigiosi principi fisici. Straordinari, poi, gli stacchi di tempo, sempre rispondenti a una verità che non potremmo credere diversa. 

Il pubblico ha richiamato numerosissime volte il maestro sul palco e applaudito gli artisti con una forza, una intensità e una partecipazione affettiva straordinarie, che, senza voler patetizzare eccessivamente, hanno regalato un momento di autentica e sana commozione.

Ci si chiede – alla luce di ciò e del recente burrascoso passato (ma anche di un presente in cui le procelle non sono scongiurate) della Orchestra Mozart – come una occasione d’arte, di sentimento, di vita come questa sia così minimizzata a rade chances. Come non sentire, temere, riverire quella potente emozione nata dagli applausi di una comunità? La miopia e il cinismo con cui chi ha il potere persevera nella sua pubblica apologia della barbarie è divenuto straziante. Una realtà come la Mozart, in qualunque sano modello sociale (in primis cittadino) sarebbe l’orgoglio e, sì anche solo strumentalmente, una delle mani della “polis”: dieci, cento, mille orchestre Mozart, Haitink, Helmchen vorremmo nel nostro quotidiano di cittadini.

Diego Tripodi

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