#1. Una scala a chiocciola pericolante

(prova generale aperta al pubblico, secondo cast)

È sabato 27 aprile, pomeriggio, e si entra in teatro scavalcando un’orda di ragazzi-delle-medie che, devo essere sincero, non fiateranno per tutta la durata dello spettacolo: bravi i giovini che vanno a teatro e ancor più bravi quelli che ci vanno senza fare troppa confusione!

Sono mesi che tento di trovare un biglietto per questa Traviata, l’ultimo dei titoli strappa applausi di questa stagione che sicuramente ricorderemo per le resse al botteghino e per la totale castrazione della musica contemporanea – che vede negli anni ’20 di Turandot un impossibile baluardo di modernità – e alla fine ho trovato un biglietto per una generale. Bene, meglio che non averlo!

L’impressione che questa produzione mi lascia è quella di un problema diffuso: in generale tutta la macchina sembra soffrire allo stesso modo di uno spaccamento tra ciò che esige in maniera decisamente troppo evidente il direttore musicale Renato Palumbo e la regia di Andrea Bernard che ho trovato purtroppo superficiale e cieca alle necessità espressive di una voce cantata (entrate da una scala a chiocciola paurosamente pericolante, corse attraverso un palco che sembra infinito). 

La scena, tutta toni pastello, viene valorizzata dall’idea della casa d’aste del primo atto, dove Violetta è merce, battitore e compratore allo stesso tempo. Peccato vada poi a risolversi brevemente in un noioso catalogo Ikea infarcito faziosamente da pochi pezzi d’arredo degni di nota.

Arida l’idea di rendere Alfredo un bambinone mai cresciuto, scelta che si scontra fortemente con il testo, soprattutto nell’ultimo atto, e che non trova nelle scelte della regia il benché minimo appiglio. Giorgio Germont sembra comportarsi come un tronista da canale 5 più che come il padre potente e oppresso che il ruolo gli imporrebbe.

L’orchestra appare scollata, visibilmente disunita – quasi in maniera problematica nella prima scena – e in generale ingolfata da un direttore che sembra non riuscire a dare fiducia né agli orchestrali né ai solisti in scena. Il coro nel primo atto raggiunge punte di incomprensibilità quasi epiche e i cantanti sembrano evidentemente in affanno, troppo presi, forse, dalla difficoltà di dover gestire una regia e una scena davvero poco funzionali, oltre che la sopracitata pericolosissima scala.

La generale alla fine risulta essere una vera e propria prova, ovvero un momento nel quale si cerca ancora di mettere in ordine le cose per la recita del giorno seguente. 

La volontà tutta contemporanea di voler scavare istericamente nella sfera psicologica dei personaggi facendo finta che la musica sia un accessorio qualunque, un soprammobile da esibire su un comodino Ikea (non mi pagano, giuro) rende lo spettacolo operistico una mal riuscita seduta psicoanalitica di gruppo dalla quale il pubblico non trae nulla, se non la consapevolezza di aver speso male il proprio tempo.

Poi in fondo c’è la musica che per fortuna salva tutto, soprattutto quella carnale e nostra di Verdi che sarebbe stupendo si potesse fruire senza gli ostacoli apparentemente insormontabili di regie campate in aria, direttori stressati, scale a chiocciola e quant’altro.

Bernardo Lo Sterzo

#2. Travi(s)ata 

(note dalla prima)

Fischia il palco, infuria la platea. Saluti alla prima di Traviata, domenica 28 aprile: il direttore Renato Palumbo va a prendere dietro le quinte il maestro del coro, Alberto Malazzi. Qualcuno lo scambia per il regista e subito si accendono sdegnati borbottii, ben presto zittiti una volta che è stato spiegato, al vicino di poltrona, l’equivoco increscioso. C’è nell’aria, comunque, una voglia matta di fischiare, e quando per davvero fa il suo ingresso il regista Andrea Bernard, tronfio nel suo sorriso a 360 denti, nulla gli viene risparmiato. Un boato che nelle pie sale del Bibiena non si sentiva da anni, e che sembra dire: va bene tutto, ma guai a chi ci tocca Alfredo e Violetta!

Già, regia al limite, se non proprio tirata, quella del giovane regista già collaboratore di Michieletto e stasera al suo debutto felsineo. Cifra della sua messinscena una visione che fa della “mercificazionedei sentimenti” la chiave di lettura del blockbuster verdiano. Quello tra Alfredo e Violetta è dunque un amore tutto posticcio, animato soltanto dal desiderio di entrambi di non ritrovarsi soli, di “dimostrare qualcosa a loro stessi e al resto della società in cui vivono” (ipse scripsit). Come se sbucassero da una pagina di Svevo o di Jonathan Coe, come se i loro natali ottocenteschi fossero troppo rétro, come se il loro amore non esistesse. Il cinismo della regia rinsecchisce ogni vena di tenerezza, il perdono finale ai farabutti-redenti Alfredo-Giorgio non può che stridere con quanto finora visto: una casa d’aste, un lussuoso appartamento arredato in stile minimal, Violetta con un tailleurche le dà tutta l’aria della manager brianzola in career

Una regia che se non è spiacevole agli occhi, c’entra ben poco, però, con i temi e gli stimoli realmente presenti della partitura verdiana (talora bellamente calpestata). Non ci lasciano nemmeno il gusto della scena di festa nel secondo atto! Ma d’altronde si capisce: nell’epoca dei vegani e delle becere discussioni sui campi rom, toreri e zingarelle sarebbero stati oltremodo sconvenienti… al loro posto la tauromachia di due aitanti giovanotti a torso nudo mentre fa loro capannello il coro che indossa maschere da wrestler-sadomaso. Come ha indicato Piave in un cartiglio inedito che il nostro regista ha ottenuto da canali che preferisce mantenere segreti.

Ci aspettavamo, come protagonista, la brava Mariangela Sicilia, l’anno scorso Mimì nella Bohème di Mariotti-Vick. Per improvvisa indisposizione non può cantare: la sostituisce la collega del secondo cast, Luisa Tambaro. Ha la voce affaticata (ma non si risparmia il mi bemolle del primo atto!) e spesso l’orchestra la copre. Se la battono meglio Francesco Castoro (Alfredo) e Simone Del Savio (Giorgio Germont), che regalano una performance sentita e densa di espressione. 

La direzione di Palumbo, bacchetta ormai ben affermata per questo repertorio, vive purtroppo di fasi alterne. Da un lato trovate timbriche nuove ed eleganti equilibri; dall’altro certi tempi da farsa rossiniana, tirati e affannosi, fanno uno strano paio con l’indegna messe di esitazioni e puntature che non risparmiano alla scena un procedere talora grottesco. Due volte il coro completamente fuori: gesti affannosi per ricuperarlo, per fortuna tutti salvi!

Ricordava giustamente Piero Mioli, in un articolo uscito qualche giorno fa sulle pagine del Carlino, con quale frequenza il capolavoro verdiano sia stato presentato, negli ultimi anni, sulle scene cittadine. In realtà, se posso aggiungere la mia, fin troppo. Soprattutto se l’ennesima Traviata che ci sciroppiamo è uno spettacolo così: astruso e privo di intensità, troppo corso e modaiolo. Mi si perdonerà – a questo punto – se qui in chiusura mi permetto di dissentire da Violetta morente, ma della traviata, di questa Traviata, non sorrido affatto al desìo.

Giorgio Musolesi

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