IL QUARTETTO PROMETEO E LE QUATTRO VIE DEL MELOS

Che cosa ci fa un melo al DAMSLab il mercoledì sera? Non è una barzelletta, né una conferenza per botanici, ma l’ultimo concerto  organizzato dal centro di promozione teatrale “La Soffitta”, in collaborazione con l’associazione culturale “Il Saggiatore musicale”. Il melos era infatti, nell’antica Grecia, la melodia, il canto,  canto che l’altra sera, esclusivamente per noi, non si è solo sdoppiato, bensì si è quadruplicato, accompagnandoci in un percorso sonoro fluido e molteplice.  Questa volta ha suonato per noi un quartetto d’archi affermato a livello nazionale e internazionale, ospite dei maggiori festival concertistici europei e specializzato nel repertorio contemporaneo: il Quartetto Prometeo, in un concerto intitolato per l’appunto Le quattro vie del melos.

Il programma, piuttosto singolare, si è aperto con l’altrettanto singolare Quartetto per archi op. 3 di Berg, una delle prime opere mature del compositore, edita nel 1910. Completamente atonale e apprezzatissimo sia dal maestro Schönberg, sia dal pubblico del tempo, il brano si compone di due corposi movimenti, Langsam e Mäßige Viertel. Sebbene il sentimento e il coinvolgimento dei quattro musicisti sia evidente, l’esecuzione risulta un po’ troppo omogenea, quando invece, data l’assenza delle strutture armoniche portanti, la composizione dovrebbe coinvolgere e stupire il pubblico grazie all’espressione delle possibilità timbriche degli strumenti e alle figurazioni irregolari, ricche di spostamenti d’accenti e cambi di tempo.

Il concerto continua con i Dodici Microludes per quartetto d’archi op. 13 di Kurtág, composizione risalente al 1978, perciò davvero recente. Qui i Prometeo sono chiamati a eseguire nell’arco di una decina di minuti scarsi (alcuni brani sono talmente brevi che durano meno di un minuto) tutte le possibilità sonore esistenti per gli archi: questi Microludi, infatti, sono estremamente eterogenei tra di loro ed evocano atmosfere completamente contrastanti, facendo leva sui numerosi timbri, anche molto particolari, che si possono ottenere suonando con l’arco nelle diverse zone dello strumento ed esasperando le dinamiche da un pianissimo appena accennato a un fortissimo quasi stridente e fastidioso. Questa raccolta, a differenza del primo brano, risulta molto più convincente: davanti a noi vediamo e sentiamo quattro musicisti che hanno studiato nei minimi dettagli gli effetti timbrici pensati dal compositore e che ce li ripropongono con una concentrazione e una dedizione assolute.

La seconda parte della serata è, inspiegabilmente, dedicata a Schubert, in particolare al suo ultimo, nonché più esteso, Quartetto per archi op. 161, edito postumo nel 1851. Composizione estremamente lunga ed elaborata, quest’ultima, paragonabile a un’opera orchestrale per ricchezza e complessità, si compone di quattro movimenti, legati tra di loro dall’utilizzo costante del tremolo. Altri elementi che la caratterizzano sono sicuramente il continuo alternarsi di tonalità maggiore e minore, anche nell’arco di pochissime battute, e le repentine escursioni dinamiche, evidenti fin dall’incipit del primo movimento. Anche qui, i musicisti sono completamente coinvolti dalla musica che freme per uscire dai loro strumenti, ma non riescono a convincerci completamente, forse per l’eccessiva lunghezza del programma, che probabilmente faticano a sostenere loro stessi, dato che non ci concedono nemmeno un brevissimo bis alla fine.

Nota estremamente positiva della serata è sempre la presentazione e il libretto di sala a cura dei laureandi del DAMS, in particolare Francesca Greppi, Letizia Poli e Stefano Barzon, che ci offrono un excursus conciso e illuminante sui brani eseguiti in concerto. Ci dispiacciamo, invece, dell’affluenza del pubblico davvero scarsa: le prime file sono riempite da qualche professore universitario e da qualche studente di DAMS e Conservatorio, ma il resto dell’auditorium è tristemente vuoto, probabilmente per la difficoltà del programma proposto. Effettivamente non è chiaro l’accostamento tra autori scelto: forse buttarsi a capofitto sul contemporaneo, ma con qualcosa di durata più breve, avrebbe premiato maggiormente i quattro musicisti.

Naturalmente gli appunti fatti in merito all’esecuzione non sono che piccole gocce in un oceano di grande esperienza: Giulio Rovighi (violino), Aldo Campagnari (violino), Danusha Waskiewick (viola) e Francesco Dillon (violoncello), sono quattro concertisti che rimangono eccezionali, al di là delle piccolezze che abbiamo voluto annotare. Vi aspettiamo quindi all’evento successivo, che si terrà il 7 maggio prossimo presso l’Aula Magna di S. Lucia, nella speranza di rimpolpare questo latitante pubblico.

Elena Cazzato

Lascia un commento