Ovvero la trasferta a Napoli del coro del Martini. Dramma semiserio in due giornate e mezzo, libretto ancora tutto da scrivere, musiche da Palestrina all’altro ieri (anzi, “jeri”: vezzo borbonico…).

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Ci eravamo già stati l’anno scorso grazie al generoso patrocinio di un’impresa coinvolta nel restauro del chiostro di Santa Chiara. Ci ritorna quest’anno, col sostegno del Conservatorio e della Fondazione Zucchelli, un altro ristrettissimo gruppo di studenti-cantori. Con loro, il maestro Marco Arlotti all’organo e Paolo Molinari al contrabbasso; dirige il maestro Roberto Parmeggiani, che ha costruito, per questa Dominica Palmarum (vezzo pompeiano?), un programma che non esclude alcuno dei più importanti testi in musica per la Quaresima e il triduo pasquale.

Si apre con la Messa für den Gründonnerstag (per il giovedì santo) di Bruckner, un vero gioiello. Colori in realtà più da Linz-Land che da via Chiaia (vezzo asburgico?), ma porteremo pazienza.

Segue l’Ecce quomodo moritur justus – responsorio del sabato santo – di Ghedini, il troppo dimenticato compositore del secolo scorso che fu allievo di Bossi e dunque maestro di Berio e Abbado.

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Poi indietro nel tempo con altri tre responsori per la settimana santa, stavolta a firma di Scarlatti senior, la quintessenza del Seicento partenopeo, nero e spettacolare come il Caravaggio del Pio Monte; musica lacerante di sbalzi repentini, sospesa fra teatro e dolore, tutto sommato proprio com’è Napoli.

Ancora, il De profundis di Orlando di Lasso, quaresimale come poco altro, il Sicut cervus di Palestrina – altro responsorio del sabato santo – e infine Tomàs Luis da Victoria a completare la trinità dei polifonisti antichi.

Stempera il tetro Crucifixus del Lotti la spigliata Missa brevis di Gasparini, festosa pagina che chiude il programma e sembra preludere al senso giubilante della Pasqua.

Due le date in programma: la prima, 13 aprile, al Munasterio ‘e Santa Chiara (vezzo neomelodico?), il giorno dopo alla sala Scarlatti del Conservatorio “San Pietro a Majella”. E che opportunità sarebbe quella di ricambiare questa accoglienza fra le brume padane!

A sproposito: ci stiamo muovendo per realizzare un articolo-diario, un vlog, un cortometraggio e una serie su Netflix. Sottofondo del trailer sarà il chiacchieratissimo bis in programma, una villanesca alla napoletana, che non è né un pesantissimo dolce né un prelibato intingolo. Il titolo mi chiedono da più parti di non dirvelo: altrimenti il rischio è quello di spoilerare la sorpresa. Si dice così, no? Spero di non sbagliare: a queste parole, scusate, proprio non ci sono av-vezzo.

Giorgio Musolesi

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