La musica e i suoi interpreti: i diritti nell’era di Internet

I prossimi 11 e 12 aprile il Conservatorio ospiterà il convegno “La musica e i suoi interpreti: quale tutela nell’era di Internet?”. Ne abbiamo parlato con Alessandro Valenti, professore di Diritto dello Spettacolo presso il Conservatorio e organizzatore dell’evento.

Professor Valenti, vuole presentarci il convegno e le ragioni per il quale è stato organizzato?

«L’organizzazione di questo convegno è un’ulteriore tappa in una serie di iniziative che in questi ultimi anni il Conservatorio di Bologna ha portato avanti in collaborazione con la Fondazione Forense bolognese e con la Scuola Superiore di Studi Giuridici dell’Università di Bologna.

Ormai possiamo parlare di una vera e propria tradizione di iniziative volte ad approfondire le tematiche che collegano il diritto alla musica e viceversa. Per esempio in passato abbiamo parlato di libertà di espressione artistica, o del concetto di processo e di pena nelle opere liriche… L’intenzione è quella di avvicinare il mondo del diritto e il mondo della musica per comprenderne meglio i relativi fenomeni».

Come mai per questo appuntamento è stato scelto specificamente il tema dei diritti connessi e di quelli dell’interprete?

«Un approfondimento così interdisciplinare sui diritti connessi, con particolare riferimento ai diritti degli interpreti musicali, nasce dalla constatazione che mancano riflessioni di questo genere. La maggior parte delle iniziative sul diritto d’autore si concentrano sulla tutela dell’opera e dell’autore, mentre minore attenzione viene data alla tutela della prestazione artistica, che è il vero oggetto di tutela dei diritti connessi.

Devo anche dire che la programmazione di questo convegno per la primavera del 2019 non è casuale: avendo consultato il programma dei lavori parlamentari dell’Unione Europea mi ero reso conto che in questo periodo sarebbe giunto al termine il processo riguardante la riforma del copyright, quindi non è un caso che ci troviamo oggi ad essere uno dei primi convegni giuridici ad affrontare in modo organico il tema del copyright, necessariamente anche alla luce della nuova direttiva europea».

Il convegno sarà diviso in tre sessioni e prevede anche dei momenti musicali. Qual è stata la logica dietro questa organizzazione?

«Le tre sessioni sono ben definite: l’oggetto dell’approfondimento sono sempre i diritti dell’interprete musicale, però nella prima sessione verrà affrontato il profilo civilistico della materia; nella seconda sessione verrà dato più spazio al profilo economico-giuridico dei diritti connessi; nella terza sessione il focus sarà sulla tutela penalistica.

In più, a ogni sessione verrà dato particolare spazio a un intervento che sottolinea come, al giorno d’oggi, l’interprete si possa facilmente sovrapporre all’autore. Questo spesso avviene, ad esempio, negli arrangiamenti di musica d’uso, nel live electronics o nell’improvvisazione jazzistica. Le esecuzioni che abbiamo concordato con i vari corsi sono proprio esecuzioni su questi temi».

Parlando con Tommaso Ussardi, uno dei fondatori e dei direttori dell’Orchestra Senzaspine, un tema che è venuto fuori è stato la mancanza di una formazione riguardo a temi più giuridici, organizzativi o burocratici che poi si rivelano fondamentali nell’attività di musicista o operatore culturale, quantomeno per quel che riguardava il vecchio ordinamento. Lei cosa ne pensa?

«Le osservazioni sono molto giuste ma devo dire che, nel nuovo ordinamento del conservatorio con il taglio accademico-universitario, si è recuperato questo handicap, inserendo alcune materie inerenti proprio il diritto e l’organizzazione. Magari non in tutti i conservatori questa indicazione è stata recepita ma nel nostro direi proprio di sì: ormai da alcuni anni materie come il diritto dello spettacolo musicale sono divenute materie obbligatorie dei corsi di studio e vedo sempre più studenti frequentare le mie lezioni. Tra l’altro, ogni anno io tengo ormai ben tre corsi: quello di diritto dello spettacolo, quello di musica copyright e web e quello di organizzazione dello spettacolo».

Riguardo la nuova direttiva europea sul copyright, è possibile leggere opinioni molto contrastanti a riguardo. Lei cosa ne pensa? Può illustrarci un po’ il contenuto della riforma?

«La riforma sul copyright è molto ampia, ma concentrandosi sulle tematiche strettamente inerenti alla musica possiamo dare delle risposte modulate.

La prima cosa da dire è che comunque una riforma doveva essere fatta, perché la precedente direttiva europea in tema di copyright risaliva al 2001. Da allora sono passati quasi vent’anni ed è palese come il mondo della comunicazione in rete, i suoi assetti, siano cambiati: pensiamo, ad esempio, allo strapotere odierno di alcune piattaforme online. Una riforma era sicuramente necessaria.

Seconda riflessione: nonostante si sia parlato di un acceso dibattito a livello parlamentare e di forti contrasti, l’esito della votazione è stato nettamente favorevole al sì. Quindi giusto il contrasto, giusto il dibattito (fanno anzi parte del meccanismo del dibattito democratico) però la riforma è passata ampiamente.

Terza considerazione: ovviamente si è arrivati a un compromesso, alcune norme che sembravano più limitative della libertà d’espressione sono state in parte limate.

Detto questo, in realtà in questo momento ancora non cambia nulla di concreto. Stiamo parlando di una direttiva europea che deve essere recepita dalle singole legislazioni nazionali.

Il termine è di due anni, quindi presumibilmente entro il prossimo biennio i vari stati membri dell’Unione Europea emaneranno delle leggi nazionali di ricevimento della direttiva».

Ci fornisce qualche nota sulla direttiva in sé?

«Per ciò che riguarda il tema strettamente musicale questa direttiva responsabilizza quelli che vengono chiamati, all’art. 17, “prestatori di servizi di condivisione di contenuti online.” In gergo, le piattaforme online quali Facebook o Youtube. Cosa significa che li responsabilizza? Fino a ora, quando queste piattaforme online concedevano al pubblico l’accesso a opere protette dal diritto d’autore, sostenevano che si trattasse di una mera intermediazione fra condivisione di contenuti. Invece oggi l’art. 17 comma 1 specifica che quando una piattaforma online concede questo accesso, di fatto è come se facesse un vero e proprio atto di comunicazione al pubblico.

E come prevede il comma 4 dell’art. 17, quando la piattaforma fa questa messa a disposizione senza autorizzazione essa diventa responsabile per atti non autorizzati di comunicazione al pubblico. Quindi viene definita normativamente, in maniera definitiva, questa linea di confine sul ruolo delle piattaforme, che fino a oggi non era chiara.

Ovviamente, siccome nella comunicazione al pubblico di opere tutelate dal diritto d’autore si fa riferimento sia a opere dell’autore che a prestazioni artistiche, torniamo al tema dei diritti connessi.La normativa poi prevede delle eccezioni, delle sfumature, ma il tema è questo: quando una piattaforma fornisce l’accesso all’utente, essa sta facendo una vera e propria comunicazione al pubblico dell’opera tutelata, e quindi è sua responsabilità prendere le dovute autorizzazioni. Se questo non avviene si tratta di una comunicazione al pubblico non autorizzata e quindi abusiva».

Una delle critiche mosse più spesso a questa riforma mi sembra riguardare l’effettiva possibilità di mettere in campo strumenti adeguati a effettuare questo controllo. Davvero si può controllare in maniera efficace quello che viene caricato su Internet?

«Per prima cosa, il principio alla base è sicuramente un principio valido, che va a rafforzare significativamente i diritti degli autori e degli interpreti.

In secondo luogo, è ovvio che queste piattaforme su questo passaggio di contenuti hanno dei ritorni economici enormi, dei quali gli autori e interpreti non possono beneficiare. Quindi il principio è sacrosanto.

Personalmente, io credo che lo strumento per consentire questo filtro, questo controllo di autorizzazioni, si possa trovare. Mi rifiuto di credere che non sia possibile trovare delle soluzioni che rendano questo controllo fattibile.

Anche perché la stessa disposizione che responsabilizza le piattaforme in questa operazione di controllo fa anche alcune eccezioni. Per esempio dice che questi soggetti non sono responsabili quando dimostrino di avere compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione, oppure di aver compiuto questi sforzi secondo elevati standard di diligenza professionale e di settore. Quindi c’è spazio di manovra, la normativa lo prevede, a patto che si siano compiuti adeguati sforzi e si siano adottati standard in grado di rispondere al problema».

Scendendo un attimo molto nel concreto: questa normativa cosa cambia, ad esempio, per noi studenti del conservatorio, futuri autori o interpreti?

«Vi è una profonda frattura d’interesse fra interpreti professionisti, ben inseriti e saldi nel mercato, che hanno strumenti per essere remunerati e possono avere un effettivo vantaggio dall’utilizzo delle proprie prestazioni artistiche. Per chi si avvia nella professione questo cambia ben poco, se non che rimane un’affermazione di principio che dice “la mia opera d’ingegno o la mia prestazione artistica godono di una maggior tutela”, ovviamente per voi studenti del conservatorio più in astratto che in concreto».

In apertura ha accennato al rapporto fra musica e giurisprudenza. Si tende a pensare che siano due ambiti molto distanti. In quanto avvocato e compositore, qual è il suo punto di vista a riguardo? Ci sono dei punti di intersezione?

«Sono sicuramente due ambiti separati nella loro componente “tecnica”: la tecnica dell’interprete musicale e la tecnica oratoria di un avvocato penalista – per dire – sono sicuramente un po’ agli antipodi. L’ambito dove io invece ho sempre trovato una forte affinità è fra il pensiero e la logica compositiva in ambito musicale e il pensiero e la logica argomentativi in ambito giuridico.

A volte la ferrea logica del compositore, il legarsi a strutture compositive, può essere considerato affine, sul piano del pensiero, alla logica sottostante l’argomentazione del giurista. Tra l’altro abbiamo un esempio illustre nel professor Zagrebelsky, grande costituzionalista e ottimo pianista e musicista, che so condividere con me questa idea».

Tobia Bandini

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