A parlarci è un fascino antico: cronaca di un concerto barocco

Accelerando il passo, mi lascio alle spalle Piazza Aldrovandi e un faticoso pomeriggio di prove conclusesi sulle note di Frescobaldi, ma nella reinvenzione che ne fa Ligeti in Musica Ricercata. Di lì a poco, scoprirò quanto il mio sabato sia a tema. Dinnanzi alla chiesetta dei S.S. Cosma e Damiano si è creata una piccola folla in attesa che le porte si aprano per il concerto. Nel frattempo, dall’interno, giungono gli squilli opachi di un ottone e una pallida linea di un arco scuro, chiara evidenza che i musicisti si stanno dando gli ultimi “ritocchi”. Scoccano le 18, l’ora convenuta per questo quarto appuntamento della piccola rassegna organizzata dalla Società Bolognese per la Musica Antica: “Schiusa or sia la porta del tempio!”, dunque. E invece, colpo di scena, la casta dei prenotati avanza l’odioso diritto di precedenza, sprofondando la moltitudine di noi altri mortali puntualmente in quella “ginnastica della fila” fatta di angosciosi e scomposti espedienti, sempre uguali, che siate in attesa di un concerto come del vostro turno dal salumiere alla Vigilia di Natale.

Sul sagrato la ressa è, in effetti, incredibile e sembra di essere più in fila a un Palasport che a un concerto di musica barocca; indizio, credo, assolutamente significativo e che va confermandomi un’idea: ai nostri giorni e persino nelle nostre lande – sempre un po’ più provinciali di altre – la musica antica conosce un vivissimo interesse di pubblico. A ogni livello, anche in circuiti piccoli o emergenti come questo. Anzi, soprattutto come questo. D’altronde, nelle sale da concerto, l’ambiente devoto a un repertorio più “classico”, più che proporre un brillante manierismo fatto di impeccabili esecutori, non sembra saper trovare strategie vincenti contro lo stanco ripetersi dei propri riferimenti. Tutto ciò – per ora, per lo meno – non si manifesta nel “giro” della musica antica e per ragioni assai semplici. Innanzitutto, per quanto possa sembrare un paradosso, vi è una letteratura sterminata continuamente in divenire, poiché a fiotti spuntano autori e brani dai meandri oscuri dei secoli, pronti, dopo la quarantena musicologica d’obbligo, a essere rilanciati sul palco e così a placare un pubblico affezionato, tenuto in una perenne famelica curiosità; poi, a facilitare tale dinamica, bisogna dire che, di base, la cultura generale media è sull’antico abbastanza carente. Perché, se è vero che i quotidiani in decenni si sono premurati con i loro inviti all’ascolto di fornire le nostre collezioni discografiche di tutte le versioni possibili e immaginabili delle Quattro Stagioni di Vivaldi, difficilmente si è fatto di più. È dunque spesso un campo semisconosciuto ai molti, ma con una buona dose di appeal collaterali.

Uno per tutti l’originalità delle formazioni, la proposta di organici e timbri singolari, di strumenti inconsueti di cui, con grande meraviglia, magari scoprire virtù insospettabili e repertori ricchi e belli. Insomma, tutto il fascino un po’ coloniale della avventura archeologica, della rivelazione di misteriose civiltà perdute, ma trasportato nel comodo e pacifico mondo dell’ascolto musicale.

Così pure il concerto in questione, godibilissimo, interessante, variegato. Il neonato ensemble Il Paradiso 1616 metteva in gioco quattro strumenti intriganti: l’immancabile clavicembalo (Federico Lanzellotti), il desueto violone (Enrico Scavo), il liuto e la tiorba (Pedro Alcàcer Doria) e, infine ma non ultimo, addirittura un trombone rinascimentale (Andrea Piergentili), strumento su cui si è indubbiamente indirizzato il feticismo dei presenti.

Il programma correva lungo la strada indicata dal titolo, Roma versus Venezia, e, come giustamente evidenziato dagli stessi musicisti, dato che fra Roma e Venezia c’è proprio Bologna, un’aura di compiacimento e di adeguatezza ha rivestito la serata. Brani a tutti si sono alternati a brani solistici in cui, di volta in volta, gli strumenti e i loro sonatori hanno potuto far mostra di sé in tutta la loro barocca maniera. Ho rincontrato l’amico Frescobaldi, questa volta con indosso i suoi abiti, nel meraviglioso Cento partite sopra passacagli; ma non sono mancate musiche di autori apparentemente minori, quali Kapsperger, Bassano e da Milano, ma che proprio in questi concerti impariamo che minori non sono. È musica che parla e, d’altronde, intimamente legata alla parola, anche quando, come in questo caso, la destinazione strumentale le spalanca le porte dell’astrazione e della fantasia. Eppure, resta una musica concreta, materica, umorale, di una bellezza a volte ruspante e certamente parte di questo fascino le è dato dai limiti, se così presuntuosamente si possono chiamare, degli strumenti: intonazioni difettose, sonorità sacrificate, temperamenti audaci. Ciononostante, i compositori con un’astuzia geniale fanno di questi caratteri il punto di forza della loro espressività e ci sottopongono brani di puro piacere, per chi li ascolta e per chi li suona. Tutto questo è restituito da Il Paradiso 1616 che ha suonato con divertimento, buon gusto e soprattutto quell’umanità verace che restituisce il sangue a questo repertorio. Apprezzabilissimi anche gli interventi di illustrazione del programma, fatti con semplicità e precisione. I ragazzi – perché sono davvero tutti molto giovani – hanno quindi ricevuto lunghi, lunghissimi applausi, nella minuscola chiesetta, stracolma e forzata a rimanere a porte aperte. Un augurio a loro di buona fortuna, dopo questo debutto, e a noi di poter sempre godere di piccoli simili eventi, così confortanti a fine delle nostre giornate.

Diego Tripodi

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