Xing: un cantiere per le arti viventi.

Conversazione con Daniele Gasparinetti in occasione del festival Live Arts Week

In occasione dell’ottava edizione del Live Arts Week – festival che si tiene dal 4 al 13 aprile, diviso in un lungo prologo, da giovedì 4 a domenica 7 aprile, e un lungo epilogo, da giovedì 11 a sabato 13 aprile – abbiamo parlato con Daniele Gasparinetti, co-fondatore e coordinatore, con Silvia Fanti, dell’associazione culturale Xing, per indagare alcuni dei temi fondamentali di questa settimana della performance.

Ciao Daniele! Per cominciare: chi siete come Xing, perché Xing e perché Bologna, se c’è un motivo specifico?

«È come chiedere a qualcuno perché è nato in un posto, difficile fornire una risposta da un punto di vista soggettivo. Xing è una parola cinese che vuol dire “configurazione”, ma va bene anche come crossing, “passaggio”. È un logo che abbiamo identificato nei primi anni 2000 e voleva indicare varie cose, tra le quali la nostra provenienza da esperienze interdisciplinari; il crossing è un concetto molto importante. In qualche modo questa parola lo sintetizzava bene in 4 lettere.

Il concetto di configurazione nel pensiero cinese è un po’ più complicato ma è comunque interessante, perché sicuramente uno dei modi con i quali operiamo adotta la modalità della costellazione, la sincronicità e tutta una serie di fenomeni che colleghiamo a catene non-causali di elementi (i riferimenti sono a Walter Benjamin e Carl Gustav Jung)».

Riguardo all’intersezione fra varie cose, una sequenza di parole che vi riguarda e che mi sono segnato è “suono immagine spazio presenza”. Trovi possa sintetizzare efficacemente quello che fate?

«Questa sequenza raccoglie una componentistica di base riferita agli elementi con cui, tendenzialmente, si compongono le cose che ci interessano.

C’è un’attenzione al soundscape, che può essere rappresentato anche come silenzio, come ci ha insegnato Cage. La questione dello spazio è importante perché le cose che facciamo sono legate alla liveness, al fatto che avvengano non in un campo teorico ma in un campo reale, nell’orizzonte dell’accadimento. Lo spazio è la dimensione all’interno della quale i corpi possono condividere un’esperienza, e l’elemento compositivo evidentemente ne deve tenere conto. L’indagine sullo spazio configura parecchie cose, quindi è ovviamente molto importante.

Non parliamo di tempo perché… Io provengo dalle arti visive, quindi uso molto le categorie di quel mondo: stiamo dando quasi per scontato che, quando parliamo di live arts, abbiamo inventato questa parola per dare una definizione meno tecnica di quelle che – nel mondo delle arti visive – vengono chiamate time based arts, che sono servite in un certo periodo storico per definire un’area.

Le time based arts servivano per differenziare quella categoria di oggetti la cui percezione avveniva all’interno di uno sviluppo temporale. Si tratta di un ambito molto preciso, specifico, che cercava di catalogare fenomeni come la video d’arte, il cinema d’artista, o la sound art.

I sistemi time based sono basati sulla riproducibilità tecnica: il video, il cinema, il nastro, il disco o l’installazione appartengono all’ambito oggettuale. Viceversa noi tendiamo a privilegiare gli elementi che sono basati sulla liveness, sulla presenza come categoria fondante».

A proposito di questa parola, il festival s’intitola Live Arts Week, con questo nome cosa volete sottolineare?

«Live Arts è un termine che non ha un carattere categoriale ma generativo, è molto aperto all’invenzione, e non appartiene a un vocabolario ancora stabilito. Ma sta comunque attecchendo proprio per definire un contenitore abbastanza ampio concettualmente da permettere la convivenza di molte forme di attraversamento e contaminazione».

Però prima dicevi che vieni dall’arte visiva, in un qualche modo ti sei formato e hai studiato quello che è stato categorizzato. Come vedi il rapporto fra quello che è accademia, enciclopedia, ben definito e storicizzato, e quello che è in divenire adesso?

«Le accademie si basano ancora su principi prevalentemente storicistici. La storicizzazione può essere fatta in molti modi diversi, basandosi su tracce documentarie. Si rapporta spesso a fenomeni che hanno espresso un proprio “-ismo” (se sono nate con certi principi di autodeterminazione storica, come nel caso delle avanguardie) ma anche con singolarità che, viceversa, non sono collocabili e ciononostante devono comunque venire sistematizzate storicamente.

Una costellazione non si autodetermina, nasce dallo sguardo dello storico che la ipotizza, la decifra partendo da un campo di indeterminazione. Tutto ciò avviene a posteriori.

Oggi non esistono più “-ismi”; si può dire che dopo il postmodernismo non è potuto accadere più nulla e, certamente, non ci sono più avanguardie. Ci sono invece diversi fenomeni di corrente, che è quello ci interessa in questo momento».

E il rapporto con lo spazio fisico che occupate in città, dove presentate i vostri spettacoli? È un abitare Bologna nel senso di essere realtà attive in una città, avete dichiarato vostro uno spazio, lo abitate.

«C’è una relazione con un territorio, cioè con uno spazio più ampio la cui definizione è in via di trasformazione. Attualmente non sappiamo più cosa sono né le città né gli stati, però chiaramente ci si confronta su questo quadro di trasformazioni.

Stare in un luogo credo voglia dire confrontasi con esso e con ciò che ti circonda. La scelta di avere un luogo da condividere con delle persone è, appunto, una scelta di condivisione di una porzione di questo spazio».

Un’altra parola che vi ho sentito usare spesso è “cantiere”.

«Cantiere è una cosa molto precisa, anche San Petronio è un cantiere.

Quando penso a cantiere penso al luogo in cui si incontrano le maestranze, le quali sono un insieme di competenze, che si basano tutte sulla tradizione. Se non hai una provenienza non conduci nessun cantiere».

Il festival è in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti. Cosa vuol dire lavorare con un’istituzione simile?

«Implica tante cose ed è un rapporto piuttosto naturale, visto che a livello siamo molto legati all’arte visiva; in Accademia ci sono molti docenti che sono nostri amici, compagni/e di scuola per così dire…

Ne abbiamo qualcuno/a anche al Conservatorio, ma in misura minore. Si tratta prevalentemente di insegnanti che si occupano di nuovi linguaggi e non della grande tradizione compositiva ed esecutiva. Il Conservatorio è sicuramente molto più tradizionalista come impostazione; è significativo che, per esempio, non ha mai contemplato l’introduzione di corsi che affrontino universi sensoriali diversi dall’udito. Nell’Accademia di belle arti invece questo avviene.

La riproduzione di un certo tipo di sapere, la sua trasmissione, è chiaramente molto importante. Ma nel caso delle arti visive, le testimonianze sono materiali, si tramando da sé, previo un certo lavoro di restauro e conservazione.

Per la musica invece, e per altri fenomeni analoghi, soprattutto per la musica che proviene da periodi precedenti la riproduzione tecnica, c’è bisogno di un esecutore.

Da questo punto di vista sarebbe interessante capire se il mondo delle arti possa essere organizzato in maniera diversa: potrebbe esistere un grande tema, che è quello legato alla conservazione, al restauro, alla tutela del patrimonio e che richiede delle grandi competenze tecniche.

Un altro tema potrebbe riguardare l’arte tout court, e lì l’interdisciplinarietà dovrebbe essere un principio guida, potremmo immaginarci una scuola polisensoriale».

Collaborate anche con l’amministrazione comunale, cosa significa per voi questa collaborazione?

«L’amministrazione rappresenta a suo modo la comunità, come quella che ha voluto questa cattedrale (San Petronio, di nuovo, che sta alle nostre spalle mentre parliamo).

Si possono anche fare le cose per conto proprio, si può pensarsi come geni isolati. Ma vorrei introdurre il tema della committenza, che è molto importante nello studio della storia dell’arte, e non solo. Questa è sempre stata anche una committenza privata, ma io mi sento più legato ad una committenza civile, pubblica, il comune inteso come commons.

Bologna negli anni ha avuto un rapporto molto dialettico con l’extra istituzionale. Sicuramente è stata una città che ha avuto un ruolo abbastanza spiccato, pionieristico per certi versi, in Italia, nel provare ad affrontare le cose in termini extra-istituzionali, e continua a mantenere questa tradizione di interlocuzione con mondi che non sono completamente riassumibili all’interno di un funzionariato».

E nei confronti di questa comunità nella quale operate avete degli obiettivi? Vorreste comunicare qualcosa tramite le cose che proponete?

«Un messaggio? Guarda, Marshall McLuhan, teorico degli anni ’60 molto interessante, molto curioso, diceva che il media è il messaggio. Media è in certo senso ciò che sta in mezzo, parliamo ancora di condivisione? L’artista può anche trovare le proprie motivazioni tutte interno al suo studio, ma a un certo punto desidera uscire, confrontarsi, venire riconosciuto, in certi momenti della carriera, anche glorificato. Si tratta di rendere operativi questi rapporti fra individualità, soggettività e universalità».

E il tuo ruolo in tutto questo qual è?

«Beh, il capocantiere».

Tobia Bandini

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