L’Uomo Meccanico, ai confini del suono e delle immagini.

 Lo sapevano bene gli antichi Greci: da che mondo è mondo, la musa dei suoni incontra le sue consorelle e nel reciproco incontro queste infondono alla fantasia umana le forme e i linguaggi di nuove esperienze. L’ibridazione, la pluralità, questo concetto che torna e ritorna, bussando prepotentemente alle nostre porte di postmoderni. Musica e “altro” dunque, e – a proposito di modernità – certamente ennesima declinazione del concetto fu, in tempi di stupefacente rivoluzione tecnologica, la sonorizzazione delle pellicole cinematografiche. Spesso a più di un secolo di distanza da noi, in quell’era oramai rivestita dal primo velo di polvere della storia, i film “muti” trovavano nell’accompagnamento dal vivo di sgangherati pianoforti o orchestrine la giusta e naturale soluzione alla monotonia, un po’ imbarazzante, di quelle immagini afone.

Il fascino della sonorizzazione è molteplice e spazia dalla più generale suggestione data dalla iterazione – tra i gesti, visivo e uditivo, e tra i piani di narrazione, filmica e musicale – al divertente esperimento di volta in volta proposto – ludico, stilistico, estetico, archeologico, etc. -. Alle volte, poi, entrambe le cose vanno a braccetto. È il caso della sonorizzazione de L’Uomo Meccanico, presentata in prima bolognese la sera di domenica 31 marzo presso i locali della Associazione AtelierSì, grazie alla produzione di Antonio Altini.

L’Uomo Meccanico è un interessantissimo reperto di archeologia cinematografica: primo film italiano ascrivibile alla fantascienza, prodotto nel 1921 a Milano, ma scritto, diretto e interpretato dal francese André Deed, noto in Italia per il personaggio comico di Cretinetti. Ritenuto perduto per decenni, ne fu fatto un ritrovamento parziale presso la Cinemateca Brasileira di San Paolo in Brasile, che venne restaurato nel 1992 dalla Cineteca di Bologna, proposto in qualche appuntamento del Cinema Ritrovato e quindi accantonato.

Da alcuni mesi è riproposto dalla band bolognese Earthset nella propria tournée lungo lo stivale con una nuova veste sonora, progetto musicale interessante perché espressione di una terra di confine in cui, secondo un trend oramai sempre più fenomeno e sempre meno puro caso, storie musicali apparentemente distanti si parlano, ritrovandosi in una comune sensibilità di ricerca. Gli Earthset navigano con curiosità all’interno di questo arcipelago abitato da alternative rock, musica classica contemporanea, noise ed elettronica, e hanno voluto contribuire con L’Uomo Meccanico alla mappatura di queste rotte. «Noi non ci siamo mai dati tante barriere di generi» confessa Ezio Romano, chitarrista e cantante della band «E non ci piace definirci una band alternative rock: noi siamo una band… che fa Musica. Il terreno di confine, di confronto e di scambio, fra le varie esperienze del versante cosiddetto sperimentale, c’è già da almeno 50 o 60 anni. Il dialogo andrebbe coltivato fra e per entrambi i poli, quello di formazione classica e quello di formazione extra accademica, superando reciproci pregiudizi assolutamente infondati. Certo sono percorsi diversi, ma non è detto che non si finisca per parlare la stessa lingua. Noi stiamo facendo piccole tappe di avvicinamento e proseguiremo su questo terreno, magari proprio tramite le sonorizzazioni o forse prossimi lavori».

La sonorizzazione ha alle spalle una preparazione importante, il corso Soundtracks del Centro Musica di Modena, gestito da Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino e, fra i docenti, Stefano Boni, che del museo è il direttore; le lezioni frontali si avvalevano di musicisti interni all’ambiente sperimentale quali il polistrumentista Xabier Iriondo, il “virtuoso” di theremin Vincenzo Vasi, i Massimo Volume, noti per la sonorizzazione de La caduta di casa Usher. A questi si aggiungeva la professoressa Clizia Centorrino dell’Università di Grenoble. Tutor della realizzazione è stato Nicola Manzan, noto prevalentemente come Bologna Violenta, personalità poliedrica proveniente dal violino e da una formazione classica.

Il progetto è poi in coproduzione con il musicista Luca Maria Baldini, ma a causa di sopravvenute logistiche ostili, è stato immaginato perché i due apporti artistici potessero funzionare autonomamente, sicché la tournée non prevede sempre – come appunto a Bologna – date comuni.

L’idea musicale degli Earthset si concentra su una narrazione non vincolata in modo pedestre a quella filmica, che viene tratteggiata, accompagnata, ma senza prestarsi a sottomissioni: gli spunti visivi forniscono un primo input mimico, un omaggio naturale e necessario del suono alle immagini e alla coerenza in generale; ma da ciò, presto la fantasia e la costruzione delle trame sonore si allontanano, nell’ambizione di creare musica non programmatica, che scansa intelligentemente il rischio di caricatura. Quelle che in gergo vengono chiamate “sottolineature” o “mickeymousing” (con chiaro rimando alle tecniche dei cartoons), divengono quindi il segnale per un’elaborazione compositiva che, semplicemente, dall’immagine prende le mosse. Spiega Ezio: «Abbiamo cercato di mantenerci a metà strada: uno dei suggerimenti dei tutor del corso è stato quello di scrivere una musica che potesse funzionare indipendentemente dalla pellicola. Abbiamo cercato di ridurre all’osso le sottolineature, ricorrendovi il giusto per coinvolgere a tempo debito il pubblico. Il nostro approccio è stato banalmente quello di guardare molte volte il film. Personalmente ogni giorno almeno un paio di volte, per una settimana, ai limiti della tortura! L’ossatura iniziale de L’Uomo Meccanico è nata senza l’immagine, spesso ricorrendo a nostro materiale in cantiere, che ha trovato, naturalmente quanto per caso, la sua destinazione nel film, per cui sembrava assolutamente pensato».

Fra l’altro, la musica immaginata per la storia è campo di un curioso sincretismo tra rock ed espressionismo storico, sfida dichiarata: «Il lavoro è stato prevalentemente cercare di dare una veste sonora col nostro stile a un film dei primi del ‘900. Abbiamo studiato la musica classica di quegli anni e ci sembrava interessante comprendere che tipo di musica si facesse per riallacciare un nodo cronologico tra la pellicola e la sonorizzazione Da cui l’ampio ricorso a scale esatonali o, ancora più evidente, una serie dodecafonica cavata dalle lettere di “uomo” e “macchina”, distribuita tra i vari strumenti, che abbiamo costruito con attenzione. E che torna durante tutto il film: il ricorrere a un espediente classico come quello del tematismo ci è sembrato funzionale. La serie, fra l’altro, gravita nella stessa area tonale degli altri brani del lavoro, per cui ci è parsa una coincidenza troppo smaccata per rinunciarvi!».

Una certa disparità di impressioni, d’altronde, la comunica anche il film stesso, sotteso com’è di una ambiguità giocata, forse inconsapevolmente, tra convenzioni di un mondo davvero ingenuo e arcaico e avanguardismi tecnici e tematici assolutamente moderni e gravidi di futuro, per noi apprezzatori dal senno di poi. Così, la trama divisa tra peripezie numerose, stereotipi di carattere e livelli stilistici contrastanti, comici e drammatici, liberamente affiancati in un pastrocchio di horror, commedia, poliziesco e dramma, ci svela la naturale filiazione dell’arte cinematografica dal teatro; e persino dall’opera, se il protagonista conserva ancora il nomen omen da buffo, o maschera, di Saltarello. D’altro canto, invece, la modernità di un soggetto che, fra i primi casi, affronta il tema dell’automa e proietta l’ombra distopica del progresso, ma anche gioca con un fantastico non più romantico, imbevuto di novecentesca disillusione e crudeltà: regia e fotografia sono tutt’altro che innocenti, spesso dettano lezioni alla nascente arte (celebri le inquadrature del mostro e la lotta tra i due robot, il buono e il cattivo, primo locus nella storia cinematografica che anticipa tantissimo immaginario fantascientifico). Ma anche alcune emancipazioni coraggiose: un seno scoperto sfuggito alla censura e, soprattutto, un potentissimo “cattivo” femminile, Mado, che se da un lato affonda radici in un immaginario erotico – in ogni caso misogino – di maliziose femmes da anni ruggenti, dall’altro gode di un protagonismo tutt’altro che scontato.

Gli Earthset non fanno sconti all’uditorio e colgono il plurilinguismo della pellicola in un profluvio di sonorità taglienti e ricercate: «In un’altra intervista hanno lodato il progetto, sottolineando che però sarebbe indirizzato a una élite culturale. Questo è un problema che non ci poniamo, perché vogliamo un processo creativo libero e perché siamo convinti che questo tipo di spettacolo non richieda chissà quale trascendentale preparazione, ma anzi nella sua complessità può essere immediato e comprensibile. Secondo me crucciarsi per la possibile accusa di elitarismo nuoce alla missione propria della musica, cioè essere un veicolo di comunicazione di idee e di una visione del mondo. E una visione del mondo la si può offrire a chiunque, ma bisogna proporla!».

Così, L’Uomo Meccanico sembra tramandarci la confessione di un’epoca in macerie, The Waste Land che, solo a un anno dal film, Thomas S. Eliot immortalerà con poetica amarezza; un’epoca che sembra rifugiarsi tra superuomini d’acciaio e epiche industriali, per fugare l’indeterminatezza racchiusa fra i due grandi orrori del secolo, alle spalle la carneficina mondiale e dinnanzi la fine delle libertà. A cento anni di distanza, la suggestione dei parallelismi infonde i brividi nello spettatore accorto, ma le riflessioni su una ricerca artistica contraria al pregiudizio e ai confini, così come questa sonorizzazione può insegnare, diviene lo scongiuro migliore contro corsi e ricorsi del tempo.

Diego Tripodi

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