Bologna Festival: una conversazione con Maddalena Da Lisca

Il 20 marzo si è aperta una nuova stagione di Bologna Festival: quali sono le principali novità di quest’anno? Come mai la decisione di inaugurare la stagione proprio con il Solomon di Händel?

«Il Solomon di Händel è un’opera quasi sconosciuta in Italia ma spettacolare. L’idea iniziale era quella di cominciare con un più classico Messiah, ma in corso d’opera è venuto fuori questo titolo così bello: è stato consigliato al nostro direttore artistico Mario Messinis dallo specialista di musica barocca John Eliot Gardiner, dopo il suo concerto dello scorso anno. Siamo certamente consapevoli del fatto un titolo come il Solomon può creare qualche difficoltà in più rispetto a un titolo molto popolare, ma speriamo che possa essere una ventata di novità e di apertura per il pubblico. Il nostro lavoro è quello di ampliare la conoscenza dei nostri ascoltatori e di accettare nuove sfide: questa sicuramente l’abbiamo colta».

Anche quest’anno troviamo moltissimi grandi artisti e nomi del panorama musicale internazionale: qual è l’iter che porta alla scelta della programmazione e quali sono le tempistiche decisionali?

«Partiamo dall’indicazione di un budget e all’interno di questo ci adoperiamo cercando di mantenere una fisionomia marcata dal punto di vista della programmazione sinfonica. Punto di partenza è proprio la presenza di almeno tre o quattro appuntamenti sinfonici, che sono sicuramente l’impegno più grosso che necessita di stanziamenti più onerosi. Inoltre si inizia a programmare con molto anticipo anche la rassegna degli altri grandi interpreti: avere le date di artisti del calibro di Sokolov, e Volodos è molto difficile, e per questo viene fatto circa un anno un anno e mezzo prima. I grandi interpreti non hanno un filo conduttore dal punto di vista tematico nella parte delle scelte musicali, cosa che invece avviene nella rassegna “Il nuovo e l’antico”: con Volodos e Sokolov non si discutono i programmi, che vengono da loro decisi semestre per semestre».

Per quanto riguarda la rassegna “Talenti”, quest’anno è stata improntata sui giovani italiani. In che modo riuscite a selezionare questi giovani musicisti?

«C’è un appuntamento che è quello del Premio Venezia che è un incontro fisso: il vincitore dello scorso anno, il giovane pianista Gabriele Strata, suonerà da noi il 16 maggio. Abbiamo poi qualche rapporto con i concorsi, come per esempio il concorso per Quartetto d’archi “Premio Paolo Borciani”. Nella decisione finale è comunque necessaria una nostra esperienza diretta o una segnalazione di una persona di cui ci fidiamo molto, come per esempio Uto Ughi, che ci ha indicato l’enfant prodige Indro Borreani (n.d.r. suonerà il 17 aprile). Quando ci vengono segnalati allievi di straordinario talento pensiamo che sia giusto dare loro spazio. Purtroppo siamo costretti a dire molti no, ci sono davvero tanti giovani bravissimi e talentuosi e la selezione non è facile».

La sezione “Il nuovo e l’antico” catalizza l’attenzione per quanto riguarda radio e stampa: come si è sviluppata l’idea di creare una rassegna che associa due periodi musicali e storici così lontani tra loro?

«Radio 3, insieme a Radio Toscana Classica, copre praticamente tutti i concerti. La decisione di programmarla in autunno è dovuta al fatto che Bologna ha una così ricca offerta musicale che è necessario diluirla nel corso dell’anno in modo da dare la possibilità al pubblico di partecipare a più eventi possibile: una programmazione troppo ravvicinata di concerti aveva in passato creato qualche lamentela. Siamo molto felici della grande partecipazione agli eventi musicali di questa città, che in generale ha un altissimo livello di programmazione, con uno standard da grande capitale europea.

Per quanto riguarda la rassegna nello specifico, quest’anno tratta la contrapposizione “barocco/contemporaneo”. Crediamo che la musica del ‘600, associata a quella del ‘900 e attuale, sia un abbinamento ben assortito: dal punto di vista della comprensione, la musica del ‘900 è sicuramente più impegnativa da assorbire mentre il barocco a un primo ascolto risulta più semplice: si crea quindi un’alternanza di facile approccio. Inoltre il senso di alternare questi due repertori è dato dal fatto che ci interessano, interessano la direzione artistica, e a tutto il Bologna Festival: come programmazione di musica antica, la nostra rassegna è l’unica ormai consolidata annualmente in città. Infine è necessario sottolineare che il nostro direttore artistico è un luminare della musica del ‘900, e sarebbe davvero un peccato non utilizzare la sua conoscenza per creare un programma di tale interesse».

Bologna Festival è attivo a Bologna dal 1982. Come è cambiata la gestione e la richiesta musicale durante gli anni? I gusti musicali del pubblico sono cambiati?

«In questi trentotto anni c’è stato un grandissimo cambiamento. Agli albori di Bologna Festival, la città aveva una programmazione musicale molto rarefatta: alcuni imprenditori quindi decisero di associarsi, compattando un budget di sponsorizzazione e suddividendosi la responsabilità economica della programmazione della città. Questo meccanismo funziona oggi come allora, in quanto le sponsorizzazioni sono entrate determinanti del nostro bilancio. Strada facendo si sono aggiunte molte realtà musicali e la programmazione del Teatro Comunale, che prima fuori della lirica era quasi assente, si è notevolmente ampliata. La grande quantità di associazioni musicali ha cambiato completamente il panorama dall’inizio a oggi, con una diffusione incredibile di musica.

A volte possiamo subire il fatto che ci sia così tanta offerta ma sicuramente rispetto alle altre città italiane non ci possiamo lamentare: questo infatti, più che disperdere il pubblico su mille rivoli, contribuisce sempre più ad alzare il livello culturale della cittadinanza.

Maria Laura Berardo

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