I GIOVANI TALENTI DEL BOLOGNA FESTIVAL: DIALOGO CON IL QUARTETTO WERTHER

Il prossimo giovedì 4 aprile, presso l’Oratorio di San Filippo Neri, si esibirà il Quartetto Werther per la sezione Talenti del Bologna Festival. Un quartetto composto da quattro giovanissimi musicisti, Misia Iannoni Sebastianini (violino), Martina Santarone (viola), Simone Chiominto (violoncello) e Antonino Fiumara (pianoforte), che la redazione di Chorus ha voluto incontrare per fare quattro chiacchiere prima del concerto e ricevere qualche indiscrezione riguardo al loro percorso e alle loro scelte artistiche.


La prima domanda è scontata ma obbligatoria: come vi siete conosciuti?

Misia: Tutto è iniziato quando ancora frequentavamo il Conservatorio: io, Martina e Simone ci siamo conosciuti nella classe di quartetto d’archi e, proprio quando il nostro percorso stava per concludersi, io ho pensato che mi sarebbe piaciuto approfondire lo studio della musica da camera. Ma come fare? L’altra violinista con la quale suonavamo aveva già in programma di trasferirsi all’estero, così ho pensato di costituire invece un quartetto con pianoforte, formazione che però conoscevo ancora poco, ma che da subito mi aveva colpito per la bellezza del repertorio. Martina e Simone mi sono sembrati entusiasti del progetto e la scelta del pianista è ricaduta su Antonino, che avevo conosciuto qualche anno prima tramite amici comuni. Antonino, da sempre il più riflessivo del gruppo, si è preso qualche giorno per pensarci e poi, con nostra grande gioia e sorpresa, ha accettato la nostra proposta. Da lì tutto è andato molto di fretta: in pochi giorni abbiamo dovuto mandare la domanda di iscrizione per il corso a Fiesole con il Trio di Parma.

E come mai avete scelto questo nome così romanticheggiante?

Misia: La scelta del nome in realtà è stata inizialmente casuale. Antonino aveva proposto Werther, che ci è subito piaciuto, sia dal punto di vista del suono, sia per ciò che di goethiano evocava. Poco dopo l’inizio del corso a Fiesole, abbiamo però scoperto che il Quartetto n. 3 di Brahms, che avevamo appena iniziato a studiare, era, a detta del compositore stesso, “un’illustrazione dell’uomo col vestito azzurro e il panciotto giallo”, ovvero l’iconografia romantica del Werther di Goethe. Se già ci piaceva molto, da quel momento è nato per noi un legame particolare con quest’opera, che si rafforza ogni volta che la studiamo e la eseguiamo.

Siete tutti e quattro molto giovani e siete un bellissimo esempio di come ancora oggi, tra le svariate difficoltà, si possa trovare una via per vivere di musica classica. Come avete trovato la vostra strada? Ovvero, come vi siete avvicinati allo strumento e, in seguito, come e quando avete deciso di vivere di musica, e, in particolare, di musica da camera?

Martina: La passione per la musica è diventata una scelta di vita in maniera molto naturale. Più che “aver deciso” di vivere di musica classica, abbiamo realizzato che lo stavamo facendo e abbiamo quindi messo da parte altri progetti per il futuro. In questo campo è difficile definire una fase di fine dello studio e una di inizio della professione, perché esse vanno di pari passo e mi auguro che sarà così per sempre. Abbiamo quindi intrapreso questa strada più o meno per caso, per curiosità, per inclinazione: nessuno di noi proviene da una famiglia di musicisti, è stata per tutti una scelta molto spontanea. Proseguendo lo studio in quartetto, però, è arrivato anche il momento di decidere quanto puntare su questo progetto e, di conseguenza, quanta importanza questo avrebbe ricoperto nelle nostre vite. Ognuno di noi ha trovato in questa formazione il proprio spazio e il modo per esprimere sé stesso, per questo abbiamo deciso che la musica da camera sarebbe stata la nostra priorità. Un gruppo stabile, tuttavia, richiede molta dedizione, questa è forse l’unica difficoltà. Abbiamo però sempre pensato a studiare per passione, prima che per professione, e forse proprio grazie a questo possiamo dire oggi di riuscire a vivere di musica.

La musica è da sempre stata la vostra prima scelta? O avete avuto anche altri interessi predominanti nel vostro percorso di studi?

Simone: La musica è sicuramente una passione che abbiamo tutti sviluppato fin da piccoli, che è nata un po’ per gioco e poi è diventata predominante. Nel nostro caso, c’è chi ha scelto prima e chi dopo di dedicare il proprio futuro professionale alla musica. Antonino già da piccolo viaggiava da Messina a Roma per fare lezioni e concerti, Martina si può dire abbia deciso con l’inizio del percorso di studi al liceo musicale, anche Misia fin dalla prima adolescenza ha dedicato molto del suo tempo allo studio del violino. Io, invece, ho deciso molto più tardi: fino alla fine del liceo, infatti, ancora vedevo la musica come un piano B. Ho anche iniziato a studiare Matematica all’Università, ma dopo circa un anno e mezzo, sicuramente anche a causa delle gratificazioni e dell’impegno sempre maggiore che richiedeva il quartetto, ho deciso di dedicarmi completamente alla musica.

Sappiamo che vi siete formati col Trio di Parma, qualche aneddoto interessante riguardo al vostro percorso con loro? E invece il Master che state frequentando correntemente? Di che tipo di corso si tratta?

Antonino: Siamo veramente felici ed onorati di aver iniziato il nostro percorso di studi con il Trio di Parma presso la Scuola di Musica di Fiesole. Sebbene avessimo deciso all’unanimità di tentare l’ammissione, non eravamo per niente sicuri che avremmo superato l’esame. Dopo aver creato la nostra formazione, ci eravamo accordati per vederci e cominciare a leggere qualcosa, ma, a causa dei numerosi impegni individuali, non abbiamo avuto modo di fare musica insieme sino a tre giorni prima dell’audizione. Abbiamo studiato molto singolarmente e ci siamo buttati a capofitto nel poco tempo che avevamo. Per fortuna siamo riusciti ugualmente a superare l’esame e così è iniziato il nostro bellissimo percorso.

L’anno successivo ci siamo trasferiti tutti a Parma, per seguire i nostri insegnanti, dove abbiamo frequentato ed ottenuto il Master di II livello in Conservatorio. Abbiamo potuto godere di un piano di studi molto completo, con molte più ore dedicate al perfezionamento del repertorio e seminari illuminanti tenuti da importanti professionisti. A Parma abbiamo conosciuto anche il maestro Pierpaolo Maurizzi, coordinatore e docente del Master, che è diventato ed è tuttora una figura fondamentale per la nostra formazione, come del resto lo è stata per il Trio di Parma, dal momento che “i ragazzi del Trio”, come lui li definisce, sono stati suoi allievi in Conservatorio circa 25 anni fa!

Che progetti avete per il futuro? Vi interesserebbe approfondire ancora gli studi con qualche grande Maestro in particolare? O vi darete al concertismo puro? 

Antonino: Nonostante avessimo già conseguito il Master l’anno scorso, abbiamo deciso di continuare il nostro percorso a Parma: potersi confrontare con professionisti di questo calibro è davvero un privilegio, e questo privilegio vorremmo tenercelo stretto ancora per un bel po’! Stiamo attualmente ampliando il nostro repertorio, sperimentando il linguaggio del Novecento e valutando di spingerci verso la musica contemporanea; contestualmente stiamo programmando la stagione 2019/2020, in cui cadrà il 250esimo anniversario della nascita di Beethoven, che celebreremo dedicandoci all’esecuzione del suo Quartetto op.16 (sua trascrizione del quintetto per fiati, ormai raramente eseguita nelle sale da concerto). Stiamo inoltre collaborando con l’Associazione Musica con le Ali, per un importante progetto discografico che avrà luce nel prossimo autunno.

Schumann e Faurè, due autori piuttosto distanti tra loro, come mai la scelta di questo repertorio per il prossimo concerto bolognese?

Simone: C’è un cambio di programma, in realtà: suoneremo il terzo quartetto di Brahms al posto del quartetto di Schumann. Abbiamo infatti pensato che fosse ancora più interessante confrontare due quartetti nella stessa tonalità quasi contemporanei, ma totalmente differenti. Il quartetto di Brahms, un’opera già matura di un compositore ampiamente affermato, erede dell’antica tradizione musicale tedesca e con molta esperienza con questa formazione (penso ai quartetti op. 25 e 26), è accostato a una composizione del giovane Gabriel Fauré, che con questo quartetto inizia a farsi strada nei salotti parigini. È quindi un confronto alla pari tra tradizioni e generazioni diverse!

Ringraziamo il Quartetto Werther e facciamo loro i nostri più sentiti auguri per il proseguimento della loro brillante carriera. Per il momento siamo impazienti di ascoltarli qui a Bologna giovedì sera per poter gustare questo confronto/scontro che ci propongono.

Elena Cazzato

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