ARCADI VOLODOS: UN VIAGGIO MAGICO TRA PERFEZIONE E INTIMISMO

Pienone domenica sera al Teatro Manzoni per il famosissimo pianista russo Arcadi Volodos, ancora una volta ospitato dal Bologna Festival. Già prima di un’ora dall’inizio del concerto le persone si sono accalcate, in fila di fronte ai portoni chiusi, per potersi accaparrare gli ultimi biglietti rimasti, che erano davvero pochi.

Un pianista straordinariamente talentuoso, il nostro Volodos, sebbene con una storia un po’ diversa dal solito: colpiti dalla perfezione assoluta con cui si muove tra gli 88 tasti, si pensa immediatamente al cliché del pianista russo, legato al pianoforte da bambino a fare gli esercizi di tecnica per diventare nel giro di qualche mese un enfant prodige. E invece anche su questo aspetto Volodos ci stupisce: se ci informiamo, infatti, scopriamo che i suoi studi musicali sono cominciati con il canto e la direzione, mentre ha iniziato a prendere seriamente lezioni di pianoforte presso il Conservatorio di San Pietroburgo quando già aveva quindici anni. Tanto di cappello, allora, per l’estrema pulizia del virtuosismo, che ci presenta così chiara davanti agli occhi, o meglio, alle orecchie.

Volodos, tuttavia, non è solo pura tecnica, sarebbe davvero degradante definirlo così: la limpidezza dei passaggi più arditi si combina infatti con un’espressività molto intima e sentita, personalissima e corredata da un controllo totale del tasto, che gli permette di ottenere un range dinamico senza eguali.

Tutte queste caratteristiche si possono apprezzare sicuramente grazie al programma che ci presenta, assolutamente variegato per autori, periodi e caratteri dei brani scelti. Il concerto si apre con la Sonata in mi maggiore D 157 di Schubert, desueta, non molto eseguita perché incompiuta. Volodos la domina senza problemi, con leggerezza, facendo emergere un lirismo molto intimo, che gioca sulle infinite sfumature del piano e del pianissimo. Prosegue quindi con i 6 Moments Musicaux D 780, brani molto più brevi e conosciuti, sebbene di non semplice ascolto: qui l’abilità del pianista sta infatti nel differenziare il più possibile il suono, nel giocare con respiri e sospensioni, nel rendere un timbro allo stesso tempo puro e inconfondibile, per poter catturare il pubblico senza annoiarlo. Naturalmente tutto questo per Volodos non è un problema, ci incanta anche qui con la sua varietà di colori, tenui ma precisi, studiati con esattezza e minuzia estrema.

Dopo la pausa, si riprende con una seconda parte di carattere molto differente, che privilegia gruppi di piccoli brani di breve durata di Rachmaninov e Skrjabin. Si parte immediatamente con tre Preludi del primo autore, in cui finalmente il pianista può sfogare l’impeto del forte, pur mantenendo la sua intima espressività. Proseguiamo dunque con una trascrizione redatta da Volodos stesso della Romanza op.21 n.7, un breve gioiello in cui si abbandona a un lieve lirismo quasi fatato. Il momento di sospensione magica è interrotto dal potere seduttorio della famosissima Serenata op.3 n.5, con le sue melodie orientaleggianti e il suo ritmo coinvolgente, nonché i virtuosismi man mano sempre più accentuati. L’excursus su Rachmaninov si conclude quindi con l’Etude-tableau op.33 n.3, dal carattere più introspettivo.

Passiamo dunque a Skrjabin, di cui ci propone altri sei brani molto particolari. Iniziamo con la brevissima Mazurka in mi minore op.25 n.3, con la quale possiamo assaggiare per un attimo il ritmo di danza incastonato tra le dissonanze. Accarezziamo poi la tastiera grazie alla successiva Caresse dansée op.57 n.2, in cui Volodos sembra quasi volare con le sue mani estremamente delicate, e poi rimaniamo sospesi con l’Enigme op.52 n.2, che indugia su sonorità in movimento, senza precisa direzione. Si termina quindi con una conclusione spettacolare: il pianista esegue le Due danze op.73, per poi snocciolare una a una ogni sua abilità, virtuosistica e non, con Vers la flamme op.72, incendiando il pubblico, la tastiera, e sicuramente le sue stesse mani.

Con un epilogo del genere, gli applausi scrosciano da ogni direzione e non si fermano, tanto che Volodos decide di donarci ben cinque bis, altre cinque perle del suo vasto e vario repertorio. Tra questi, spicca l’Intermezzo n.6 dall’op.118 di Brahms: possiamo apprezzare l’espressività quasi struggente che il pianista fa scaturire da questo dolorosissimo mi bemolle minore e, ancora una volta, l’enorme gamma di dinamiche che riesce a ottenere in unico breve brano.

Il pubblico, tuttavia, non si dimostra più di tanto rispettoso, e si divide tra chi cerca di godersi in religioso silenzio questo regalo inaspettato, chi scappa via dal teatro anche durante le esecuzioni e chi intima di fare silenzio con dei fastidiosissimi “ssh!”. Davvero l’unica piccola nota di demerito della serata, insieme al fatto che l’architettura del teatro non rende pienamente giustizia alle possibilità dinamiche dello Steinway Grancoda che ospita, poiché i fortissimi si perdono parzialmente nelle ultime file della platea, così come nel settore superiore. Questo, tuttavia, non è affatto sufficiente per rovinare neanche di un centesimo lo splendido concerto di un pianista eccezionale, che speriamo continuino sempre a invitare: ogni anno potremmo scoprire una nuova sfumatura nelle miriadi di colori che ci offre.

Elena Cazzato

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