Fissare il suono: gli studi Fonoprint.

Attivi dal 1976, gli studi Fonoprint sono fra i primi studi di registrazione di Bologna per esperienza e caratura. Buona parte della storia musicale bolognese è passata da qui: da Dalla a Guccini a Vasco, Carboni e Cremonini. Oggi offre studi di registrazione, mastering e produzione audio/video, oltre a corsi di formazione per tecnici del suono.

Parliamo di tutto questo con Maurizio Biancani, sound engineer e socio fondatore degli studi.

Ciao Maurizio, per iniziare: una brevissima introduzione della vostra storia come Fonoprint e di cosa fate al giorno d’oggi?

Ciao! Allora, noi siamo nati nel 1976 tra via Nazario Sauro e via Galliera, siamo rimasti lì alcuni anni e poi ci siamo trasferiti in via Coltelli, che è stata la nostra sede più storica.

Da lì la Fonoprint ha cominciato ad avere nome, a essere frequentata dagli artisti italiani – bolognesi prevalentemente ma non solo – e siamo diventati un polo un po’ a parte, perché allora la musica si faceva principalmente a Milano e a Roma, non c’era altro.

Noi improvvisamente siamo esplosi come fenomeno alternativo per poter registrare professionalmente e dal 1990 siamo qui, dentro a questa sede in via Bocca di Lupo. Questo spazio l’abbiamo trasformato completamente – in realtà è un convento, siamo in affitto dalle suore – l’abbiamo reso comodo per le nostre attività e da qui siamo diventati la Fonoprint.

L’anno scorso abbiamo festeggiato i 40 anni di attività e siamo diventati anche una realtà museale, il Museo del suono e della canzone. Il Comune di Bologna ha voluto collaborare con noi per questa cosa, omaggiarci per i 40 anni di supporto culturale, di attività che abbiamo dato alla città come impresa e quindi adesso facciamo anche visite guidate, una serie di attività in accordo col Comune in maniera tale da illustrare un po’ la nostra attività.

Poi naturalmente continuiamo a lavorare per conto terzi per i nostri clienti, quindi facciamo ancora registrazioni, mixing, mastering, audio/video, adesso abbiamo aperto anche una radio web, Radio Fonoprint, che sta prendendo piede in questi giorni.

Abbiamo diversi ragazzi che si occupano di espandere le attività della Fonoprint, io mi sono ritagliato, dopo tutti questi anni, un mio spazio che è prevalentemente il mastering. E tutta la parte educativa, dei corsi.

Parliamo un attimo dei corsi, quando ti capita di avere a che fare magari con studenti del conservatorio, che pregi e difetti trovi nella loro preparazione?

Quello che ho potuto notare in generale – abbiamo avuto anche tante persone che venivano dal DAMS per esempio – è che manca assolutamente tutta la parte pratica, è tutto molto teorico, spesso i ragazzi che partecipano ai corsi mi dicono “noi tutte queste cose che ora stiamo guardando le sapevamo solo così, per sentito dire”. Non c’è un’integrazione con la realtà.

Le cose non possono essere solamente lette su un libro o raccontate. Ci vorrebbero dei laboratori, basterebbe anche una cosa ridotta per avere comunque già l’impressione di stare effettivamente facendo delle cose di un certo tipo.

Per quel che riguarda la nostra attività, noi facciamo principalmente corsi per sound engineer da studio, anche se da due anni a questa parte abbiamo ottenuto il riconoscimento regionale, siamo diventati partner della comunità europea e facciamo corsi per live engineer finanziati dall’amministrazione. Si tratta di bandi specifici per la cultura, prepariamo ingegneri del suono per spettacoli dal vivo.

Quindi siete comunque collegati all’amministrazione locale e regionale. Che rapporto c’è fra di voi?

Sì, in realtà lo siamo diventati solo negli ultimi 3-4 anni. Prima ne siamo stati sempre molto distanti: il privato era il privato e l’amministrazione era l’amministrazione. Poi da tre anni a questa parte la struttura societaria della Fonoprint è cambiata e ci siamo allargati a rapporti con l’amministrazione comunale. Quindi c’è stato il discorso del museo, il discorso dell’accredito presso l’UE per fare i corsi… Abbiamo cambiato un po’ indirizzo e siamo diventati più parte della realtà “bolognese”.

Nel bene e nel male eh, da un lato è una cosa che ti dà delle opportunità che come privato non potresti avere. Per esempio questi corsi per il live non li avremmo mai potuti fare, io avevo già provato a impostarli privatamente ma sarebbero costati una cifra che i ragazzi non si sarebbero mai potuti permettere: per questo corso ad aprile avremo in affitto un teatro per sei giorni, a Cento, con tutto l’impianto montato, un service a disposizione… Questo ci dà la possibilità di fare qualcosa di vero, impostiamo uno spettacolo, l’allestiamo, faremo anche una data zero.

Quindi facciamo una cosa reale, e questa è una cosa che puoi fare solo se hai dei fondi che fan sì che i ragazzi non debbano pagare migliaia di euro al mese.

Parlando degli aspetti economici, è ancora possibile mettere su uno studio come la Fonoprint?

No. Adesso come adesso, finanziariamente sarebbe impossibile, oltre a essere la cosa più sbagliata anche dal punto di vista imprenditoriale: i costi sono nettamente superiori a qualsiasi tipo di ricavo in questo momento. L’industria discografica è cambiata enormemente rispetto a quello che poteva essere a livello di introiti fra gli anni ’70 e i primi ’00.

Adesso lo streaming o il download digitale, che tra l’altro è anche in calo, non permette all’industria discografica di avere un fatturato sufficiente da consentirti la creazione di questo studio. Il fatto che la Fonoprint esista già ci permette di continuare a lavorare, ma se adesso dovessimo impostare un’attività, comperare queste macchine (o analoghe), fare l’investimento necessario a trattare acusticamente questo luogo e sostenere le spese di un’installazione industriale di questo genere non ce la faremmo mai.

Si poteva fare negli anni ’90 quando noi abbiamo creato questa struttura perché lavoravamo 24 ore su 24, su due studi. Facevamo i turni e i clienti erano a rotazione. L’industria discografica aveva budget nettamente superiori e c’erano tante cose da fare che potevano essere fatte solamente in studio di registrazione. Adesso i budget si sono ridotti a zero e buona parte delle cose che si fanno si fanno in casa.

Ma se questo non è più possibile, che cos’è possibile fare?

È possibile lavorare in un’altra maniera, cercare di fare il meglio con delle produzioni proprie all’interno di situazioni che non garantiscono, però, questo livello di qualità.

Il vero problema è che l’impoverimento di tutto il settore ha portato anche a un impoverimento della qualità in generale: produttiva e tecnica, tutte e due le cose naturalmente hanno avuto un abbassamento qualitativo. E questo io lo noto tantissimo avendo comunque un’esperienza nata in un momento che era il periodo “magico” di questo lavoro.

Adesso invece è tutto molto diverso. È chiaro che noi ci permettiamo ancora di utilizzare tutte queste attrezzature perché lavoriamo ancora con dei clienti che sono nati in un altro periodo e adesso sono i big del settore, stiamo parlando di Vasco Rossi piuttosto che di tutti gli altri che hanno questa caratura. Lucio Dalla è stato, fino al giorno della sua morte, un nostro socio.

Quindi avevamo – e abbiamo tutt’ora – la possibilità di lavorare con delle realtà che ancora possono permettersi l’utilizzo di queste macchine, ma stiamo andando verso un mondo dove sarà sempre più difficile.

Ok, a parte ovviamente la qualità tecnica elevatissima, che cosa mi dà il venire qui alla Fonoprint visto che, appunto, mi è possibile fare una buona parte di quello che mi serve a casa mia, spendendo molto meno? Chi viene qui alla Fonoprint perché viene qui?

Perché c’è un surplus. Prima di tutto quello che ha sempre funzionato all’interno di questi studi è anche un’atmosfera che ti porta ad avere una concentrazione, un rapporto con i musicisti, quel qualcosa in più che è empatia verso tutta una situazione…

E poi tecnicamente qua c’è il top, svariate macchine analogiche ancora in perfetto stato, ed è comunque nettamente diverso che lavorare all’interno di un computer. Outboard di tutti i tipi che sono il sogno di chiunque invece dei plug-in. E poi una sala di ripresa acusticamente studiata in maniera che le sonorità vengano ancora come le grandissime produzioni richiedono. Questo è il discorso. A casa propria si hanno sempre dei limiti, non c’è niente da fare.

Qua puoi raggiungere – se il progetto lo richiede e parte già con queste prerogative – quell’eccellenza di suono e di risultato che altrove non potresti avere, grazie anche ai nostri tecnici che con queste macchine sanno lavorare, sfruttarle al massimo. È un salto di qualità comunque notevole.

Quindi c’è comunque ancora spazio per degli studi professionali?

Beh all’estero, dove la musica ha ancora un mercato abbastanza florido, lavorano ancora tutti tantissimo. Ma da noi, dove si vendeva negli anni ’80 un milione di copie oggi se ne vendono 50.000, 100.000 quando va benissimo… Molti sono già stracontenti con 10.000.

È chiaro che il mercato non ha più possibilità di sostenere spese di questo tipo, mentre all’estero ancora sì. Quindi anche i grossi studi là continuano a essere utilizzati perché le grandi produzioni sanno benissimo che all’interno di questi studi il risultato è facilmente raggiungibile.

Lo si può raggiungere pian piano anche – non dico a casa tua ma nel tuo home studio evoluto – ma diventa tutto molto più complicato. Chiaro che, oggi, lo studio a casa tua ti permette con una spesa molto minore di avere una grande sperimentazione, perché puoi starci anche un anno per realizzare un prodotto. Qui no, un anno qua dentro sarebbe una follia per chiunque. Però organizzandosi bene, facendo pre-produzioni di un certo tipo, quando arrivi qui e metti in bella copia il tuo lavoro, improvvisamente fai quel salto in più che ti permette di avere quel suono – chiamiamolo “internazionale” anche se non è la parola adatta – che ti permette di poter fare confronti con le migliori produzioni in giro per il mondo.

E tutto questo come ha cambiato il tuo lavoro?

Fino a vent’anni fa gli album si realizzavano davvero in studio. Il gruppo arrivava insieme al produttore o all’arrangiatore, si guardavano gli accordi della canzone, si faceva la stesura del pezzo… Intanto il gruppo si immaginava le cose, le provava, e la canzone veniva creata come in una specie di cooperativa del suono, dove c’era tanto impegno da parte di tutte le persone coinvolte.

Adesso è cambiato tutto: la pre-produzione viene fatta a casa, si arriva qua con già tutto scritto: “questa è la parte, questa è la batteria fatta in elettronica, adesso c’è il batterista vero che la risuona…”. C’è molta meno creatività, in questo senso.

E anche per i fonici, lo posso vedere dal mio punto di vista tecnico, c’è molta meno possibilità di sperimentazione, meno tempo a disposizione. È diventato tutto molto standard, si è ridotto il lavoro a una catena nella quale “prima si fa questo, poi questo poi quell’altro…”.

Io ci mettevo una giornata per fare i suoni della batteria, ed era perfettamente logico per un produttore darmi quel tempo lì. Adesso in una giornata si fanno 7/8 batterie, un album intero. Quindi i suoni sono standard, io so già che sono quelli, verranno discretamente bene naturalmente, ma manca quel quid in più che era “oggi sperimentiamo una cosa diversa e troviamo un sistema diverso per tirar fuori quella sonorità.”

Questo per quanto riguarda il punto di vista “tecnico”, ma pensa anche dal punto di vista musicale quanto questa cosa penalizzi: tutto deve essere realizzato velocemente, a tavolino, non si lasciano più così liberi i musicisti di creare. Poi ovviamente ci sono ancora generi musicali e gruppi che sperimentano, fanno… Però vedo che poi a un certo punto l’industria non gli dà la possibilità di fare il salto successivo.

Dal punto di vista privilegiato di questo studio, come ti sembra la situazione musicale a Bologna oggi?

Mah, principalmente sono i ragazzi più giovani, che magari sono usciti dai miei corsi e che lavorano qui insieme a me che frequentano tutto il panorama più moderno, attuale. Purtroppo in molti non hanno la possibilità di frequentare il nostro studio perché noi siamo un po’ fuori budget, ci siamo un po’ confinati in una realtà di livello un po’ più elevato che ci permette di sopravvivere, di coprire anche i costi di gestione di questo studio che sono molto alti: svariati dipendenti, un sacco di spazio, di cose da tenere funzionanti, aggiornate, al massimo del livello qualitativo. Purtroppo siamo quindi un po’ slegati dalla realtà attuale.

Quindi voi riuscite a sopravvivere perché c’è ancora una generazione di artisti che lavora a determinati standard, ma da qui a vent’anni come vedi la Fonoprint?

Temo che le cose cambieranno ancora di più, nel senso che quando questi personaggi smetteranno di fare dischi io spero che ci sia un ritorno dell’industria discografica che permetta anche a quelli che stanno facendo musica attualmente di tornare a utilizzare queste apparecchiature. Noi al momento continuiamo a lavorare nella maggior parte dei casi con quelli del passato. Questo è un po’ una pecca di tutto questo sistema per com’è impostato adesso, e mi dispiace. Però al momento è l’unica maniera per farlo funzionare.

Poi noi facciamo anche pacchetti “promozionali”, facciamo venire gruppi che coinvolgo nei miei corsi e gli facciamo dei lavori discografici a prezzo scontato… Cerchiamo comunque di rimanere aperti e di fare delle cose che funzionino, però non è la realtà che mi piacerebbe avere. Negli anni ’70-‘80 qua avevamo quelli che nascevano allora e che poi sono diventati i grandi, dopo questa cosa non c’è più stata qui all’interno.

Ma se uno studio come questo non è più sostenibile, questo vuole anche dire che non si può più garantire quella professionalità e quel livello qualitativo. Davvero il panorama è allora destinato a declinare?

Lo temo molto. Io ho questa visione, perché mi scontro tutti i giorni con certe questioni. Spero vivamente ci sia qualcosa che porti l’industria discografica a essere più florida. Adesso lo streaming è l’unica cosa che sta funzionando e che sta crescendo. C’è un minimo di ritorno del vinile ma stiamo parlando di nicchie che non permettono di stare in piedi.

Se i diritti dello streaming e il fatto che lo streaming è una cosa mondiale riusciranno di nuovo a garantire all’industria discografica e agli artisti stessi gli introiti necessari a potersi permettere uno studio di questo tipo, continuando a poter mantenere in piedi strutture come la nostra e a crearne finalmente di nuove, allora ci potrà essere un ritorno florido sotto tutti i punti di vista. Secondo me la qualità tecnica va di pari passo anche con la possibilità della gente di creare artisticamente delle cose. Sono le due cose insieme che devono funzionare.

Come Fonoprint voi avete anche un’etichetta, delle edizioni?

Sì abbiamo un’etichetta con la quale, faticosamente, da 2-3 anni stiamo cercando di fare delle cose. Sbagliando, come tutti gli inizi, e adesso prendendo delle strade nelle quali cerchiamo di valorizzare delle cose sempre più giovani e attuali. Cerchiamo di mettere in piedi delle iniziative, di portare avanti delle cose, come ad esempio un festival che si chiama BMA.

È un festival della musica d’autore che quest’anno è arrivato alla terza edizione, siamo nati nel piccolo e andando avanti cerchiamo di rivalutare tutta quell’ambito musicale in cui il testo è importante tanto quanto la musica. Bologna è sempre stata florida in questo genere, abbiamo avuto Guccini, Dalla, Carboni… Stiamo cercando di risollevare anche questa realtà che è stata completamente dimenticata. Si tratta di un genere che per noi era molto rilevante, sia dal punto di vista artistico che di numeri, ma che è completamente stato dimenticato.

Insomma, ci stiamo impegnando, anche tutti i corsi che facciamo sono fatti in funzione di non far perdere alle persone la cultura di questo mestiere, di fargli capire che non può essere fatto solamente in casa, con un computer, nella tua cameretta con le cuffie, perché viene fuori un’altra cosa. Per quanto tu possa essere bravo, comunque quello è un limite. Il non frequentare uno studio, il non poter utilizzare un certo tipo di struttura e di macchine non è solo una libidine per un qualche audiofilo, c’è proprio un qualcosa in più, non c’è nulla da fare.

E come definiresti il tuo lavoro, il ruolo del sound engineer?

È strano, è una cosa ancora molto aleatoria, spesso non si sa bene che ruolo abbia. Però io ho lavorato tanto all’estero e mi sono accorto che in giro per l’Europa o negli Stati Uniti la figura del sound engineer è un po’ come essere un commercialista o un avvocato, la conoscono tutti.

Per me la figura del sound engineer è importante non solo tecnicamente, io l’ho sempre considerato come il trait d’union tra l’artista e il risultato finale del lavoro. Il fonico dev’essere anche un musicista, deve avere una cultura musicale e una sensibilità notevole perché è quello che traduce tecnicamente le idee di altri che magari le hanno solo nella propria testa a livello di struttura musicale.

Quindi secondo me è una figura che va inquadrata non solo nel fatto che io conosco cosa significa girare questi potenziometri, ma anche in come io uso le orecchie e ascolto musicalmente il prodotto che viene fuori. È quello che cerco di far capire ai ragazzi che fanno i miei corsi: consideratevi sempre degli artisti, perché lo siete come quelli che frequentano gli studi e hanno creato la canzone. Uno ha il talento di scriverla e di cantarla, voi avete il talento di tradurre con le vostre macchine la musica che viene poi portata al grosso pubblico. Altrimenti bisognerebbe solo esibirsi live, se non ci fosse la possibilità di registrare. Questo secondo me è un messaggio fondamentale da dare.

Un’altra cosa sulla quale io ultimamente sto cercando di impostare molto il nostro lavoro è il fatto che abbiamo trascurato enormemente la cultura dell’ascolto.

Negli anni ’70 tu andavi a prendere un vinile – che era l’unico supporto “decente” per ascoltare musica – te lo portavi a casa, molte famiglie avevano un impianto stereo, un giradischi, un amplificatore, due casse… Si metteva su il disco e lo si ascoltava, io facevo delle sedute con dei miei amici nelle quali mettevamo su il disco della settimana e ce lo gustavamo con un’attenzione all’ascolto, poi se ne parlava… Era tutto un processo culturale, mentre ora la musica viene presa a spizzichi e bocconi, intanto che si fanno altre cose: la si ascolta in macchina malamente o con degli auricolari pessimi, dopo 30 secondi se un pezzo non mi convince passo a quello dopo… Non gli diamo più l’importanza che gli davamo una volta, forse anche perché una volta non c’erano altre cose: non c’erano i computer, non c’era il web, non c’era la Playstation, in televisione c’erano 3 canali in bianco e nero che interessavano relativamente, quindi la musica era estremamente importante, era fondamentale nella propria cultura giornaliera.

Il ruolo della musica stessa nella nostra quotidianità è diventato estremamente meno importante adesso, nonostante oggi l’offerta musicale sia tale da poterla ascoltare durante tutta la giornata, mentre una volta questo non era possibile. Solo che nella maggior parte dei casi è un ascolto distratto.

Questo però vuole anche dire disimparare a fare dei paragoni fra un suono bello e uno meno bello: se continuiamo ad ascoltare degli mp3 dentro degli auricolari distorti è chiaro che poi quando ci mettono di fronte un impianto come il nostro qui non siamo capaci di valutare se questo è meglio o peggio. È diverso, ma non si riesce a capire. Mentre la cultura dell’ascolto una volta ti permetteva di dire “sai che queste casse sono eccezionali” oppure “questa testina suona benissimo”… La gente parlava di questo, adesso sono discorsi fantascientifici.

Infatti adesso con questo discorso del museo stiamo anche facendo delle sessioni di ascolto fatti nella nostra sala mastering, che credo sia proprio un’eccellenza dal punto di vista della qualità dell’ascolto.

Attenzione però, non bisogna ascoltare la musica per ascoltare l’impianto, “le mie casse”. Prima bisogna ascoltare la musica, poi bisogna veicolarla attraverso dei sistemi d’ascolto. Molte volte si confonde il bell’ascolto con l’impianto eccezionale, ma questo non vuol dire niente.

Pian piano vorrei cercare di riappassionare la gente a queste cose. Nel mio piccolo sto cercando di portare avanti questi principi anche con i ragazzi che frequentano i miei corsi. Perdo sempre un sacco di tempo a fargli sentire delle cose, non a parlare di lancette e di Hz e di Db. Quelli li leggi sui manuali, non m’interessano così tanto, è una cosa diversa. E fortunatamente vedo che le persone che vengono qui, anche molto più giovani di me, si appassionano e portano avanti queste cose che cerco di fargli capire, quindi trovo ancora degli adepti che portino avanti questi discorsi.

Tobia Bandini

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