Concerto di Primavera… ma non troppo…

L’inverno appena trascorso, mite all’inverosimile, cede il passo a una primavera che ci ha preso altrettanto di sorpresa, tanto è stato il freddo su cui si è aperta. Ben meno fredda – e giustamente – l’accoglienza del nostro pubblico di aficionados all’ultima produzione del Conservatorio: concerto di primavera, appunto con l’orchestra del «Martini» diretta dal maestro Alberto Caprioli, con una dedica alla memoria del professor Andrea Emiliani, storico dell’arte, inventore dell’Istituto dei beni culturali della regione, di recente scomparso.

Musiche di Mozart e Schubert. Austria, morbida luce, dolce malinconia. E la suggestione primaverile non tarda a farsi largo: verrebbe quasi da chiedersi, insieme con un Lied di Franz: «Frühling, sind das alle deine Blümelein?» Ognuno a modo suo, però…

La Basilica dei Servi, da sempre tempio d’elezione della grande musica nella nostra città, è piuttosto piena, questa sera (26 marzo); sobri saluti (predica corta, tagliatella lunga) e si parte.

Apre il concerto l’aria mozartiana Rivolgete a me lo sguardo KV 584, brillante e spassosa. Perdiamo quasi tutte le parole del baritono Wang Ziqi, risucchiate senza pietà dalle gotiche volte. L’acustica è davvero di difficile gestione: molto riverbero, i suoni si assommano e confondono facendo perdere, ahinoi, gran parte della brillantezza delle esecuzioni. Peccato.

Si prosegue, sempre a braccetto del salisburghese, con il Concerto per oboe e orchestra in Do maggiore KV 314, pietra miliare del repertorio oboistico di sempre. Ne ho parlato, i giorni prima del concerto, con Giacomo Marchesini, stasera solista davvero valente in questa pagina così bella.

«Questo brano» mi dice «pone davvero mille difficoltà, specialmente per quanto riguarda il fraseggio. Bisogna essere eleganti e leggeri, ma soprattutto bisogna rimanere lucidi a lungo: le occasioni di prendere fiato un attimo sono davvero poche!». Alla domanda su come sia stata l’esperienza di solista con (contro?) l’orchestra, risponde: «un’esperienza così si fa fatica a dimenticarla, soprattutto se pensi che hai tra le mani una delle composizioni più importanti del repertorio del tuo strumento». E bene venga questo senso di missione, soprattutto se la si porta a termine con tanta disinvoltura!

Ma le atmosfere gaudenti da passeggiata sulla Salzach cedono presto il passo ai due stupendi movimenti della sinfonia Incompiuta di Schubert. Qualcuno ha detto un’esecuzione un po’ lenta; non troppo, a mio giudizio, considerando l’acustica con cui la nostra orchestra ha dovuto scontrarsi; così si è sentito tutto, e nulla, proprio nulla, è finito liquefatto in un magma di suoni.

Poco da dire sulla statura di questo lavoro, quanto mai intrigante e fascinoso in grazia del suo modernissimo non finito. Un grande punto interrogativo consegnato al pubblico, cosicché ognuno di noi provi le sue risposte. O si accontenti di rimanere sospeso a bocca aperta come davanti a qui misteri della vita che forse vale la pena di lasciare tali.

Giorgio Musolesi

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