L’oratorio “Solomon” di Händel inaugura Bologna Festival

 #1. Non tutto oro è quel che luccica.

Händel la fa da padrone in questa trentottesima edizione del Bologna Festival. Infatti, oltre a essere, nel prossimo autunno, protagonista con il gigantesco coetaneo in Bach versus Händel – all’interno della rassegna Il Nuovo l’Antico ̶ il suo Solomon ha inaugurato la sezione Grandi interpreti, martedì 20 marzo, primo concerto in assoluto della stagione 2019 (qui la stagione completa https://www.bolognafestival.it/it/grandi-interpreti/). Una grande aspettativa, dunque, per questo appuntamento; anche per altre ragioni: innanzitutto la produzione di un titolo in esclusiva per il pubblico bolognese del teatro Manzoni; in secondo luogo, la difficoltà di veder figurare questo stesso titolo nelle programmazioni italiane; infine, l’invito di un ensemble affiliato all’autorevole tradizione interpretativa mitteleuropea, storicamente informata.

Peccato che Die Kölner Akademie, coro e orchestra guidati dal direttore statunitense Michael Alexander Willens, abbia solo parzialmente mantenuto le promesse lusinghiere vagheggiate nell’attesa.

Bologna – 20/03/2019 – il M° Michael Alexander Willens conduce Die Kolner Akademie Chorus und Orchestra nel concerto inaugurae del Bologna Festival 2019 all’Auditorium Manzoni (Photo by Roberto Serra / Iguana)

Innanzitutto il numero degli strumenti. Tre violini per fila, un violoncello e un contrabasso sono pochi anche per il più fervente dei filologi. Certamente quella del numero di elementi nelle orchestre barocche è questione scottante, su cui la filologia musicale indaga con esiti discordanti e con instancabile spirito di ricerca. Non vuole essere un gesto di presunzione quello di chi scrive, tantomeno nei confronti del consort tedesco, il quale persino nella presentazione online rimarca l’attenzione impiegata di volta in volta nello studiare il busillis numerico (https://koelnerakademie.de/). Ma resta la semplice constatazione dei fatti e, oserei dire, delle orecchie, che hanno accusato una evidente miseria e squilibrio sonori, dichiarati soprattutto dal contrasto con la stessa scrittura dei passaggi händeliani. Bada bene, non si tratta del gusto di Händel per i volumi ipertrofici, così come si compiacciono di affermare in molti, in maniera altrettanto arbitraria; bensì l’universale regola per cui ogni figura retorica chiama il suo effetto e ogni effetto i suoi mezzi. L’indirizzo generico della riduzione dell’organico sembrava più una posa che un dovere e, diciamocelo, forse forse una necessità di altra natura.

Inoltre, altra nota di demerito: non solo pochi elementi, ma per di più aggiunti. Erano in molti infatti, gli strumentisti esterni al gruppo dei tedeschi, musicisti italiani, volti facilmente riconoscibili nel ristretto giro della musica antica nel nostro paese. Ma riconoscibili anche per bravura e piglio – detta senza alcuno sciovinismo ̶ decisamente più vivaci in confronto all’impostazione dei colleghi di Colonia. Non basta in effetti affidarsi al conforto di una edizione critica, un arco dalla curiosa forma passata o lo svuotamento dei bassi ̶ ci sarebbe da dire molto anche sulla “semplicità” del continuo ̶ per fare di una esecuzione una interpretazione storicamente fondata. Sono piuttosto le prassi a restituire il senso idiomatico dell’opera.

In questi giorni, su Chorus abbiamo ricordato Harnoncourt , un maestro che si è scagliato contro le convenzioni, gli errori della tradizione, e se ha lasciato un messaggio, questo è di guerra a ogni leziosità. Insegnamento non sempre accolto dai cosiddetti interpreti filologicamente consapevoli. Alla luce di ciò, più che musica antica, il Solomon sembrava musica vecchia, priva di contrasti emozionali e suggestioni atmosferiche, che pure esistono nelle partiture e nelle testimonianze d’epoca. In extremis, e a scanso di equivoci, ci tengo a chiarire che non si tratta di una critica all’approccio filologico, che anzi sostengo vivamente.

I solisti (Marian Dijkhuizen, Solomon; Bethany Seymour, Queen of Sheba; Hanna Herfurtner, Solomon’s Queen; Mark Heines, Zadok) non rallegravano il tono dell’interpretazione: voci per lo più risicate, sia nel suono che soprattutto nell’espressività – assolutamente inspiegabile sulla vocalità händeliana. In difficoltà il tenore Mark Heines in numerosi passaggi, mentre bello il colore e, tutto sommato, l’intenzione del mezzosoprano Dijkhuizen.

Fortunatamente, con un colpo di reni, Händel stesso nel terzo atto dell’oratorio rende l’ascolto più intrigante con numeri di coro e arie in alternanza serrata rispetto gli atti precedenti, in cui un libretto encomiastico e dolciastro grava inesorabile e, chiedo scusa per l’eresia, anche il caro sassone si mette di traverso con tutta una serie di omaggi all’arte retorica del secolo, tanto che persino un tenore dall’ultima fila, appena a metà del primo atto, si concede uno screanzatissimo sbadiglio. Nel terzo atto invece, dicevamo, si riconosce la mano d’oro – indimenticabile l’aria della Regina di Saba Will the sun forget to streak – di un Händel più Re Mida che equilibrato Salomone, capace di bastare a sé stesso e di salvare la serata indorandola col semplice suo tocco.

Diego Tripodi

#2. In Arcadia, re Giorgio

Felice il popolo governato da Salomone, re saggio, che riporta tra gli uomini l’Età dell’Oro. Sovrano che risolve in modo giusto ogni conflitto. Principe che la natura compiace con i suoi più melodiosi canti e che illustri, mitici governanti stranieri, carichi di beni preziosi, onorano.

Il Solomon di Händel, su libretto di anonimo, variamente attribuito, fu scritto nel 1748 e rappresentato al Covent Garden l’anno successivo. Rappresenta un mondo arcadico, una felice isola d’utopia realizzata dal Buon Governo. Per il pubblico borghese, dedito alle attività economiche in agricoltura, nell’industria, nei traffici, tale Arcadia era non rimembranza di antichi idilli pastorali classicisti ma realtà nutrita dalla politica di Giorgio II, re regnate di Britannia, che aveva appena vinto, sul continente, partecipando egli stesso a un’importante battaglia, la guerra di successione austriaca e che in patria era riuscito a mettere a tacere per sempre (?) le rivendicazioni al trono della parte scozzese e cattolica degli Stuart. La Britannia degli Hannover si apprestava a essere Grande con l’estensione dell’Impero, nelle Americhe (a lui è intitolato lo stato nordamericano della Georgia), in India e altrove. Le campagne, con gli enclosure acts analizzati da Karl Marx nel primo libro del Capitale, si stavano accentrando nella mani di aristocratici e ricchi borghesi, che sottraevano le terre comuni ai contadini, rendendole più produttive. Creando, invero, quell’esercito di disoccupati e mendicanti che diventerà lo scenario delle città in molta letteratura inglese.

Re Saggio, inaugurazione di un’ennesima nuova Età dell’Oro. Händel – tedesco come il sovrano – compone, in questo caso, un’opera nettamente encomiastica, di regime, come forse è sempre la grande musica che dipende dal mercato. Trasfigura, proietta il sovrano reale nel mitico Salomone, che basa la solidità dello stato su quella coniugale, dirime la disputa tra due meretrici sul possesso del figlio con una decisione di lungimirante umanità, riceve i preziosi omaggi della regina di Saba. Ne fa un esempio mitico che ha la propria cifra retorica nell’applauso, corale e solistico, nell’encomio o nell’idillio, appena incrinato e subito risolto dalla lite tra le due donne, di infimo rango, e da un solo momento drammatico nel terzo atto, un’apparizione, un’evocazione lacerante della guerra, della furia, degli eserciti, da rimuovere subito, da negare, per riaprire immediatamente le strade alle consolazioni dell’armonia.

Dopo Händel la musica inglese dovrà aspettare quasi due secoli per trovare voci vive, originali: la letteratura in parte si perderà in una lunga Arcadia, scossa da irregolari quali Mary Shelley e consorte, Georg Byron e Oscar Wilde, che rompe dall’interno, per saturazione dandystica, la misura – l’Arcadia – vittoriana. Dovrà venire la guerra mondiale, il massacro nel fango delle trincee, per disperdere quell’aria di felice sicurezza, di compiaciuto dominio espresso nell’inno Rule, Britannia! di nove anni precedente il debutto del Solomon. E poi Brexit

Massimo Marino

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