J.S. Bach: ghematria, doppio genetliaco e intelligenza artificiale

Il nostro caro e diletto J.S. Bach non si smentisce mai. Egli ha disseminato i suoi divini capolavori di reconditi significati, facendo permeare di sé stesso le sue ineffabili e celesti architetture musicali. Bach, come è noto, spesso si firma all’interno delle sue composizioni, utilizzando alcune note musicali: B (si bemolle) – A (la naturale) – C (do naturale) – H (si bequadro). Non soltanto i suoi brani ci appaiono come grandiose costruzioni degne di un Partenone o di una piramide d’Egitto. Vi è un quid pluris. Dentro i suoi brani vi è una ben precisa e studiata costruzione numerico-simbolista.

A tal uopo Bach si erge, a buon diritto, a Demiurgo, dal cui pneuma miracolosamente promanano cifrature cabalistiche che vanno a costituire le fondamenta dell’edificio bachiano, che sotterraneamente rifulgono e al contempo lo circonfondono di un’aura sacrale; tali cifrature divengono mirabilmente e inevitabilmente oggetto di una mistica ermeneutica da parte dell’esecutore, sacerdote che revivisce la laconica facondia bachiana.

Bach impronta i suoi capolavori dell’antichissima scienza teologica della ghematria, per cui, semplificando, a una lettera dell’alfabeto corrisponde un numero.Si pensi, ad esempio, ai corali organistici. Egli spesso impiega alcune figurazioni musicali a fini retorici, come quella che segue. A ben vedere, se uniamo idealmente il la al sol e il si al fa#, si forma una croce.

L’utilizzo di questa figurazione non è certamente casuale, ma vuole in qualche modo tradurre in musica il significato del testo del corale.

Descrivere qualcosa con siffatta icasticità e plasticità, con un effetto sì nobilmente rappresentativo, talché la croce appaia ai nostri occhi, è detto ipotiposi.Ed è forse casuale che tale figurazione compaia 14 volte all’interno del corale (in questo caso Nun komm, der Heiden Heiland, BWV 599), se il nostro pensiero si volge al fatto che B corrisponde al numero 2, A al numero 1, C al numero 3, H al numero 8, la cui somma dà 14 (B+A+C+H, ossia 2+1+3+8)? Ovviamente no. Ogni brano è dunque il frutto più maturo di una fervente, geniale e finanche vivida cogitazione degna della precisione di un alchimista, costituisce il risultato dialettico del percorso ideale dello Spirito, il punto in cui esso giunge alla coscienza di sé medesimo, garantendo la più perfetta osmosi tra ciò che è razionale e ciò che è reale.

Bach non soltanto ha irradiato i suoi brani di significati che vanno metafisicamente al di là del pentagramma, ma, con la sua nascita, ha ingenerato inconsapevolmente un enigma concernente sé stesso! J.S. Bach è nato a Eisenach, in Germania, il 21/31 marzo 1685. Ma perché due date? Sicuramente egli è nato ed è esistito (parafrasando Cartesio, cogitabat, ergo erat), ma non di certo e palingeneticamente due volte. O meglio, in realtà rinasce ogni volta che eseguiamo in maniera veramente degna le sue composizioni. Ma questo è un altro discorso.

È interessante notare che il calendario in uso fino alla seconda metà del Cinquecento era quello c.d. giuliano, introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C. Papa Gregorio XIII, per sopperire allo scarto esistente fra siffatto calendario e l’andamento dell’anno solare, emanò nel 1582 la bolla Inter gravissimas, con cui letteralmente e sostanzialmente eliminò dieci giorni dal calendario, considerando questo lasso di tempo tamquam non esset. Se oggi ci lamentiamo perché portiamo in avanti l’orologio di un’ora, beh, in questo caso le lancette sono state portate avanti… di dieci giorni!

Poteva mai la Germania protestante adeguarsi al calendario gregoriano? Ovviamente no. Restò infatti in vigore quello giuliano fino al Settecento. Non è scorretto affermare quindi che la Germania restava ben dieci giorni indietro rispetto agli altri luoghi. E così… doppiamente auguri Bach! Te li meriti veramente di cuore. 21 marzo per il calendario giuliano, 31 marzo per il calendario gregoriano.

Una piccola chiosa finale. In questi giorni abbiamo veduto spopolare sul web quel simpatico doodle di google che va ad armonizzare a quattro voci un canto dato dall’utente. Il sistema, in maniera “artificialmente intelligente”, armonizza le note inserite dall’utente in base ad algoritmi avvalentisi di una banca dati di più di trecento brani di Bach. Le sfide afferenti all’intelligenza artificiale sono davvero affascinanti: un computer può sostituirsi all’uomo? Fino a che punto? Può comporre come Bach o addirittura meglio? (Bisogna stare attenti a dosare le parole, si rischiano affermazioni eretiche! Senonché, se dico che Bach è irraggiungibile, sono rimasto nella ortodossia).

Rispolverando i ricordi dell’esame di informatica giuridica che ho sostenuto diversi anni fa all’Università, esiste una intelligenza artificiale forte (strong artificial intelligence) e una intelligenza artificiale debole (weak artificial intelligence).La prima si propone di creare calcolatori in grado di pensare come l’uomo, capaci quindi di stati cognitivi e di pensiero.La seconda ha come scopo quello di creare sistemi non cogitanti, ma che possano quantomeno simulare e imitare alcuni aspetti dell’uomo e dei suoi processi di cognizione (Cfr. Giovanni Sartor, Corso d’informatica giuridica. L’informatica giuridica e le tecnologie dell’informazione, vol. I, Torino, Giappichelli, 2008, pp. 213-216).

Se la macchina un giorno riuscirà a superare il famoso test di Turing (e ciò accadrà se l’uomo non sarà in grado di capire se le risposte che giungono da una stanza provengano da un uomo o da una macchina), allora si realizzerà una vera e propria intelligenza artificiale in senso stretto.

Avremo automi che sfornano in stile Bach e forse anche di meglio? Non credo proprio, sinceramente. In musica il pensiero è solo una piccola parte all’interno del processo compositivo, è la punta dell’iceberg, se vogliamo; come potrà la macchina simulare il sentimento, l’immaginazione, l’intuizione, la capacità di scorgere l’infinito e, soprattutto, amalgamare tutte queste qualità dell’uomo? Non guardarmi così, lettore, ti prego. Se avessi risposte certe, non ti postulerei la domanda.

Simone De Stasio

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