#1. Il dramma del padre

Per onorare la festa del papà, niente di meglio di un bel Rigoletto. Paparino ideale tutto tenerezza per una moglie che non c’è più e per una figliola che è unica ragione della sua vita, per il resto condannata ad un destino di falsità e bruciante insoddisfazione. Paparino ideale fintantoché la misura non è colma e il peso degli oltraggi non si fa soverchio, e allora comincia a farsi strada, in lui, il desiderio di vendetta. Un padre tenero e morbosamente geloso di quelli che Verdi ha sempre amato, tanto da farne un “carattere” sul cui genotipo si soffermò il Basevi in un saggio di tanti anni fa.

Sarà solo per caso che questa sera, 19 marzo, vada in scena proprio il lavoro verdiano che (forse soltanto con la Luisa Miller) vanta una tale centralità della figura paterna. Ma è un caso suggestivo.

Strana impressione per il pubblico alla prima: è lo stesso Rigoletto di tre anni fa! O meglio, stessa scenografia (Davide Amadei), nuova regia (Alessio Pizzech), più blanda: vino nuovo in otri vecchi? Quantomeno ci risparmiano Rigoletto in tacchi e calze a rete (ricordate?), per il resto soluzioni sceniche pressoché identiche. Qualche movimento ingessato, qualche infelice trovata: il duca che si fa bello mentre Gilda decanta il suo aspetto fa un po’ ridere, e a sproposito.

Bella l’interpretazione del tenore Stefan Pop, che si offre al Bibiena con una voce generosa e potente, pur indulgendo a volte, a puntature e acuti sguaiati. Gilda (Lara Lagni) e Rigoletto (Alberto Gazale) si riprendono alla seconda metà dello spettacolo mostrando di possedere voci discrete e una buona capacità interpretativa. Anche se talora la tensione scema clamorosamente: i minuti allora scorrono – ahinoi – logori e privi di impeto trascinante.

Spesso cantanti e orchestra sono completamente “fuori”, i diversi tempi si accavallano, le masse non si tengono insieme e, anzi, talora è fin smaccata la ragione tecnica del mancato amalgama. Su questo versante ben opinabile il lavoro del direttore (Matteo Beltrami), che per due ore si sbraccia con inutile enfasi; così da pregiudicare la nettezza dei sincroni e mortificare con pedestri suddivisioni il fluido procedere della cantabilità verdiana. Peccato perché alcune soluzioni timbriche e articolative erano belle, grigie e dignitose come si conviene a un’opera così.

Cala il sipario fra fin troppi applausi sulle bambole della stanza di Gilda e sulle pitture alla Giulio Romano che fanno da cornice a tutto l’impianto scenico. Sui mostri dipinti e su quelli che avremmo potuto vedere con maggiore chiarezza sul palco. Ma tant’è, e meno male che mostri così di solito non escono dal perimetro della finzione. Perché per essere padri come lo è Rigoletto, credetemi, il prezzo da pagare è troppo alto.

Giorgio Musolesi

#2. Horror vacui

Rigoletto non è più costretto, dal regista Alessio Pizzech, a indossare le calze a rete e i tacchi a spillo di un buffone queer. Qualcuno deve averlo consigliato, in vista della tournée di giugno in Giappone, di moderare la visione e di riportare a una deformità fisica la differenza del pagliaccio di corte. Ma la gobba no (fa troppo tradizione?): e allora è un arto ferito e atrofizzato, insieme a una valigia portata sempre con sé, in scene feroci e in momenti teneri, a rappresentare la sua condizione di maschera, ovvero di uomo che lotta contro una società che gli impone, per vivere, di essere diverso da quello che è, pronto subito a travestirsi. Ma lui si lascia volentieri corrompere, tranne superstiziosamente (ma siamo in un ottocento a tinte forti) rimanere vittima del fantasma minacciato da Monterone: la maledizione di un padre che ha visto la figlia violata.

Il Rigoletto rinnovato del Comunale – visto con il “secondo cast”, che consiste nella sostituzione per una sola sera dell’interprete di Gilda con Desireée Rancatore (copiamo dal libretto, proprio così, con tre e: con gli artisti melius abundare…) – risulta più asciutto, concentrato di quello del 2016: sul trono-letto, con il fondale mobile di un Giulio Romano (la caduta dei Giganti di Palazzo Te) virato in bianco in nero con inserti erotici – anche le donnine dell’orgia della corte di Mantova sono riportare a costumi in nero e rosso quasi minimali, rispetto alle colorate baldracche dell’altra edizione. Tutto sembra più cupo e asciutto, anche se il regista non si risparmia il vezzo delle controscene, in un’ansia di riempire certi vuoti che fa antifrastica simmetria con l’immobilità totale di buona parte del Trovatore di Robert Wilson che ha aperto la stagione. E allora, all’inizio dell’incontro feroce nella notte con Sparafucile, Rigoletto rimesta nella valigia famosa; all’inizio di “Vendetta, tremenda vendetta”, che non ci sarebbe bisogno di altro, c’è un triste corteo delle donnine di cui sopra avvilite come bambole rotte che sfilano portando via il telo rosso che rappresenta (!!!) la violazione della verginità di Gilda. E via così, in una concezione della regia come orpello, come sottolineatura simbolica (!!!) che non funziona più. Ma ora, per fortuna, questa tensione del pur interessante Pizzech è molto asciugata rispetto al 2016.

L’orchestra? Non si può che concordare con Musolesi. E aggiungere, forse, che in certi momenti, in certe posizioni degli attori arretrate, sovrasta le voci, sballa i volumi. E le braccia del direttore, Matteo Beltrami, dalla buca sembrano voler arrivare ai lampadari della scena

Molto bello l’arrivo del lupanare di Sparafucile su un barcone su uno dei corsi d’acqua che circondano Mantova: scena nera, che voca canali e nebbie, ricordando qualche film con Jean Gabin, qualche indimenticabile atmosfera di Georges Simenon. Molto potente la presenza di Maddalena, Anastasia Boldyreva, sulla tolda col duca. Gilda è brava e il Bibiena la apprezza: appannata dai volumi dell’orchestra nel primo duetto, lentamente conquista con sicurezza il palco.

Una lettura consigliata per chi voglia approfondire il ruolo del padre nell’opera di Verdi: un insuperato saggio di Luigi Baldacci, grande critico letterario fiorentino, Padri e figli, raccolto nel volume Libretti d’opera e altri saggi, Rizzoli, 1997.

Massimo Marino

Lascia un commento