Duo Widmann-Várjon: magia di una intesa.

Lunedì 18 marzo, sul palco del Teatro Auditorium Manzoni si è tenuto un concerto cameristico strepitoso per la rassegna di Musica Insieme, che regolarmente presenta interpreti dalla brillante carriera e la cui personalità musicale si esprime in tutti i più grandi teatri del mondo.

La rassegna concertistica non si limita solamente a regalare esempi di eccellenti performance, ma da questi concerti è garantito che qualsiasi uditore, cultore più o meno esperto, torni a casa imparando sempre qualcosa di nuovo. Quindi si può dire che Musica Insieme porti avanti una vera e propria missione divulgativa: e ciò anche grazie alle presentazioni che precedono i concerti e attraverso gli incontri organizzati per le scuole.

Il 18 marzo, in particolare, abbiamo assistito a un programma dedicato all’evoluzione della sonata, a come essa si sviluppi a partire dall’epoca classica: la sonata di Schumann con il suo magistero tecnico e creativo tipicamente romantico – per cui l’idea musicale va oltre la forma stessa – e la sonata del Novecento, secondo Debussy che la intende come «documento di ciò che un uomo malato può scrivere durante una guerra», e secondo il compositore di origine ungherese Sándor Veress, la cui vita è stata contrassegnata dall’isolamento causato dalle dittature e dalle guerre del secolo breve.
L’aspetto divulgativo si riscontrava anche nella dichiarazione rilasciata proprio a Musica Insieme dalla Widmann stessa, violinista protagonista del concerto, da sempre impegnata nell’esplorazione del repertorio cameristico per il proprio strumento e nel condividere questo patrimonio con il suo pubblico ( «vorrei riuscire a far percepire al meglio al pubblico quanto sia ricco il patrimonio per i nostri strumenti»).

Il programma presentato per l’occasione dal duo Widmann-Várjon, oltre a includere gli esempi sonatistici di Debussy e Veress, aveva il suo culmine ideale nelle due Sonate per violino e pianoforte di Schumann op.105 e op. 121 “Grosse Sonate”, scritte entrambe nel 1851. Le stesse sono state incise dal duo nel 2008 per l’etichetta ECM, assieme anche alla “terza sonata” scritta a più mani, di cui il commovente Intermezzo in fa maggiore è stato eseguito come bis del concerto.
Azzeccata la scelta di questo brano come congedo, perché presenta un forte carattere d’addio che traspare dalla melodia nostalgica, quella stessa nostalgia che si è presentata in noi, che a malincuore abbiamo lasciato il teatro verso le 23.00.


Carolin Widmann è dotata di tecnica e pulizia impeccabili, attraverso le quali riesce a far trasparire con fedeltà l’idea musicale dei compositori e il rigoroso rispetto del testo, aspetto non scontato anche nei grandi concerti; ma, al tempo stesso, colpisce la libertà nelle frasi musicali più ampie, soprattutto nelle sonate di Schumann.
Il Guadagnini di lei dialoga incredibilmente bene con il pianoforte di Denes Várjon, interprete assolutamente all’altezza della sua partner musicale e dotato senza dubbio delle stesse qualità di pulizia nel fraseggio e di versatilità.

Nonostante formazioni cameristiche ristrette, come questa, possano risultare inefficaci in uno spazio ampio come quello dell’Auditorium Manzoni, il duo ha ovviato a questo rischio con una ottima resa e un suono abbastanza presente. In futuro, potrebbe essere interessante riascoltarlo in un ambiente più raccolto e di certo, considerato lo splendido ricordo di questa sera, non sarebbe un’occasione che ci lasceremmo sfuggire.


Matilde Bianchi

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