#1 Una regia sgargiante, eccessiva, rossiniana

Un Barbiere color marshmallow, tutto righine e colori pastello(w). Con i broccati e le trine del caso su uno sfondo zuccheroso da fiaba illustrata: il fascino (non troppo) discreto della borghesia, per citare Buñuel. Felice la regia di Federico Grazzini, che allestisce, con la collaborazione alla scenografia di Manuela Gasperoni e ai costumi di Stefania Scaraggi, un mondo senza coordinate storiche e geografiche, sempre uguale a sé stesso come lo è il teatro comico, dove amori impediti, vecchi bisbetici, inganni e danaro si combinano e ricombinano in una girandola che turbina talmente forte da sembrare sempre ferma.

Da Menandro ai giorni nostri: oggi, 17 marzo, prima del Barbiere di Siviglia diretto da Federico Santi sulle scene del Comunale. Spettacolo gradevole, solare, davvero divertente. Peccato per qualche singhiozzo del ritmo generale: non sempre i recitativi scorrono con brillantezza; e tuttavia lodevole è la capacità di gestione del palcoscenico mostrata dagli interpreti. Bei movimenti, alcune trovate registiche davvero gustose (un onnipresente fucile, una palla di cannone minacciosa, un mezzo busto di Bartolo a varie riprese decollato e poi sempre variamente ripristinato).

Peccato per le voci, spessissimo schiacciate dall’orchestra, sebbene essa in realtà non sia mai davvero invadente. Nel finale primo le fiammate in buca coprono spietate le voci, che sotto tanto peso si sgretolano impotenti come le pareti della scenografia.

Tutt’altro che bello il timbro del tenore Antonino Siragusa, nei panni del Conte d’Almaviva: voce metallica, mai rotonda, troppo spesso vicina a un colore da musica leggera. Pessima l’idea di eseguire la grande aria “Ah il più lieto e più felice” (secondo atto), brano che la cosiddetta tradizione ha giustamente – una volta tanto – ritenuto bene espungere dalle esecuzioni. La grande pagina, di per sé bella, frena il fluire della risoluzione in modo troppo smaccato: la vicenda si congela per farci ascoltare svariati minuti di gorgheggi del tenore (questa sera peraltro davvero privi di qualsivoglia levità), impegnativi sul piano tecnico quanto ridondanti e sproporzionati. Il finale corale, a questo punto, sembra lo sbrigativo happy ending che liquida un musical di Broadway, tanto il monolito che lo precede eccede per vastità.

Bella la voce di Cecilia Molinari, che impersona Rosina con grande eleganza; memorabile Marco Filippo Romano nel ruolo di Bartolo: unica voce che passa l’orchestra e formidabile nella resa del personaggio.

Qualcuno obietterà a questa produzione, forse, una certa indulgenza su certi aspetti registici apparentemente caricati, al confine del pacchiano. Eppure eppure Rossini è anche questo. È anche gusto dell’esagerato e fame dell’enorme, del colore, di quanto è sonoro e sgargiante. E dunque viva lo slancio vitale e tutto quanto, sulla scena del teatro come nella vita, contribuisce a proiettarci in quella spirale per cui – senza capire né cosa né come – ci par d’esser con la testa in un’orrida fucina…

Giorgio Musolesi

#2 Gouaches da una prima

La prima recita di un titolo in cartellone è sempre un evento singolare. In particolar modo il contesto, così ricco di quelle immagini che nel tempo hanno consentito il nascere di una vera e propria mitologia della “prima”. Ma, partecipandovi, quelle che si credono caricature forse anche un po’ passate, si scoprono essere elementi di un folklore del tutto attuale. Mi accompagnava in questa avanscoperta de Il barbiere di Siviglia, dal 17 al 28 marzo sul palco del Comunale di Bologna, un caro vecchio amico straniero, Jacques, che ogni tanto mi onora della sua presenza in città, deliziandomi con la sua carica caustica e sagace. Averlo con me in quell’occasione era come condurre un bambino al parco giochi ma, al contempo, anche un elefante nella ben nota cristalleria. Non potevo sperare, che la fauna presente in sala passasse inosservata al suo giudizio sterminatore.

Preso posto, mi perdo nei miei voli pindarici, assuefatto dal consorzio di facce imbellettate che si spendono in comici sorrisi; penso in particolare con preoccupazione ai passaggi dei soli dei corni, il mio incubo quando siedo in sala Bibiena. A un certo punto, mi arriva gentilmente una gomitata nel costato: “Guarda là “. Jacques mi indica un esemplare anziano particolarmente ridicolo nel suo lussuoso quanto vano abito di gala. “Quella è già morta e non lo sa ancora. Lo scoprirà domani leggendo il giornale e …puff! Scomparirà. In vero, sono tutti dei morti in piedi”. Noto lo sconcerto della gente vicina (Jacques non parla, “megafona”). “Questa gente non sa nulla di nulla. Credimi, per esperienza, sono ignoranti come capre. Si ritrovano qui come potrebbero in qualsiasi altro posto. Trascinano i loro volti antipatici, se non spaventosi, i loro corpi cadenti, le loro parrucche e i loro riporti, dopo giornate in cui chissà quali orrori hanno perpetrato…”. “Questo come tutti, caro Jacques”. “Oui, ma né tu né moi imbelliamo la nostra malvagità – fra l’altro con quale gusto dell’orrido! – mostrando una superiorità totalmente inutile per il luogo. Tanto, non c’è spettacolo d’opera né chirurgo estetico che tenga, il loro volto li condanna”. “Suvvia, quante storie per la festicciuola secolare di ignoranti solo un po’ più ricchi di altri ignoranti. C’è da sempre” cerco di sdrammatizzare. “E vestiti male. Comunque, Diego, ci sono tradizioni e tradizioni e non tutte sono buone a prescindere. Il punto è: qual è il messaggio di questa carnevalata? Se è davvero tutto così innocuo, spiegamelo. Ti dirò, considerato il tipo di pubblico, l’assenza quasi totale di under mesozoico, etc., se ci si basasse sulle prime per valutare l’utilità dei teatri, sarei ben felice di vedere lo Stato sforbiciare all’impazzata”. Un fiume in piena. Lascio Jacques al suo profluvio vetero marxista. Anche perché si spengono le luci ed ecco applaudire il direttore Federico Santi.

L’ouverture, bella della sua fama imperitura, scorre senza problemi. Miracolosamente, sul palco non succede niente e ci è concesso di godere dell’orchestra senza dover annaspare appresso le dietrologie involute di registi che buttano in scena personaggi che si rincorrono, allegorie strampalate, cabaret spiccioli di ogni sorta. Almeno fino alla ripresa, quando vengo platealmente smentito, il sipario si alza e i personaggi incominciano le loro solite gag attorno a una scenografia che prende forma. Niente, è più forte di loro: nessun regista può resistere. Apprezzo tuttavia il compromesso di ritagliarsi giusto gli ultimi minuti sinfonici e chiudo il patteggiamento. Parlando seriamente, l’allestimento funziona, il ritmo è sostenuto e la brillantezza del capolavoro è restituita. La regia è di Federico Grazzini e punta su una saturazione di colore (costumi simil ottocenteschi di Stefania Scaraggi, più da Inghilterra di Carroll che ispanici) e di espressione, a volte pleonastica.

“Quello che i registi non capiscono” sfoga Jacques nell’intervallo “è che autori come Rossini e Mozart rendono già precisamente con i propri mezzi il giusto grado di drammaticità o di comicità teatrale. Non ci sarebbe affatto bisogno di calcare la mano. Difatti oramai i drammi seri si fanno ermetici e le commedie si fanno pacchiane”. In effetti, sono i dettagli che si rivelano fastidiosi e “slegati”, come l’inutilità dell’insegna al neon che fa da titoli di testa e di coda o l’apparire di una palla da demolizione nel finale primo, a simboleggiare la demolizione delle precauzioni borghesi di Bartolo. Nell’intenzione del regista, poi, quella palla avrebbe un parallelo nei tanti palloncini che nel finale secondo esprimono lo spirito di festa. Assolutamente debole e incomprensibile senza una dichiarazione preventiva.

Chiudo gli occhi per lasciare che le orecchie possano giudicare in tranquillità senza la raccomandazione della vista. Buono il cast, soprattutto nella comune studiatissima presenza scenica, con Figaro (Roberto De Candia) e Bartolo (Marco Filippo Romano) che primeggiano per adesione psicologica ai personaggi e vivacità espressiva nel canto. Bella la voce e la destrezza di Rosina (Cecilia Molinari), furbetta al punto giusto, ma anche il truccatissimo Basilio (Andrea Concetti), alle prese con un personaggio fagocitato dalla stilizzazione e assolutamente non facile da individuare, anche vocalmente – niente male l’aria della calunnia. Infine Lindoro, alias Conte d’Almaviva (Antonino Siragusa), tiene senza dubbio bene la recita, ma non è aiutato da un timbro piacevole per il repertorio, così tempestato di gorgheggi. Il problema sta in quanto Almaviva è sostanzialmente l’opera stessa, che gli è costruita sopra, prevedendo interventi sempre e comunque, per più di due ore e mezza. A ogni modo, apprezzabile il rigore con cui Siragusa ha raccolto la sfida del ruolo, aspetto probabilmente colto dal pubblico, che con simpatia e generosità gli ha tributato lunghi applausi.

Belli i concertati finali, forse sovrastati a volte dall’orchestra, ma brillanti e precisi nonostante gli stacchi di tempo davvero veloci. L’orchestra ha suonato bene, confermando il vanto di interprete rossiniana doc tanto sbandierato in varie occasioni, e Federico Santi la conduce badando anche ai dettagli di strumentazione della partitura, che spesso e volentieri invece vengono tralasciati, facendo un torto grande al buon gusto di Rossini che è davvero sottostimato.

“Che te ne è parso?” mi chiede Jacques a fine spettacolo. “Certamente un allestimento al di sopra della media cui siamo abituati”. “Evidentemente parcheggiare il SUV in Foyer… paga” chiosa con una smorfia osservando lo stand automobilistico piazzato all’ingresso. Fuori, piazza Verdi è invasa da lussuose auto blu, degne compagne di quella dentro, che attendono nel contrasto più grottesco e imbarazzato. Io mi sono perso Jacques e mi viene un brivido lungo la schiena. Lo ritrovo che tormenta i soliti esemplari avvicinandoglisi e urlandogli “Memento mori! Vanitas vanitatum!” e cose così. Lo riacciuffo e assieme lasciamo che i portici ci riconducano sulle nostre strade.

Diego Tripodi

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