Il fiore, l’acqua, la primavera malata

conversazione con Giacomo Bertocchi su “La margherita di Adele”

Quando la terra
è giovane e fresca,
quando la testa
è piena di festa,
quando la terra
splende contenta,
quando l’erba
odora il vento,
quando di menta
profuma la sera
è…

La parola mancante che conclude la Ballata dei mesi di Roberto Piumini è “Primavera”. Se rileggiamo con occhio critico questa filastrocca, ci accorgiamo però che la conclusione potrebbe mutare se adattata alle odierne condizioni meteorologiche: il clima marzolino quest’anno ha bussato alle porte dello stivale in anticipo, scuotendoci dal freddo invernale e catapultandoci direttamente in un momento ibrido dell’almanacco in cui ci si aspetta di vedere “la terra che splende contenta” non riuscendo più a indossare un giaccone pesante, in cui il desiderio di gelato ha soppiantato quello di un the caldo e la voglia di una passeggiata baciati dal sole quello di una sosta innanzi al camino di casa. Nella gioia di un risveglio anticipato dal letargo invernale è d’obbligo domandarci: quanto ci costa tutto questo? Qual è l’altro lato di questa primaverile medaglia? Sono queste le domande che stanno alla base del lavoro di Marco Vignudelli La margherita di Adele presentato al pubblico del Museo temporaneo del Navile lo scorso 23 febbraio. Per addentrarci all’interno del testo e comprenderne la nascita e gli obiettivi abbiamo chiesto a Giacomo Bertocchi, compositore delle musiche dello spettacolo, di vestire i panni di Virgilio e raccontarci la storia della creazione di questo lavoro e guidarci alla piena comprensione della pièce.

Come e quando nasce La margherita di Adele?

«Lo spettacolo nasce dalla penna di Marco Vignudelli mio amico e collega, che circa cinque anni fa, con l’aiuto di esperti del settore, mette nero su bianco una prima stesura del testo. L’idea alla base della sceneggiatura è di coniugare i dati scientifici sulla situazione climatica odierna e le previsioni che gli specialisti del settore Carlo Cacciamani (direttore del Servizio Idro-Meteo-Clima di Arpa) e Sergio Castellari (Esperto Nazionale Distaccato – END – presso l’agenzia ambientale europea) hanno elaborato e comunicato a Marco, con la storia inventata di alcuni “ladri di acqua”, gli eco-terroristi del futuro, ambientata nel Delta del Po all’incirca nel 2055.

Io entro in campo in un secondo momento, quando mi è stato chiesto di scrivere le musiche in vista della presentazione dello spettacolo al Parlamento Europeo a Bruxelles avvenuta il 16 ottobre 2018. La forma era sempre quella del reading ma con molti meno elementi sul palco rispetto all’ultima replica del 23 febbraio: in scena eravamo solo io, al clarinetto ed elettronica, e la lettrice del testo. Poi, replica dopo replica, si sono aggiunti particolari e componenti al cast, sino ad arrivare alla versione che hai potuto vedere con cinque membri: ad aiutarmi nell’eseguire la colonna sonora c’erano Caterina Romano (flauto) e Marco Cardinaletti (chitarra e voce) e, nel ruolo di voci lettrici Ilenia Burgio e Laura Gramuglia».

Parliamo della colonna sonora, qual è stato il tuo approcciato al testo e alla composizione ?

«Sebbene mi fossi inserito in un testo già costituito e rodato, Marco è stato sempre disponibile a rimaneggiare il materiale testuale affinché si adattasse a quello che io gli proponevo musicalmente e naturalmente ho fatto il possibile affinché si mantenesse al massimo l’integrità del testo iniziale con tutti i suoi significati. In questo clima di cooperazione e vicendevole scambio di opinioni, mi sono calato nella storia e ho dato la mia interpretazione musicale alla trama: la vicenda fa perno sulla storia di ragazzi che si sono trovati, per necessità, a dover rubare dell’acqua, bene oggi dato per scontato che sarà destinato, se così incoscientemente sfruttato, ad acquisire lo status di bene d’élite. Il verde che dipinge le nostre colline e pianure un giorno potrebbe essere un ricordo sfocato, come lo è per i personaggi della storia, costretti a vivere con pochi litri di acqua al giorno, razionata dalle società private che ne faranno strumento di potere e arma di ricatto. Elemento narrativo per me fondamentale nello strutturare il tessuto sonoro sono i melanconici racconti di personaggi che ricordano l’ormai perso paesaggio del Delta del Po, momenti che ho tradotto in musica con l’introduzione di interventi melodici di uno strumento acustico, ovvero il mio clarinetto. Il resto del testo scivola su un magma sonoro che mischia insieme elettronica e il flauto di Caterina. Naturalmente ho posto attenzione al “personaggio silenzioso” che compare nella vicenda: la speranza. Quest’ultima assume le sembianze del fiore che dà il titolo alla pièce: una margherita coltivata tenacemente da una bambina che, risparmiando qualche goccia d’acqua al giorno, riesce a far fiorire. A questo personaggio ho riservato un tema specifico che si sente solo quando la nominano».

Cosa riserva il futuro alla Margherita di Adele?

«Noi puntiamo a tornare, come nei mesi di novembre e dicembre, a presentare lo spettacolo così come lo hai visto, nel formato reading musicato più dibattito con gli esperti del settore, presso gli istituti scolastici della zona e non. Vorremmo continuare a fornire la nostra prestazione gratuitamente cosi come abbiamo fatto in precedenza ma per riuscire in questo intento abbiamo bisogno di sostenitori che credano nel messaggio di cui lo spettacolo si fa portatore e che siano disposti ad annaffiare anche loro con noi la margherita di Adele.

Comunque vada la macchina di SpostaMenti, l’associazione di cui Io, Marco, Ilenia e Caterina facciamo parte, non si arresterà qui: abbiamo altre produzioni alle spalle come “ ‘Round Coltrane” e “Memorie di una Chef” e altre si prospettano all’orizzonte. L’importante è riuscire a portare avanti gli obiettivi dell’associazione che sono quelli di costruire una rete di collaborazioni sul territorio, facilitare la divulgazione di informazione e i momenti di incontro e dibattito costruttivo».

Grazie per la tua disponibilità a incontrarci. Ti faccio i miei auguri affinché questo progetto possa continuare a avere una vita sul palco e continui a svegliare le coscienze di chi vi assiste.

«Grazie a voi di Chorus per la vostra attenzione».

Leandro Paradisi

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