L’Orchestra Senzaspine: dal Conservatorio al Mercato Sonato

Prosegue la nostra mappatura dei luoghi e degli attori musicali di Bologna. Questa volta, abbiamo incontrato i direttori dell’Orchestra Senzaspine dentro al loro Mercato Sonato.

Matteo Parmeggiani e Tommaso Ussardi, com’è nata e cos’è l’Orchestra Senzaspine e in che modo si collega al Mercato Sonato?

Matteo Parmeggiani: Tommaso Ussardi ed io, abbiamo fondato l’Orchestra Senzaspine nel 2013 riunendo un gruppo di amici formato da altri studenti delle varie classi che stavano terminando gli studi, proprio al conservatorio di Bologna. L’idea era creare qualcosa di nuovo in prima persona, all’inizio semplicemente per il gusto di suonare insieme in orchestra e dare un seguito a quello che era stato il percorso iniziato in conservatorio. Abbiamo quindi iniziato a fare i primi concerti in maniera sporadica, accompagnandoli però fin da subito con attività trasversali come dei flash mob o dei giochi col pubblico, delle incursioni. Questo particolare approccio ha dato al progetto iniziale molta benzina e ci ha permesso in breve tempo di esibirci al Teatro Auditorium Manzoni, quindi al Teatro Duse che subito è diventato il teatro di riferimento della nostra attività e nel giro di pochi mesi ha accolto la nostra stagione in cartellone. Nel tempo, decine di musicisti si sono aggiunte al gruppo iniziale. Oggi abbiamo stagioni in diversi teatri in Emilia Romagna, collaborazioni con festival importanti come il Bologna Festival, l’Anima Mundi di Pisa, ma anche con teatri come il Sociale di Como, Lugo, Budrio, il Teatro Nuovo di Ferrara. Il nostro obiettivo è quello di trasmettere un messaggio divulgativo e di ampliamento del pubblico: abbiamo iniziato sin da subito non in concorrenza con altre realtà che esistevano già sul territorio, prima fra tutte l’orchestra del Teatro Comunale, ma con lo scopo di creare un nuovo pubblico usando un approccio semplice e accessibile a tutti, motivo per cui ci siamo chiamati Senzaspine: perché la musica classica non punge, può e deve essere toccata senza paura di farsi male.

Tommaso Ussardi: Uno dei motivi scatenanti del progetto Senzaspine è stato il provare quell’orribile sensazione di quando, finiti gli studi al conservatorio e concluso un percorso, devi uscire “dal guscio” e confrontarti con una società nella quale non riesci a riconoscere il tuo ruolo. Un momento in cui capisci che tutti gli anni dedicati alla musica non sono serviti a formare una figura professionale, non perché tu non sia pronto, ma perché quella professione non c’è, e così ti senti inutile e ti domandi perché hai scelto di seguire la tua passione.

Evidentemente non ero il solo a porsi queste domande e così, con un gruppo di amici del Conservatorio ‘G. B. Martini’, siamo partiti per questa avventura. Senzaspine è un po’ come un’isola felice, quasi utopica, dove provare a fare qualcosa di nuovo, di concreto, mettersi in gioco. In questi sei anni la strada percorsa è stata tantissima, ma quello che è ancora più bello, secondo me, è quanta strada ancora da percorrere ci sia e il fatto che più andiamo avanti più questo percorso s’illumina.

Matteo: Attualmente abbiamo una nostra stagione che produciamo completamente. Eseguiamo circa 120 concerti all’anno, quindi l’attività dell’orchestra e dei derivati gruppi da camera è molto ampia. Una buona parte di concerti corrispondono a richieste specifiche ed inviti che riceviamo, anche su repertori che prepariamo ad hoc. La stagione che produciamo noi è formata da una nuova produzione lirica all’anno (quest’anno è stata il Barbiere di Siviglia) e dai concerti più istituzionali e tradizionali a livello di esecuzione (come la Petite Messe Solennelle con il coro del Teatro Comunale). Il 12 marzo prossimo poi, al Teatro Manzoni eseguiremo Romantika con la partecipazione eccezionale del pianista Olaf Laneri. Infine, altri ‘concerti-spettacolo’ come ‘Cartoons’, dedicato al mondo dell’animazione, che andrà in scena al Duse il 15 e 16 aprile, o progetti di commistione fra le arti. A parte il nostro ormai tradizionale concerto di fine anno abbiamo da poco debuttato anche con ‘Masnada’, una sinfonia circense inedita prodotta insieme al MagdaClan Circo di Torino.

L’obiettivo di una proposta così ampia e diversificata è mostrare che la musica classica non è solamente quella che si vede nei teatri, ma che in realtà viene vissuta anche quotidianamente, da tutti. Da qui l’idea di lanciare il messaggio che si possa trovare il ‘sublime sotto casa’.

Sotto casa anche perché il passo successivo è stato, nel 2015, vincere il bando Incredibol! del Comune di Bologna per la gestione dell’ex mercato San Donato, divenuto oggi il Mercato Sonato, la nostra casa.

Parlando con diversi ragazzi del conservatorio il sogno di suonare in orchestra è tuttora molto vivo, però chiaramente immagino non sia più il discorso di “mi diplomo al conservatorio, entro in orchestra e suono da orchestrale”. Forse non lo è proprio mai stato, ma in particolare modo oggi è veramente necessario inventarsi un lavoro. Per prima cosa, avete detto che l’orchestra è partita come “gioco” e poi è diventata un lavoro. Il crinale qual è e che cosa ha comportato questo passaggio?

Matteo: Ci siamo sempre dati l’obiettivo della professionalità e l’ottenimento del risultato. Con il tempo i livelli di qualità, la presa di coscienza del nostro lavoro e l’esperienza sono aumentati. Ovviamente, la situazione economica che è andata stabilizzandosi ha aiutato la permanenza nel gruppo orchestrale e la riuscita dei progetti. All’inizio facevamo molte più prove e in maniera più disordinata, mentre adesso lavoriamo come orchestra di professionisti. In realtà le questioni economiche ancora adesso non sono sufficienti per ritenerlo un lavoro a tempo pieno, soprattutto per i ragazzi dell’orchestra, ma perfino l’orchestra del Comunale fatica a mantenere a stipendio un certo numero di musicisti. Quello che ci ha permesso di fare uno scatto in più è stato sicuramente l’accesso a fondi ministeriali nel 2015, che ci hanno dato la possibilità di avere delle persone che lavorano in maniera strutturata per Senzaspine. Poi ad oggi i fondi ministeriali rappresentano circa 1/6 di quello che noi incassiamo in un anno, non è certo il 100%. Confidiamo di migliorare sempre più la stabilità economica, così che Senzaspine diventi fonte di lavoro stabile per i musicisti.

Pensate sia indispensabile l’appoggio dei fondi ministeriali o dei bandi per fare stare in piedi il progetto?

Matteo: Per noi i contributi pubblici sono stati e sono tuttora molto importanti, ma soprattutto è stata centrale la vincita di alcuni bandi importanti come Incredibol! o Culturability della fondazione Unipolis nel 2016. A seguire abbiamo vinto un altro bando, Funder 35 della Fondazione Cariplo. Tuttavia, l’utilità dei bandi non sta solamente nel supporto economico quanto nel fatto che ti obbligano a riordinare gli obiettivi, a dare una progettualità alle idee, a razionalizzare la tua idea e a capire se effettivamente è realizzabile o meno. Tutto ciò ci ha aiutato tantissimo, poi l’apporto economico è sicuramente stata benzina importante.

Ci piacerebbe che i fondi pubblici possano essere – come ad esempio è stato per il bando Sillumina Copia privata per i giovani, per la cultura della Siae grazie al quale abbiamo potuto fare lo spettacolo ‘MasNada’ – la scintilla per creare qualcosa di nuovo che poi si regga sulle proprie gambe. L’obiettivo finale è che l’orchestra e il Mercato Sonato siano sostenibili. Se le istituzioni continueranno, come speriamo, a supportarci, vorremmo che questi finanziamenti non servano a far stare in piedi il tutto, ma possano essere reinvestiti in obiettivi e in prodotti nuovi, per contenere un po’ il rischio d’impresa, in un contesto in cui quello che abbiamo già funziona autonomamente.

Quali consigli dareste a chi fosse interessato a partecipare a questo tipo di bandi?

Matteo: Prima di tutto, noi abbiamo un team che si occupa specificatamente di questo tema, ma questo non basta. Innanzitutto, bisogna avere un’idea chiara ed essere pronti a scontrarsi con problemi e temi che di artistico non hanno nulla, ma che una volta risolti ti permettono di esprimere l’obiettivo artistico che vuoi portare a termine.

Con il senno di poi come giudicate la preparazione del Conservatorio? Pensate che vi abbia preparato al lavoro che state facendo ora?

Tommaso: Il problema fondamentale del conservatorio è stato il passaggio al modello universitario del 3+2. Così si è abbandonato il rigore, la dedizione totale verso il proprio strumento cercando di dare al musicista una formazione culturale più completa. Purtroppo questa scelta non è stata ben gestita e – è un dato di fatto – ha abbassato la qualità degli strumentisti, dei compositori, dei direttori d’orchestra.

Un altro aspetto, a mio avviso inquietante, è la distanza che esiste tra le mura delle accademie e la realtà che ti aspetta fuori. Ad esempio, io ho studiato dieci anni di composizione e mai nessuno mi ha parlato di cosa fosse la SIAE, l’ex Enpals, di quali i diritti e quali i doveri abbia un operatore musicale.

La mia formazione è avvenuta nel vecchio ordinamento e sono diplomato in composizione. Noi siamo usciti dal conservatorio formati benissimo dal punto di vista artistico, ma completamente analfabeti per quanto riguarda il fronte amministrativo e burocratico, tutte cose con le quali ci siamo poi dovuti scontrare sul campo.

Questo è solo un esempio che denota un problema di fondo che sembra banale ma non lo è. Altre materie che andrebbero insegnate sono, ad esempio, la gestione di un gruppo strumentale, come si prepara una rassegna di concerti, la scelta del repertorio… Insomma, competenze sul fronte organizzativo. Se ora il conservatorio sta facendo passi in questa direzione benissimo, è quello che ci vuole, perché in effetti è l’unico modo oggi per fare cultura e per essere incisivi nella società in cui si vive.

Noi stessi all’inizio avevamo solo grandi sogni privi di obiettivi concreti. Invece oggi iniziamo a parlare di costituire nuove forme giuridiche, a orientarci sempre meglio nel mondo dell’imprenditoria dello spettacolo. Dunque, oggi secondo me il conservatorio dovrebbe trovare un giusto compromesso tra lo studio della disciplina di base (strumento, direzione, composizione…) che – come dicevo – dev’essere al primo posto, e l’approfondimento di tutti gli aspetti più gestionali facendo magari esperienza diretta sul campo.

Riguardo al tema del ruolo del musicista nella società, avere creato e gestire il Mercato Sonato vuole dire avere un ruolo in Bologna dove le persone possono venire, dove si propongono attività e spettacoli. Questo che cosa vuol dire per voi? Come influenza quello che fate?

Matteo: Sicuramente confrontarci con uno spazio e con la sua gestione è stato un passo verso la consapevolezza del ruolo che avevamo all’interno della società, della città, del quartiere. Ci ha permesso di rapportarci con il territorio in maniera diretta. Il Mercato Sonato ha contribuito a un’idea di collaborazione fra vari tipi di arte e con le persone che vivono il contesto sociale in cui siamo.

Questo spazio poteva essere banalmente una sala prove per l’orchestra e basta, avremmo potuto rimanere chiusi nella nostra scatola e portare gli spettacoli a teatro, invece abbiamo voluto che il Mercato Sonato fosse utile e accessibile a tutti. Da qui l’idea di porre la musica e la cultura come beni di prima necessità, come bisogni e beni comuni e quotidiani.

Si è poi aggiunta l’opportunità di rapportarci con altri tipi di arte: prima di tutto con altri generi musicali, perché la sfida più grande è quella di inserire la musica classica all’interno di una programmazione che ospiti qualsiasi genere musicale. Il Mercato Sonato ci ha anche dato la possibilità di rapportarci con artigianato di vario tipo come la serigrafia, la sartoria, la falegnameria, tutte attività artigianali come la musica che vivono all’interno di questo spazio e che poi ci permettono di costruire interamente spettacoli come MasNada o l’Opera che costruiamo qui dentro con le nostre maestranze, con laboratori partecipati da persone del quartiere o che vivono in questo spazio, in modo che tutto possa essere il più concreto e coinvolgente possibile.

Tommaso: Questo spazio ha permesso ai musicisti classici, innanzitutto, di sentirsi parte di un mondo e di vedere che fuori dal loro scenario è tutto molto più complesso e ricco di proposte. Il fatto di avere un palinsesto così variegato ci permette di confrontarci, di scoprire che ci sono musicisti bravissimi che magari non hanno avuto un percorso classico. Questo ci ha permesso di svegliare un po’ quel torpore classico in cui il musicista del conservatorio spesso rimane, restando quasi inconsapevole della scena musicale che effettivamente c’è al di fuori. Al Mercato Sonato abbiamo, invece, creato ponti di contatto e di scambi.

Colpisce il fatto che il musicista classico è visto dagli altri musicisti come una sorta di divinità, pensiamo quindi a come può essere visto un direttore d’orchestra o un compositore, quasi esseri mitologici, figure inaccessibili, invece no, noi qui al Mercato Sonato diciamo proprio il contrario!Mettiamo al servizio le nostre competenze acquisite per creare qualcosa di nuovo. Il Mercato Sonato è stato per noi un laboratorio potentissimo di sperimentazione e di riconoscimento di quanto ciò che non è musica classica dia valore al nostro percorso. Un percorso che ci ha consentito di riconoscerci ma anche di instaurare un dialogo forte con la comunità.

Il secondo aspetto è legato al concetto dei vasi comunicanti a livello economico. Noi siamo stati la prima orchestra a rigenerare uno spazio urbano, a gestirlo come una sorta di teatro, di club, o di locale, innescando così un processo economico che ci permette di rendere sostenibile la produzione artistica dell’orchestra. Il fatto che 5/6 del nostro bilancio derivino da attività che incrociano la storia del Mercato Sonato e quella dell’orchestra, secondo noi è un modello per rendere sostenibile qualcosa che purtroppo non lo è naturalmente. Avere sperimentato questo processo è motivo di orgoglio e vogliamo che tutti i musicisti sappiano che c’è la possibilità di farcela.

Un ulteriore aspetto fondamentale è il fatto che il Mercato Sonato attira un pubblico indistinto di persone che vogliono usufruire di uno spazio dove si offre una proposta culturale a 360 gradi, esattamente come un mercato. La possibilità di incrociare pubblici diversi è potentissima, e questo ci aiuta nel perseguire la missione di Senzaspine: creare nuovo pubblico. Sfruttiamo così una scena musicale che ha già un suo pubblico e cerchiamo di avvicinarlo e incuriosirlo alla musica classica. Perché l’obiettivo è avere, almeno una volta, la possibilità di farci ascoltare, e così emozionare le persone grazie alla potenza della musica sinfonica.

Il fatto di rendere la musica, classica o meno, quotidiana, in che modo pensate possa fare bene al quartiere che abitate o alla società?

Matteo: Escludendo gli universitari che arrivano soprattutto il venerdì ed il sabato sera, ci sono signori anziani che venivano qui tutti i giorni per stare al bar e vengono ancora, si siedono un paio d’ore al pomeriggio nella sala centrale che è sempre aperta. Un giorno trovano qualcuno che pulisce per terra, un altro giorno invece ci sono i bambini del corso delle Voci Bianche che cantano, o ancora le prove del saggio della Scuola di Musica Senzaspine o l’orchestra con il coro del Comunale che fa le prove per un imminente concerto. Si siedono, prendono un caffè e stanno ad ascoltare in questa piazza coperta. Altrimenti, se si vuole essere più attivi ci si può iscrivere ad un corso di alfabetizzazione musicale con cui insegniamo agli adulti a leggere la musica, corso che ha incuriosito molte persone. Facciamo anche corsi di ascolto guidato ed il Coro degli stonati, che ha avuto un grandissimo successo perché ha rotto l’imbarazzo di molti che si pensano stonati ma che stonati non sono. Cerchiamo di aprire le porte a tutti.

Siamo convinti che tutto ciò porti la comunità a vivere meglio, ad incontrare persone nuove. Questo senza dimenticare che abbiamo rivitalizzato un luogo che quando siamo arrivati era abbandonato, lo abbiamo riaperto e restituito ad un quartiere che ogni giorno ci apprezza sempre di più.

Tobia Bandini

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