Nel 1997 la Fondazione del Monte acquisisce l’Oratorio di San Filippo Neri, prezioso esempio di tardo barocco nel cuore della città, al fine di farne un centro di attività culturali. Lo spazio però è ancora profondamente segnato dalle ferite dei bombardamenti subiti durante la seconda guerra mondiale, cui un primo restauro incompiuto aveva messo mano, ma in maniera precaria. Il nuovo restauro, che ha poi restituito alla città questo bellissimo spazio, viene quindi pensato nel segno di testimonianza storica e in esso convivono accostati angoli restituiti alla magnificenza originaria del barocco ad altri ̶ è il caso della armatura in legno della cupola ̶ “cantierizzati”, in cui lo squarcio della modernità sul tessuto architettonico passato si staglia vivace.

È curioso, ma qualcosa di molto simile avviene nella produzione pianistica di György Ligeti, il cui integrale è stato oggetto de Il pianista favoloso, appuntamento di MICO ̶ la rassegna di Musica Insieme Bologna dedicata al contemporaneo ̶ la sera di giovedì 28 Febbraio.

Nelle opere per pianoforte di Ligeti, infatti, assistiamo all’innesto dell’inconfondibile cifra di questo autore sulla formularità della tradizione, vittoria di una scommessa tanto più grande quanto, innanzitutto, inerente il problema non da poco di dire qualcosa di nuovo confrontandosi con un repertorio ricco e storicizzato. La reinvenzione dello strumento non passa attraverso l’iconoclastia della manipolazione – come avviene, ad esempio, per il coetaneo Cage e tendenzialmente per una prassi che ingolosisce buona parte del Novecento ̶ ma riuscendo a piegare la tecnica, più o meno codificata, alla sua invenzione. Semmai, è nel ricorso a retoriche altre, a tradizioni non classiche – ad evidente ascolto e per sua ammissione, quella jazzistica in primis ̶ che bisogna rintracciare l’elemento eversivo del pianismo di Ligeti.

Bisogna poi dire che l’integrale non è affatto ampio, contando di poche pagine giovanili a quattro mani ̶ ma di rivelante e fresca individualità! ̶ , del caposaldo quasi mitico di Musica ricercata e del monumento dei diciotto Studi. Se il fascino di Musica ricercata ne eterna l’appeal, anche grazie al famoso legame col cinema di Kubrick, sono gli Studi, forse, a catalizzare l’attenzione maggiormente per un interesse che si fonda su più ragioni: innanzitutto, la collocazione in conclusione della parabola artistica del loro autore, fra il 1985 e il 2001, che li fa vivere di grande libertà stilistica, pur senza la rinnegazione totale di quella poetica del “clocks and clouds” che ha fatto la maniera degli anni tipicamente ligetiani (‘60 e ‘70); il già accennato sereno rapporto con la tradizione, esplicito nella forma stessa dello studio ed evidente negli echi di Chopin, Liszt, Debussy e compagnia, che emergono senza imbarazzo; un’indagine che si indirizza più sulla atmosfera sonora che non sulla compilazione tecnica, comunque presente e trascendentale. In particolare, quest’ultima osservazione, è segnale forte di quelli che sono i valori musicali di un compositore che, sempre attraverso un disciplinatissimo utilizzo delle tecniche, ha nel risultato percettivo, se non vogliamo spingerci a dire emozionale, una fine sicuro ̶ si pensi, per l’appunto, ad Atmosphères per orchestra ̶ , fra l’altro in rapporto molto isolazionista per i tempi. D’altronde, il suono come valore principale è un po’ il fil rouge metastorico degli outsider e Ligeti vi appartiene appieno.

La maratona è stata frutto dell’encomiabile lavoro di formazione che porta avanti Divertimento Ensemble, storica realtà italiana di fama internazionale dedita al repertorio contemporaneo, attraverso Call for Young Performers. I nove talentuosi e giovanissimi pianisti selezionati (Emanuele Stracchi, Mattia Cicciarella, Francesco Melani, Annalisa Orlando, Alessia Cecchetti, Giovanni Galletta, Stefano Cascioli, Daniele Fasani, Riccardo Bisatti) hanno fatto la staffetta sul palco conducendo l’uditorio in un intenso concerto di quasi due ore.

Entusiasta il pubblico anche se, ça va sans dire, fin troppo selezionato. Tuttavia resta l’auspicio che serate di simile valore, sia per l’ambizione monografica sia per la dedica a un autore recente, possano aumentare entrando man mano nella normalità e nella abitudine collettiva: bisogna infatti far pace col Novecento e anche rendere consapevole il pubblico della prospettiva oramai sempre più storica e sempre meno contemporanea di questo secolo. Per esempio, quella di Ligeti è certamente una musica generosa, capace di intercettare le sensibilità in ascolto, capace di sanare il mal du secle (il suo) con un miracoloso equilibrio comunicativo.

Diego Tripodi

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