Barre Phillips & CEPI: improvvisazione radicale

“No, I didn’t talk about music at all, I’m talking about people. You said music, I didn’t say music once”.

In questa risposta leggermente piccata sta la vera chiave interpretativa dello spettacolo Rencontres II, tenutosi giovedì 21 febbraio presso il Teatro San Leonardo con ospite l’ensemble formato da alcuni dei musicisti associati al CEPI.

Per prima cosa, un po’ di contesto: Il CEPI (Centre Européen Pour l’Improvisation) è un’organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 2014 da Barre Phillips ed Enrico Fagnoni.

La sua sede è nel villaggio di Haute Ville, in Provenza.

Phillips ha scoperto questo villaggio abbandonato nel 1973 e, rimastone colpito, è riuscito ad accordarsi con l’amministrazione per renderlo la propria dimora. Proprio nella sua casa, dal 2014 ospita diversi musicisti l’anno con l’obiettivo di promuovere l’incontro di arti e discipline diverse, sempre basandosi sull’improvvisazione.

“Fondamentalmente stiamo parlando di persone e di come sia possibile stare insieme agli altri pur rimanendo sé stessi”, ci dice Phillips. “Si possono fare moltissime cose, quando invito i partecipanti in Provenza non ci sono regole o temi fissi. Chiaramente ci si incontra e si improvvisa insieme, ma ci sono anche conferenze. L’ultima volta abbiamo ospitato una ballerina che ha parlato della contact dance e delle parti del corpo che si usano nel ballo. Ma anche un docente di ingegneria, anche lui ballerino, che ci ha parlato dei tentativi fatti – nell’università dove insegna – per combinare improvvisazione e ingegneria”.

Questi presupposti sono in effetti evidenti sin dalla composizione della formazione che sale sul palco: imponente (trenta elementi), formata da persone provenienti da diversi paesi europei (principalmente Francia e Italia) e da diversi ambiti artistici, tutte coordinate (seppur in maniera molto blanda) da Barre.

Lo spettacolo supera ampiamente l’usuale idea di “musica”: è presente una ballerina – oltre ai musicisti – e per tutti i partecipanti lo strumento musicale non è che uno dei tanti mezzi con i quali comunicare con il pubblico e con i colleghi in scena. Il suono del singolo strumento (esplorato in ogni suo possibile utilizzo) si fa tassello in un mosaico fatto di gesti, di sguardi, di silenzio e di coreografie che rendono l’avvenimento qualcosa che trascende il semplice concerto.

L’idea che sta alla base della performance è che gli artisti, nel cimentarsi nell’improvvisazione radicale, si proiettino in un mondo altro, in un universo fatto di mutuo e costante ascolto.

Questo ascolto – se in generale è conditio sine qua non per ogni performance ove la musica è presente – in questo contesto diventa una necessità assoluta, data l’assenza di una forma prestabilita che faccia da contenitore alle idee del singolo artista. L’improvvisatore costruisce il mondo sonoro intorno a sé unicamente ascoltando i propri compagni e reagendo alle loro azioni.

“Io credo che l’improvvisazione sia creare qualcosa di proprio, e penso che questa possa essere una capacità molto importante al giorno d’oggi. Improvvisare comporta anche una determinata forma mentis, un determinato modo di stare insieme, che non sono quelli usuali. Quello che vedo è l’importanza di un individuo che prende parte a un’esperienza di gruppo. È un modo di accedere a ciò che è ancora inesplorato”.

In tutto questo, i principi base sono l’uguaglianza e l’assenza di gerarchia: non c’è conduction, non ci sono schemi prestabiliti che facciano risaltare più l’uno o l’altro componente. Tutto si costruisce nell’indipendenza e nell’interazione dei partecipanti, i quali scelgono di seguirsi cogliendo un’idea/concetto nell’aria oppure di continuare solitariamente nel loro cammino, in un’armonia che si trova più nella concretizzazione di un concetto condiviso che nell’effettiva consonanza dei suoni emessi. La scena ove tutto ciò avviene (che non si limita ai confini del palcoscenico ma coinvolge anche l’intera platea) diventa teatro di un mondo utopico in cui vige l’unica grande regola del rispetto assoluto della voce del singolo, indipendentemente dalla provenienza e dalla bravura.

“L’innovazione è prodotta innanzitutto dal pensiero intuitivo. E il principale esercizio di pensiero intuitivo è l’improvvisazione, essendo questa una forma d’azione causata da una reazione spontanea del corpo e della mente a una determinata situazione, senza giudizi riguardo al suo valore”.

Questi presupposti fanno anche sì che, come conferma lo stesso Barre Phillips, sia “l’impatto sulla società a essere la parte più importante del progetto. Nel 1975 io ho deciso di non voler essere un musicista jazz ma un improvvisatore, ed è stata una decisione socio-politica.

Non volevo fare parte del business del Jazz, della tradizionale industria musicale: il fatto, per esempio, che oggi siamo qui in 30 e non ci siano soldi in ballo, solo spese, è importante. Credo sia necessario mostrare che si può essere coinvolti in qualcosa perché la si ama, indipendentemente dal resto. Trovo abbia molto a che fare con il bisogno di cambiamento che – come società – abbiamo oggi: il vecchio paradigma industriale sta crollando ed è necessario trovarne uno nuovo, e l’individuo sta assumendo sempre più importanza. Oggi, a 40 anni dalla mia decisione, l’idea di improvvisazione si sta diffondendo anche in contesti che non sono quello artistico: la troviamo nelle scienze, nell’industria… L’improvvisazione è un ottimo punto d’incontro – per persone provenienti da varie discipline – per scoprire e creare nuovi modi di collaborare, nuove forme e fonti d’energia. E la mia idea per il villaggio di Haute Ville è non solo ancora intatta, ma rinvigorita da tutto questo: mi figuro già un grande studio con anfiteatro annesso e la possibilità di avere delle residenze per ospitare i partecipanti”.

Tobia Bandini & Leandro Paradisi

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