Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal direttore del Conservatorio maestro Vincenzo De Felice, con l’auspicio di lanciare una discussione.

Lo stesso atteggiamento che spinge oggi la nostra comunità a non distinguere l’esternazione di una semplice opinione, diritto sacrosanto, da un parere competente, investe anche, e da molto tempo, il mondo della musica.

Quando, e in qual misura, un’espressione musicale può e deve ricevere una specifica attenzione di un operatore culturale, segnatamente se pubblico, e quando essa deve invece rimanere nell’alveo della libera, spontanea (su questa storia della spontaneità torneremo) espressione di chi la produce?

In una parola, quando un musicista ha diritto a ricevere pubblica attenzione, perché propone un prodotto artisticamente valido? Non metto nemmeno in dubbio che questo diritto esista, visto che si usa, e non di rado spreca, denaro pubblico a questo scopo.

Per cominciare, bisognerebbe tentare di circoscrivere il concetto di espressione artistica, ed anche qui, le idee non sono molto chiare.

Il dizionario Garzanti recita:

Arte: attività umana volta a creare opere a cui si riconosce un valore estetico, per mezzo di forme, colori, parole o suoni.

Poi, però, definendo l’estetica, scrive:

Estetica:  parte della filosofia che si occupa del bello e dell’arte

Poiché abbiamo sdoganato da tempo l’arte, e la musica in particolare, dal concetto di “bello” – anche il dizionario lo riconosce – ci si limita qui ad affermare che è l’estetica a definire ciò che è arte, ma senza fornirle criteri utili per farlo.

Scopo di queste righe non è comunque quello di definire un preciso parametro di valutazione “estetica”, che sarebbe oltremodo pretenzioso, ma unicamente di domandarsi se sia corretto da parte di chi parla in nome di una comunità, o gode di una visibilità di opinione (politici, direttori artistici, giornalisti ecc.) non porsi un problema di valutazione; e che ciò oggi accada, è sotto gli occhi di tutti.

Partendo da una frase di Leonard Bernstein: “non esistono generi musicali, ma solo buona e cattiva musica”, potremmo chiederci quale sia il parametro che adottava lui per definire la buona musica. Per me, nel suo caso, semplificando al massimo, si può parlare di non banalità. Tutto la musica che affrontava, così come le partiture che scriveva, denotavano acuto ingegno: mai niente di commerciale o di scontato,

Ciò che ha concesso l’immortalità ai grandi musicisti della storia infatti, è proprio questa capacità riconosciuta di ricercare, se necessario rinnovare, riuscendo nel contempo, magari con qualche resistenza da parte dei contemporanei, a veicolare in modo efficace i frutti e le innovazioni di questa ricerca.

È quindi possibile valutare le espressioni musicali; ci aiutano la conoscenza del passato e, da essa, la cognizione del lavoro di approfondimento che ha portato i grandi artisti a raggiungere così alte vette. Questa conoscenza ci permette, ad esempio, di capire quando qualcuno si limita a riscrivere il già scritto, oppure a commettere palesi errori di comunicazione nell’interpretazione ecc. ecc.

E questo criterio oggettivo di valutazione deve essere usato; non certo per soffocare la libera espressione, ma per indirizzare il comportamento di chi deve operare delle scelte: perché è immorale, lo ribadiamo, dilapidare opportunità e, in alcuni casi, anche denaro pubblico, in nome di una malintesa libertà, concedendo attenzione a chi non merita. Doppiamente immorale poi, in quanto, queste scelte ricadono sul gusto del pubblico e sulle valutazioni che esso compie. Il pubblico, si sa, educa sé stesso attraverso le opportunità che gli vengono fornite: abituiamolo alla qualità e non accetterà più ciò che è mediocre.

E sulla mancata formazione del pubblico, bisogna riconoscere che anche noi educatori “professionisti” abbiamo enormi colpe. La prima, più antica, quella dell’accidia: ci siamo per lungo tempo preoccupati solo di formare operatori, nella convinzione che il pubblico ci sarebbe sempre stato, che i giovani avrebbero ereditato per osmosi dai vecchi l’amore alla musica e avrebbero di conseguenza acquisito, con la sola frequentazione, la competenza sufficiente per ascoltarla al meglio. Questo concetto, già discutibile nei fondamentali, presupponeva comunque una collaborazione massiccia dei mezzi di comunicazione, che in tempi moderni, non era realistico attendersi, per motivazioni che esulano dall’argomento di questo scritto. Se a ciò si aggiunge che, come è noto a tutti, il mezzo di comunicazione asseconda sempre la corrente del consenso e mai la combatte, si vede subito come sia stato sufficiente innescare un meccanismo di semplice indifferenza nei confronti della musica d’arte, perché l’ascolto diminuisse, invogliando i media non solo a non aiutarci a risalire, ma a porre addirittura in atto un velato ostracismo nei nostri confronti.

A ciò vanno aggiunti anni di inefficace pedagogia musicale scolastica, soprattutto nella media primaria, che è passata da un’inqualificabile istruzione nozionistica, basata su aridi elementi di solfeggio e insulse “ricerche” sulla vita dei compositori, con prevedibili risultati catastrofici, a una sragionata, quanto deleteria, idolatria della spontaneità. L’aggettivo spontaneo, infatti, rivolto a una disciplina che, come si diceva, vive di ricerca e speculazione, non può che essere sinonimo di banale, se non addirittura rozzo; l’approccio ludico, privo di qualsiasi indirizzo, va sicuramente bene ai primordi, ma non può durare più a lungo del minimo necessario. Mi spiego con un esempio: un bambino disegna “spontaneamente” tutto su un piano solo. Salvo casi di doti eccezionali, non ha cognizione della prospettiva e tanto meno di come riprodurla su di un foglio a due dimensioni. Orbene, in questo campo, sono tutti d’accordo che questa lacuna vada colmata: nessuno accuserà il suo professore di sacrificare la spontaneità, se agisce in questo senso. Viceversa, spiegare allo stesso ragazzino che certe canzoni che triturano un ostinato giro armonico al servizio di una melodia banale, anche se di più facile ascolto, sono meno interessanti di un tema originale, che adoperi un’armonizzazione più ricercata, è quasi un delitto, un’offesa alla… spontaneità, solo perché questo comporta da parte sua un maggiore impegno nell’ascolto. In una parola: W le chitarre dei boys scout!

Last but non least , un’altra parola dolorosa: aggregazione. Qui, se gli educatori hanno colpe, le condividono in buona parte con i politici e i pubblici operatori. La musica è sicuramente un efficace mezzo di aggregazione, diretto o indiretto: è un concetto troppo evidente per sprecare del tempo ad analizzarlo. Quello che mi preme sottolineare però è che l’uso diremmo terapeutico che si fa di essa in questo senso, deve viaggiare su un canale diverso da quello che vede il musicista impegnato nelle sue ricerche compositive e interpretative. Un concerto va ascoltato con attenzione, non può essere paragonato, o addirittura affiancato, all’intrattenimento rumoroso che accompagna occasioni conviviali, dove l’attenzione è rivolta ben altrove; né le richieste di ragazzi che, per consolidare la loro amicizia, vogliono “provare a formare un complesso”, può essere vista alla stessa stregua di altri giovani, che si incontrano per perfezionare un’esecuzione. E non si tratta di “classismo”, ma di rispetto verso il lavoro di tanti giovani che hanno fatto una precisa scelta di qualità e quindi di sacrificio. Per dirla con Eduardo De Filippo, un grande autore non certamente “togato”, nella sua Arte della Commedia: “Non saranno personaggi in cerca di autore ma attori in cerca di autorità”. Si rivendica qui il diritto a che i contenuti non edonistici vengano presi sul serio. E autorità, in questo contesto, è chiaramente sinonimo di dignità; quella dignità che chi scrive, ritiene di dover appunto rivendicare nelle sedi e presso le persone giuste, a beneficio di quei giovani che hanno fatto scelte faticose ed importanti.

Rinvio, in conclusione, all’esempio più noto, anche se non unico, dell’opera di un grandissimo musicista, che si è molto dedicato, da par suo, al problema dell’avvicinamento – volutamente non la chiamo istruzione – dei giovani alla musica e alla comprensione della sua espressione più elevata.

Vincenzo De Felice

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