Il solito invito all’educazione, buio in sala, sipario chiuso e, come per risposta alla voce dell’altoparlante del teatro, sentiamo il suono del flicorno di Paolo Fresu che zittisce gli ultimi mormorii e apre il sipario. Una scenografia disposta su due piani accoglie lo spettatore insieme alla musica del trio composto da Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (pianoforte) , Marco Bardoscia (contrabbasso), disposto nella parte superiore di questa e, sotto la band, seduta al bancone di un bar, una figura di uomo ombrosa china su stessa. Tempo di Chet, lo spettacolo con regia di Leo Muscato andato in scena presso il Teatro Arena del Sole lo scorso 12 e 13 febbraio, si apre così, mostrando da subito i protagonisti che accompagneranno lo spettatore per tutta la durata dello spettacolo, le due entità che vanno a formare, mischiandosi e alle volte anche contraddicendosi, la personalità di Chet Baker: le fisique di Alessandro Averone nei panni del beau damné americano e la voce dei due ottoni di Paolo Fresu.

Leo Muscato e Laura Perini, autori del testo dello spettacolo, trasportano lo spettatore in lungo e in largo, facendolo viaggiare sulle orme di Chet: ecco che voliamo da Los Angeles a New York, da Milano a Lucca sino ad arrivare in Inghilterra e a Parigi, luogo del fatale incidente e scomparsa del suo pianista Dick Twardzik a causa di overdose. Muscato traghetta lo spettatore anche in viaggi nel tempo e nelle dimensioni. In una scena viviamo il presente, il flusso della storia sembra prendere una direzione e un ritmo: Chet è fuori dal locale dove ha appena finito una session e, parlando con un suo amico, sceglie di arruolarsi. Qualche istante dopo, la musica tace o diventa flebile, la macchina della narrazione s’arresta e assistiamo a una conversazione con Bird (interpretato da Rufin Doh) che somiglia molto più a un dialogo interiore con una presenza che ha le sembianze del sassofonista di Kansas City ma che in realtà è solo uno dei tanti aspetti della coscienza di Baker.

Il palcoscenico è concepito da Leo Muscato e Andrea Belli come il luogo della memoria dove si avvicendano i personaggi che hanno costellato la vita di Chet, delle volte bevendo un drink al bancone del bar o chiacchierando con lui, a volte sedendosi e rivolgendosi al pubblico senza interagire con il protagonista.

In questo susseguirsi di brevi racconti e scene recitate la musica del trio fa da collante e contrappunta i discorsi dei personaggi in scena. I musicisti interagiscono con la vicenda suonando brani originali del trombettista sardo e versioni di standard arrangiate dallo stesso, fermandosi in pochissimi e studiati momenti di silenzio. Quello che proviene da questo gruppo non è un semplice accompagnamento musicale bensì la “voce” di Chet che si fa musica e commenta la vicenda che scorre in scena. Il risultato il più delle volte è coinvolgente e apprezzabile ma non privo di perigli. Quello che si rischia con due eventi importanti in contemporanea, come per esempio il monologo di un personaggio e l’assolo di uno strumento, è di confondere lo spettatore che si trova a doversi concentrare più sull’uno che sull’altro.

Nel complesso la recitazione del cast è buona anche se alle volte alcune sfaccettature emotive vengono marcate oltremisura, portando i toni a sfociare nel melodrammatico.

Lo spettacolo è gradevole e si consiglia la visione ma ancor più l’ascolto: la musica del trio è favolosa. Tutti e tre i musicisti sono degli ottimi solisti e la sezione ritmica (pianoforte e contrabbasso) è solida, agile e snella: considerazione possibile data l’assenza della batteria che appesantirebbe l’impasto generale dando tutto un altro colore alla formazione. Eppure il gruppo in due circostanze sceglie di utilizzare l’audio di una batteria pre-registrata mandata in base, rompendo l’equilibrio sonoro che si era creato precedentemente, scelta che resta comprensibile e condivisibile per la volontà di dare varietà alla trama sonora.

Leandro Paradisi

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