La malata Salome di Strauss, con un’indimenticabile Ausrine Stundyte

 Una Salome da perdere la testa. In tutti i sensi, credeteci. E quasi quasi viene voglia di essere un po’ Giovanni il Battista, se destino del tuo capoccione fresco di taglio è quello di essere blandito con tanta sensualità e passione.

Debutta sulle scene del Comunale la nuova produzione del grande capolavoro straussiano rappresentato per la prima volta, a Dresda, nel 1906 (note di sala e cast completo qui). Debutta in una sala non troppo piena: peccato, perché lo spettacolo è stato splendido, e un titolo così chissà quando lo rivedremo in cartellone un’altra volta… perché per mettere in scena un lavoro di questa portata ci vogliono un cast preparatissimo e un direttore coraggioso, e niente di tutto questo, stavolta, è mancato.

Si mette in scena un dramma psicanalitico, dove del racconto biblico vengono accentuate tutte le componenti più torbide e malate, in un orroroso barocco di parole, musica ed emozioni. La storia è quella di una bambina che è groviglio di tutte le più voluttuose brame: capricciosa, sensuale, affamata di un eros che la annienterà; ma è anche la storia di un santo profeta, anacoretico, rinsecchito dai digiuni e dal troppo gridare, invano, dalle profondità di una cisterna. Insieme con loro un tetrarca molle e lascivo (Erode) ed Erodiade, la sua spietata moglie.

Sul palco fa la parte del leone – o meglio, della leonessa – il soprano Ausrine Stundyte, mostro di bravura tecnica dall’indimenticabile presenza. Gestisce tutta la grande scena sulla testa del Battista con immensa arte, centrando appieno l’interpretazione del personaggio. Buone anche le performance di Tuomas Pursio (Jochanaan/Giovanni il Battista) e Ian Storey (Erode), a volte purtroppo sommerso dall’orchestra. Spaventosa la brava Doris Soffel nel ruolo di Erodiade: glaciale come si conviene al suo personaggio.

Sulla direzione di Juraj Valčuha c’è poco da dire: tecnica ed eleganza rare, trattamento dell’insieme sublime. Ottimi gli equilibri (nonostante si disponesse di un organico “a ribasso”), puntuale e coinvolgentissimo il trattamento orchestrale dei temi conduttori, che affiorano sempre con chiarezza e passione.

La regia firmata da Gabriele Lavia è felicissima: con grande semplicità ottiene effetti travolgenti. Una luna che pende minacciosa sulla scena, una danza davvero seducente, un’enorme testa sul finire dell’opera: il feticcio che ossessiona la mente di Salome, immenso come lo è nella sua malata psiche. Costumi dalle fattezze da Bibbia illustrata insieme ad abiti dell’epoca di Strauss. A sottolineare l’immortalità di questo racconto, favola tremenda e bellissima che trova la soluzione fra deserto e smisuratezza soltanto nella morte.

Giorgio Musolesi

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