Beatrice Rana, un talento alla vecchia maniera

Beatrice Rana risponde perfettamente alla immagine della talentuosa promessa: giovane età (classe 1993), affermazione perentoria, ascesa inarrestabile, tecnica ineccepibile e all’occorrenza sbalorditiva, una fama che la precede e che incuriosisce.

Ascoltando il recital pianistico di un giovane talento nascono puntualmente numerose riflessioni. Innanzitutto – considerata ormai la comune sovraumana maturità tecnica e interpretativa – ci si chiede come evolverà in futuro, se così fulmineamente ha bruciato le tappe. Una sincera curiosità, cui, ovviamente, darà risposta solo il tempo. Altro interrogativo: come fa un giovane talento a sopravvivere nella giungla dei colleghi, tutti bravissimi e agguerriti? Per carità, per questi campioni la competizione brutale è parte integrante del mestiere, una tempra tenace e bellicosa è assolutamente necessaria, sacrifici e disciplina ferrea sono la cruda realtà, di cui non ci accorgiamo durante le performance. Però dovrà pur distinguersi, a parità di merito, un talento dall’altro ed è sempre più difficile, visto l’ingrossarsi delle fila dei virtuosi, come mai prima.

Sulla scorta di quanto ascoltato nel concerto tenutosi presso il Teatro Auditorium Manzoni, lunedì 11 febbraio all’interno della stagione di Musica Insieme, Beatrice Rana sembra avere un tratto nettamente distintivo rispetto alla calca di giovani – e ormai meno giovani ̶ rampolli del pianismo internazionale, quasi tutti aderenti a un gusto assolutamente manierista ed estetizzante.

Intendiamoci, Beatrice Rana ha tutte le carte in regola, vi suona, se glielo chiedete, i più impervi passaggi senza colpo ferire; ma senza che in ciò risulti mai la meccanicità del gesto o l’indifferenza dissacrante per la fatica. In questo, pur essendo assolutamente figlia della sua generazione nella perizia tecnica, possiede senza ombra di dubbio una classe d’altri tempi. Ascoltando il meraviglioso controllo del suono di cui è capace, si rimane convinti che quel suono potrebbe essere a tutti gli effetti suo e solo suo, una cifra stilistica indelebile. L’individualità, la riconoscibilità del tocco era un piacere che concedevano i grandi interpreti del Novecento e che, a mio avviso, oggi si va annacquando. Ecco dunque che, forse, la giovane Beatrice ha trovato in una “moderna restaurazione”, nell’evocazione di una pratica passata, una estetica personale – e per quanto mi riguarda vincente ̶ per ambire a una individualità in un’epoca di parità omologante.

C’è una sana moderazione nel pianismo di Rana, ben lungi dall’essere intesa come termine di difetto. Compostezza innanzitutto. Eppure nulla è trascurato. Ad esempio, la cura della polifonia, senza durezze o eccentricità; il canto tondo di molte linee che ci ha regalato una bellissima interpretazione degli Studi op.25, in cui ha svelato quanto davvero di belcantistico – come spesso si è detto – c’è in Chopin. Queste pagine quasi disintegrate dalla loro fama, sono state affrontate con molto gusto, cercando la conduzione in una narrazione intima e accentuandola con pochissima fermata, spesso davvero nulla, fra un numero e l’altro. I tempi veloci eseguiti molto sostenuti, ma mai affrettati; mentre i piano mi hanno ricordato l’immagine, testimoniata dai contemporanei, dell’ultimo Chopin, così delicato nel tocco da risultare quasi afono. Il concerto è proseguito nella seconda parte, con Miroirs di Ravel, altra pagina classicissima, che testimonia come anche nella scelta di un programma da concerto questa pianista mostri un gusto tradizionale, che non teme il confronto con il repertorio più iconico. In Ravel è davvero nel suo, la scrittura le corrisponde e le nuances sono restituite magistralmente.

In chiusura, proprio perché non si dica di esser secondi a nessuno, la nostra si è lanciata nella trascrizione dell’Oiseau de feu di Stravinskij fatta da Guido Agosti, una versione che è una mostruosità, ma da cui ha saputo estrarre tutto il fascino intramontabile dell’originale orchestrale.

Diego Tripodi

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