Il Martini in concerto a San Domenico

Gremita come poche altre volte la sala Bolognini del convento di San Domenico. Approda finalmente sulle scene cittadine la produzione del Conservatorio “Martini” che onora il genio di Franz Joseph Haydn nel 210° anniversario dalla morte. Terza e ultima data (dopo Argenta e Modena), appunto, a Bologna, in un luogo particolarmente suggestivo e significativo per chi fa cultura nella nostra città.

Alle nove meno un quarto non si trova già più un posto a sedere: moltissimi studenti, un numero abbastanza significativo di docenti, abbondantissima la partecipazione cittadina. L’aria è percorsa da un fremito di attesa, la sala vibra per ascoltare un concerto che si propone – nel suo programma – di rivestire dimensioni insolite.

Si apre con la Sinfonia concertante in si bemolle maggiore, pagina anomala e bellissima che pone in campo non poche sfide. All’orchestra ma soprattutto ai quattro solisti (Enrica Morbiducci, violino; Francesca Mattioli, oboe; Maria Chiara Bignozzi, fagotto; Matteo Polizzi, violoncello), cui sono richiesti al contempo il virtuosismo tipico di un concerto solistico e la compattezza di un lavoro da camera. Del quartetto colpisce soprattutto, nel secondo movimento, l’omogeneità timbrica, con le bellissime pennellate di oboe e violoncello e la bella resa affettiva delle ultime battute del numero, in cui i teatralissimi sbalzi dinamici sono giocati con una certa abilità.

Nella medesima tonalità d’impianto la seconda composizione haydniana in programma: la Theresienmesse, pietra miliare della produzione sacra del secolo diciottesimo. La partitura è una felice commistione di tripudio e lirismo, plasticissima nei rapporti fra testo e musica; tetra e solare, universale e intima. La proposta di un simile lavoro in questo contesto è quanto mai ambiziosa (parti corali acutissime, passaggi difficili per l’orchestra).

Rimpolpano le fila della compagine corale, costituita da allievi delle classi di canto, i cantori della Cappella musicale di San Petronio, così da mettere insieme un gruppone di circa quaranta unità dal peso sonoro non trascurabile, a volte eccessivo. In orchestra trombe naturali e un bell’organetto elettrico: querelle des Anciens et des Modernes. Esecuzione irta e inaspettata, felicissima è l’interpretazione della solista Miriam Fantacone (soprano), che ci regala articolazioni e messe di voce di rara purezza ed eleganza; in una parola, bellissime.

Scrosci di applausi in chiusura: si applaude volentieri al gigante Haydn, a chi ha voluto rendergli questo tributo e ai ragazzi che si sono impegnati in questa avventura sulle spalle del geniale compositore degli Esterházy. Con un sospiro di rammarico per questo nostro mondo (la voglia di tornare come prima…) in cui davvero, spiace dirlo, languono i sovrani illuminati.

Giorgio Musolesi

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