Haydn e Rossini

Rossini il “tedeschino”. Rossini e Haydn. Abbiamo approfondito questo rapporto intervistando Piero Mioli, storico della musica che ha appena curato per il Conservatorio un ampio volume collettaneo dedicato al genio pesarese in occasione dei centocinquant’anni dalla morte, Gioachino in Bologna (edizoni Pendragon).

È innegabile che non c’è un nesso storicamente significativo né di Bologna né del Conservatorio Martini con Haydn. Può essere invece interessante cercare il nesso tra Haydn e Rossini, il quale, viceversa, occupa un posto di rilievo nelle vicende della città e dell’istituto. L’unica attestazione di un interesse haydniano in un’area a noi più vicina, è l’affiliazione nel 1780 dello stesso compositore all’Accademia Reale Filarmonica di Modena, istituzione di recente fondazione (1771) rispetto alla ben più prestigiosa corrispondente bolognese, legata invece alle memorie mozartiane. Pochi anni dopo, nel 1785, uno dei primi biografi haydniani, A. Ch. Dies, riporta che proprio per quel luogo avvenisse la composizione dell’azione teatrale su libretto metastasiano L’isola disabitata, ma sbagliando, poiché già produzione della corte di Esterhaza sei anni prima. Ma Modena non è Bologna e ci guardiamo bene dal sollecitare l’obiezione un po’ piccata dell’orgogliosissimo campanilismo emiliano.

«Dal punto di vista strettamente compositivo i due musicisti, Haydn e Rossini, hanno moltissimo in comune. Quando Rossini era ragazzo frequentava questo istituto (il Conservatorio Martini, ndr), che era ancora Liceo Musicale – lui si iscrive nel 1806 ed interrompe nel 1811 senza diplomarsi – studiando pianoforte, violoncello, che era lo strumento gradito, e contrappunto, ossia la composizione. Pare proprio fosse un po’ preso in giro, o comunque criticato e gabellato da compagni e forse anche dai professori, con la parola di “tedeschino”, proprio perché, in un contesto tradizionalista come era quello di tutti i conservatori, nutriva questa passione per i tedeschi, Mozart, Beethoven, per quanto era possibile, e soprattutto Haydn. Per cui, chi poi ha studiato le sue Sonate a quattro, che risalgono a poco tempo prima, agli anni di Lugo (1802- 1804), ha ravvisato un’infinità di procedimenti alla Haydn. In particolare, degna di nota la recente tesi di laurea di Federico Gon, dottorando a Padova e ora attivo a Vienna, proprio sulle influenze di Haydn sulla musica di Rossini. Qualche mese fa, inoltre, il Conservatorio ha pubblicato il volume Gioachino in Bologna, a cura della presidente Jadranka Bentini e mia: consta di numerosi saggi, tra cui un lavoro di Daniele Tonini molto ben fatto proprio sulle relazioni musicali fra i due compositori, partendo dall’analisi di questi quartetti giovanili. Ma al di là di queste prime composizioni, se consideriamo le ouverture de Il barbiere di Siviglia, de La Cenerentola, de L’italiana in Algeri, di Semiramide, o anche La scala di seta, constatiamo che lo schema è quello della forma sonata; naturalmente, un po’ per pigrizia un po’ perché si trattava di opera e non di sinfonia, Rossini propone una introduzione lenta, esibisce il primo tema, il secondo tema alla dominante, ma quando c’è da sviluppare è molto parsimonioso. Diversamente da Beethoven. Nei conservatori, lo studio della composizione era inerente alla musica sacra, alla musica canonica, al contrappunto, alla grande tradizione italiana e romana: una meraviglia certamente, ma altro rispetto agli stimoli musicali a lui contemporanei».

Piero Maioli

Nella mia parziale conoscenza, quello che mi stupisce in Rossini è anche il gusto timbrico e dell’orchestrazione, forse anche questo derivatogli dal suo accurato studio sui classici viennesi.

«Bisogna fare attenzione. Nel 1844 il Signor Hector Berlioz pubblica il Grande trattato di strumentazione e d’orchestrazione e, per quello che mi ricordo, non cita mai Rossini, né Mozart né Haydn. Per lui, la vera orchestrazione è Gluck, naturalmente Beethoven, forse Cherubini, anche se non correva affatto buon sangue tra i due. Dunque, se per “timbrica” intendi quel diluvio di timbri belli e originali che ci sono in Wagner, che è lì per arrivare, o in Berlioz stesso, allora la musica di Rossini e di Haydn ci sembra quasi musica in bianco e nero. Se invece con “timbro” alludi al fatto, per esempio, che il secondo tema della forma sonata delle sinfonie era usualmente affidato all’oboe, al flauto, al clarinetto, proprio con un preciso gusto per il solismo, allora hai ragione e, in questo senso, lo può derivare da Haydn. Questa è tutto sommato ancora una concezione classicistica: prima la forma e, poi, il colore».

Pensavo anche più all’ultimo Haydn, che riesce miracolosamente a regalarci sempre delle sorprese. Alludo agli oratori, in particolar modo, che sono spesso “coloristici”.

«Questo è vero, Le stagioni e La creazione sono opere miracolose anche per la capacità mimetica quasi wagneriana: quando allude all’estate ti sembra di aver caldo, quando descrive gli animali ti sembra di scorgere vivamente il leone; sono musiche, per certi aspetti, “poco haydniane”, il colpo di coda del genio che ebbe un’importanza fondamentale per la musica romantica. Verdi stesso diresse in giovane età La creazione e pare abbia imparato molto».

Anche Rossini, per tornare a noi, ebbe modo di dirigere uno dei suoi grandi oratori e proprio qui a Bologna. Era il 20 maggio 1811 e, per l’Accademia dei Concordi, il pesarese allestiva un’esecuzione de Le stagioni in occasione molto celebrativa, addirittura la nascita del Re di Roma, l’erede di Napoleone I. Quattro ore di musica inusuale per le orecchie locali, ma inaspettatamente “senza sbadigli e spesso con commozione di vero entusiasmo”.

«Probabilmente, non essendo lui violinista e la figura del direttore d’orchestra essendo non ancora nata, la direzione avvenne dal cembalo. È una bella notizia che rende la ricerca di questa nostra conversazione più fruttuosa!».

Un altro legame tra Haydn e Rossini lo riscontriamo nel ritrovato interesse da parte di entrambi del genere sacro in tarda età. Ricordiamo che nel concerto che propone il Conservatorio figura la Theresienmesse, una delle ultime grandi messe. Non so se anche nel repertorio sacro di Rossini si può, senza forzature, ritrovare qualche lezione haydniana o tedesca.

«C’è in effetti il destino comune di autori che hanno dedicato la loro vita a generi profani – Haydn alla sinfonia e al quartetto, Rossini all’opera – che in tarda età per qualche ragione si volgono al sacro. Però, una delle caratteristiche delle messe di Haydn, e di questa in particolare, è il rifiuto di dare troppo spazio ai solisti. Mentre nella Messa di gloria, nello Stabat Mater, nella Petite Messe Solennelle Rossini, appena può, tira fuori l’aria per il tenore, la cabaletta del soprano, duetti etc., la Theresienmesse è invece una grande messa sinfonica, con colori orchestrali, e con la fuga quando occorre. Per paradosso, se le voci mancassero non sarebbe un guaio tremendo. Pensiamo invece se lo stesso potesse avvenire mai nel Cujus Animam dallo Stabat! Crollerebbe tutto. Eppure Haydn fu anche operista e, per mia esperienza di studio, trovo che i suoi lavori siano anche molto belli. C’è una celebre, ma a quanto pare falsa, lettera in cui scrive a un impresario teatrale che gli chiedeva una nuova opera, declinando l’invito con grande modestia e intelligenza perché convinto dell’impossibilità di competere con i contemporanei lavori teatrali di Mozart. E in effetti, le sue opere son belle, ma nel confronto erano destinate a venir meno.

Se c’è un rapporto fra i due, quindi, potrebbe essere psico-biografico, ma non stilistico-compositivo.

Sono un po’ le propaggini del classicissimo. Con la Scuola di Vienna si fa sempre un errore: si dice Haydn Mozart e Beethoven. Sta di fatto che, sopravvivendo Haydn significativamente a Mozart, la progressione dovrebbe essere: Haydn Mozart Haydn Beethoven. Si potrebbe dire che Bellini è il primo romantico italiano, Beethoven romantico no ma meravigliosamente in equilibrio, mentre l’ultimo classico italiano è Rossini e l’ultimo classico tedesco è Haydn».

Haydn riesce a essere sia uno dei primi che uno degli ultimi classicisti, grazie alla sua capacità di rinnovamento.

«Che ha del miracoloso. Le prime sinfonie sono simpatiche, ma niente più che degli esperimenti tardobarocchi; ma se guardiamo alle ultime, a parte la grinta di Beethoven che è tutta un’altra cosa, la forma è già quella beethoveniana. Nelle Dodici sinfonie londinesi è già il prototipo della sinfonia perfetta».

Ricordiamo che il concerto per i 210 anni dalla morte di Haydn avrà luogo lunedì 11 febbraio, ore 21.00, presso la Sala Bolognini del Convento di San Domenico a Bologna. Protagonisti Coro e Orchestra del Conservatorio “G.B. Martini” e il Coro della Cappella di San Petronio.

Diego Tripodi

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