Nel ventre sonoro del cinema Modernissimo.

Un’installazione per Art City

Weekend di Arte Fiera. Installazioni in tutta la città. Per entrare all’interno del cinema Modernissimo bisogna scendere delle scale che sembrano l’accesso a un bagno pubblico qualsiasi. Scale ai lati di Piazza Maggiore, quindi ci si aspetta sicuramente un bagno signorile. Quello che si trova là sotto però, è un ampio atrio, raggiungibile attraverso qualche giro di corridoio, un atrio semicircolare, un po’ scarnificato e scrostato ormai dall’allungarsi sulle sue pareti dell’ombra di diversi decenni. Anche se è difficile immaginarsi che la luce possa raggiungere questo luogo sotterraneo e oscuro.

Ci si figura però la sontuosità dell’arredamento e l’ampia illuminazione (oggi a cavi scoperti) dei lampadari art decò che dovevano sovrastare l’ingresso, un po’ come per il foyer del Teatro Comunale.

Per arrivare alla sala destinata alla proiezione, bisogna scendere ancora e lasciarsi avvolgere ancor di più dalla tenebra e dall’umidità, che assorbe il rumore dei passi sulle accomodate scale del cantiere in evoluzione.

Il paesaggio che ci troviamo di fronte è in salita verso il fondo, molto ampio, l’architettura è ricca di angoli e punti di fuga. Il tutto è sovrastato da una balconata anch’essa molto regale, che poteva essere dedicata alla seduta dei personaggi di spicco.

Non ci sono seggiolini a ingombrare il salone: una piscina enorme vuota accoglie una platea ristretta dedicata all’ascolto.

Al lato opposto del fondo rialzato, si trova ovviamente lo schermo, anch’esso enorme e al contempo enormemente vuoto di immagini. Viene proiettata solo una luce bianca e alterata, a intervalli irregolari e inaspettati.

Il pubblico che assiste alla proiezione di luce è piuttosto ristretto e disposto in cerchio, quasi a rappresentare una visione privata, un’anteprima, un momento di raccoglimento come l’attesa di emanare un verdetto.

È come una giuria chiusa in cerchio e illuminata, riverberata al centro della sala, costituita da una decina di piccoli microfoni/altoparlanti, che confondono e si confondono parlandosi gli uni sugli altri, un coro circoscritto di frasi e sentenze ritagliate, gracchianti e indecifrabili, provenienti dagli archivi della storia del cinema. È un momento molto spaesante, un tema ricorrente, un loop variabile di intonazione e forme che si amalgamano con uno spazio sovrastante spoglio ma che attira con tutta la sua grandezza e potenza.

Le voci tacciono e lo schermo si attiva: emerge dal silenzio e dal buio, spolverato di una grossa grana, come le vecchie pellicole. Ai lati dello schermo, nascosti, sono posti altri due altoparlanti, lo stereo, dal quale proviene un suono riverberato più basso, un drone spazioso che dà voce all’immagine fluttuante.

Gli avventori dell’installazione sonora, incuriositi dalla provenienza delle voci, si avvicinano ai piccoli altoparlanti, accostano l’orecchio, tentano di dare un senso e di riconoscere chi sta parlando, chi vuole ancora parlare di cinema, del suo personale modo di intendere l’arte cinematografica. Ma dal vociare all’unisono, dal coro, nessuna voce ha la meglio sulle altre, l’assemblea è democratica e concorde unanime nel confondere il pubblico, nel renderlo partecipe ma anche estraneo a questo evento pre-cinematografico.

Come molti sanno, la storia del cinema inizia muta, ed è la musica che fa vivere le immagini, le quali acquistano movimento e senso emotivo grazie a essa. Il cinema nasce scritto, senza la voce umana che incombe sulla persona e sull’accompagnamento musicale che essa emotivamente fa riverberare all’interno del suo corpo.

Dal momento che il sonoro entra prepotentemente al cinema le voci hanno il compito di dichiarare qualcosa, di dare forma al suono con il significato della parola, lasciando poco spazio alla fantasia di immaginare, dall’espressione di un volto o dalla mimica dell’attore questo stesso significato, che la voce esplica istantaneamente.

Il compito dell’artista Michele Spanghero, compositore dell’installazione sonora, è quello di restituire il compito di “suono essenziale” alla voce, rendere significato al suono prima ancora che alla parola, dare spazio e far risuonare la formante vocale all’interno del luogo stesso, plasmare la voce e quindi far svanire la parola attraverso la forma stessa dello spazio nel quale si agisce.

Il centro del discorso è proprio il luogo, il cinema Modernissimo come opera site-specific, il quale dialoga con l’artista e con le frasi dei grandi registi scelte tra le ore e ore di registrazione prodotte dal giornalista, fotografo, filosofo cinematografico tedesco Gideon Bachmann e modellate, riprodotte, ri registrate e riverberate dall’acustica della sala stessa, fatte riflettere, fatte circolare, riflettere anche in senso figurato riguardo alla natura del cinema stesso e dei suoi luoghi e modalità di fruizione.

Michele Spanghero tenta di restituire al cinema il vero valore del suono, quello di dar vita alle immagini e allo spazio vuoto della sala, quello di dare significato al momento e all’istante del perché ci si siede in platea a vedere uno spettacolo e del perché si sceglie di vederlo proprio in quel preciso spazio e tempo stabilito dalla visione.

Alla vista il cinema Modernissimo oggi ci appare come uno scantucciato luogo decaduto al suo uso e un ricordo di un passato glorioso, ma attraverso il suono e il suo suono stesso, l’alone di riverbero che passa intorno al cerchio di altoparlanti, vive e cambia a ogni ascolto proprio grazie a ciò che ha reso possibile il cinema come noi oggi lo conosciamo, cioè le orecchie.

È un’esperienza di ascolto specifica, delicata ma anche dirompente nella sua forza e nella sua particolarità di interpretare un vasto spazio e di dar forma a una parola che altrimenti sarebbe stata preponderante e avrebbe catturato a sé ogni orecchio e ogni sguardo.

L’utilizzo di altoparlanti/microfoni ha comunque la funzione di mettere al centro anche la voce, che sembra non essere riprodotta ma appunto raccolta, captata proprio dalla sua azione nel luogo stesso, dopo una lunga strada, un lungo ritardo e un percorso tortuoso dallo spazio alla forma, al significato, per tornare all’origine, ovvero al suono.

Il valore dell’opera è quindi unico quanto è unico il valore del cinema Modernissimo, il voler riaffermare attraverso il suono la propria presenza, la propria esistenza e il proprio diritto ad averla, quell’esistenza e quell’apertura per troppo tempo negata. Eppure sopra di esso, Piazza Maggiore pullula di vita, è domenica, c’è una lunga fila che attende di entrare ad assistere all’installazione. Accanto alla fila un musicista andino infastidisce con la sua base registrata e il suo flautino.

In Via Rizzoli fiumi di gente che va a fare compere cicalando, biciclette, bambini, altra musica e musicisti si esibiscono a cappello, molte altre mostre sono in corso, il paesaggio sonoro è vario ed intenso, ma non c’è il traffico, essendo la domenica dedicata al fermo dei mezzi in centro.

È il weekend di ArteFiera e di Artcity, 1-3 febbraio, esposizione e anteprima di molti eventi dedicati all’arte contemporanea sparsi per il tessuto cittadino. L’evento principale è appunto rappresentato dalla riapertura straordinaria del cinema Modernissimo prima dell’inizio dei lavori di ristrutturazione ed è quindi dedicato alla installazione sonora dal titolo Again Anew del soundartista Michele Spanghero, classe 1979, curata da Riccardo Costantini e promossa dalla Fondazione Cineteca di Bologna in collaborazione con Cinemazero di Pordenone.

Cinemazero ha fornito all’artista l’accesso agli archivi di Gideon Bachmann e gli ha permesso di estrapolare le voci dei più grandi registi italiani e delle loro conversazioni con lo studioso del cinema proprio riguardo al cinema stesso, al loro cinema, alle loro opere e alla loro filosofia: sentiamo quindi alcune frasi di Michelangelo Antonioni, Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Francesco Rosi, Paolo e Vittorio Taviani – e una di Bachmann stesso.

Artcity è un momento molto importante in città, molti spazi vengono aperti e dedicati a mostre del tutto nuove, e soprattutto gratuite, permette quindi a moltissimi, anche a un pubblico poco affine all’arte contemporanea, di avvicinarsi a un luogo particolare, a un’opera specifica come quella di Spanghero. Certo non è di facile fruizione e interpretazione. In mezzo a pochi cultori del genere e pochi conoscitori dell’ambito sound artistico, il pubblico rimane forse deluso dall’incomprensione del testo, della parola, e viene inondato dal suono, anche se puntuale e minimale.

Altri eventi di Artcity sono dedicati a un’esperienza sonora particolare, come nel caso dell’installazione visivo/sonora Nobody’s Tales – I Racconti di Nessuno, di Lele Marcojanni, esperimento che unisce paesaggio sonoro, documentario sonoro, archivio della città di Taranto Vecchia, al fotogiornalismo, al videodocumentario e al concetto di libro, di storia, di narrazione. Questa presso lo spazio espositivo DAS – Dispositivo arte sperimentale.

Così come la personale di Mika Rottenberg al MamBo a cura di Lorenzo Balbi ci permette uno sguardo irriverente, ironico, ristretto sulle problematiche riguardanti la produzione capitalista, il senso stesso dell’oggetto esposto, il lavoro, il tutto in una forma patinata ma non fine a sé stessa e al limite tra videoarte e scultura.

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Grazie ad Artcity e a Michele Spanghero, oltre che alla Fondazione Cineteca di Bologna, il Cinema Modernissimo ha avuto la possibilità di rivivere attraverso i suoi protagonisti e attraverso le voci di chi ha popolato la storia del cinema, la quale vede in Bologna, ancora oggi, una città baluardo nella programmazione, nel preservarne i tesori e nell’attualità artistica cinematografica.

Giada Turini

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