Musica barocca (o meglio, antica) a Bologna

 Si fa musica barocca a Bologna? Non è facile rispondere a questa domanda, anche perché, se si riflette un attimo, è altrettanto difficile postularla in modo corretto.

A tal riguardo si rivela più che mai necessario “definire”, ossia, come dice il termine, porre dei confini, limitare l’uso di parole attraverso l’utilizzo di altre.

Sovente si utilizza il concetto di musica barocca in senso molto lato, sì da far ricomprendere al suo interno tutta la musica fino al 1750. A rigore, se si vuole riferire il termine a un lasso temporale così ampio, si dovrebbe parlare di “musica antica”, poiché il Barocco, come è noto, ricopre solamente una parte di tale periodo (indicativamente dal ‘600 a metà ‘700).

La domanda suona molto meglio in questo modo: “Si fa musica antica a Bologna?”

In questo caso il termine “fare” va inteso in senso pregnante; la musica antica non si esegue solamente: si fa, si crea. I compositori di questa musica lasciavano i musicisti liberi di integrare il brano mediante l’improvvisazione estemporanea, così da permettere una vera e propria estrinsecazione della sfera emotiva di ciascuno.

Potremmo andare anche oltre: “Si fa musica antica a Bologna con strumenti d’epoca (o almeno con copie di tali strumenti) e in ottemperanza a criteri filologici?”

Questa musica, in particolare, richiede veramente una coscienza personale del contesto culturale in cui è stata composta e una cognizione dei trattati teorici coevi: questi ultimi non facevano altro che mettere nero su bianco le regole del gioco musicale, le prassi esecutive, costituendo dunque la scaturigine teorica cui attingere e dalla quale trarre legittimazione. Anche se, non lo dimentichiamo, non è la prassi che si è adeguata alla teoria, ma è quest’ultima che ha codificato le pratiche musicali in uso.

Inoltre, per creare grande varietà è altrettanto necessario un uso sapiente dei temperamenti al fine di sottolineare nel migliore dei modi gli “affetti” presenti nel brano musicale. È diverso se si suona Frescobaldi con il temperamento mesotonico, basato su terze maggiori pure e quinte calanti di un quarto di comma sintonico, piuttosto che con il temperamento equabile. Il mesotonico, infatti, permette la creazione di intervalli diversi tra loro (quinte strette, quarte larghe, addirittura una “quinta del lupo” che, dissonante come è, “ulula” al punto da essere evitata in fase esecutiva), così da farci percepire le “durezze” (dissonanze) e “legature” (ritardi) in tutta la loro carica drammatico-espressiva.

Fare musica antica rispondendo a tutte queste condizioni significa veramente farla rivivere, darle lustro anche a distanza di tanti anni.

Tuttavia, le ragioni più varie (mancanza di tempo, ignoranza e così via) portano a suonare musica antica in modi alquanto disparati, più o meno vicini alla “musica antica ideale” di cui ho parlato poco sopra. Spesso, inoltre, le musiche che vengono suonate sono così lontane dall’ideale da non parere degne di una benché minima e seria considerazione. La verità sta nel mezzo, come ci hanno insegnato gli antichi: in medias res, per dirla con Orazio, μέσον τε καὶ ἄριστον (“il mezzo è la cosa migliore”), per dirla con Aristotele.

Ora vorrei passare in rassegna i principali luoghi di Bologna in cui si fa musica antica.

Bologna suona antico

Partiamo dal Conservatorio “G.B. Martini” di Bologna, luogo di formazione dei futuri professionisti della musica, di coloro che daranno lustro all’ars musicale. Questa istituzione così gloriosa può vantare un vero e proprio Dipartimento di Musica Antica di alto livello: non si può tacere il fatto che, soprattutto in questi recentissimi anni, il Conservatorio ha consentito alla compagine di musica antica di esibirsi più volte dentro l’istituto stesso e anche in altri luoghi della città. Abbiamo esportato la nostra musica antica italiana in Francia, al Conservatorio di Lione, proprio lo scorso anno; inoltre abbiamo avuto l’onore di portare sul palco della Sala Bossi l’imperituro oratorio di Dietrich Buxtehude, Membra Jesu Nostri: il che è stato fatto con musicisti che si sono dedicati con devozione al canto rinascimentale e barocco, con viole da gamba, violone e violoncello e violini barocchi, flauti traversieri, flauti dolci di taglie diverse e un clavicembalo copia Giusti accordato con temperamento Werckmeister III. Tutto questo è stato possibile grazie alla splendida sinergia di allievi e docenti, in particolare: prof.ssa Silvia Rambaldi, docente di clavicembalo, maestro Daniele Salvatore, docente di flauto dolce, flauto traversiere e musica di insieme per voci e strumenti antichi, prof.ssa Anna Simboli, docente di canto rinascimentale e barocco, prof.ssa Rosita Ippolito, docente di viola da gamba, maestro Enrico Gatti, docente di violino barocco, maestro Antonio Mostacci, docente di violoncello barocco.

Sempre all’interno del Conservatorio, ogni anno i valorosi maestri Marco Arlotti e Andrea Macinanti organizzano un evento musicale veramente imperdibile e unico, la “Settimana organistica”: in essa troviamo masterclass e seminari tenuti da docenti altamente qualificati, in particolare in materia di improvvisazione organistica, postura all’organo, biomeccanica e fisiopatologia dell’esecuzione, organaria, temperamenti storici, composizione organistica contemporanea e tanto, tanto altro. Inoltre, presso la Chiesa dei Servi e in Sala Bossi, vengono suonate le pagine di compositori, per citarne solo alcuni, quali Olivier Messiaen, Marco Enrico Bossi e, naturalmente, di Johann Sebastian Bach, il cui sacro nome impronta di sé tutta la storia della musica occidentale.

All’interno di questa settimana è immancabile la assai partecipata “passeggiata organistica”, in cui il pomeriggio viene dedicato alla visita degli organi più significativi della città di Bologna (sala Bossi, Chiesa dei Servi, San Petronio, San Martino, San Giacomo Maggiore, San Michele in Bosco, Santa Caterina, Santa Maria della Pietà, San Domenico, Accademia Filarmonica e così via). Bologna, come si vede, può vantare un inestimabile e assai pregiato patrimonio organistico che deve essere assolutamente valorizzato, usufruito e portato alla comune conoscenza. Non sono più tollerabili quelle situazioni in cui gli strumenti musicali sono lasciati in stato di incuria e abbandono.

Il Museo di San Colombano costituisce una preziosissima perla, un luogo ameno, un’anticamera del paradiso che tutto il mondo ci invidia: esso raccoglie tutti gli strumenti del compianto maestro Luigi Ferdinando Tagliavini ed è composto da clavicembali, spinette, pianoforti storici (per non parlare di strumenti particolari come ciaramelle, pianoforte a tangenti, un esemplare di piano-clavicembalo a doppia tastiera, pianoforte a tavolo da cucito, a cristalli e così via) per la maggior parte originali d’epoca. All’interno del Museo si organizzano regolarmente, con cadenza pressoché settimanale, eventi musicali di livello, in cui sono invitati a suonare quelle meraviglie profumate di antico musicisti di ogni provenienza e classi di strumento e musica d’assieme di diversi Conservatorii. Quando era in vita il maestro Tagliavini era inoltre possibile partecipare alle sue preziose masterclass.

Proseguendo il nostro itinerario, è d’uopo fare menzione della Cappella Musicale di San Petronio, diretta dall’ottimo Maestro Michele Vannelli; essa svolge il servizio liturgico nelle celebrazioni più importanti, quali quelle episcopali e ci allieta ogni anno con concerti di altissimo livello. In particolare, non si può non andare ad assistere al concerto realizzato in occasione della solennità di San Petronio, in cui le voci cristalline dei valentissimi cantori, i due meravigliosi organi battenti (Malamini e Da Prato, quest’ultimo uno dei più antichi che esistano), cornetti, archi, trombe danno lustro alle grandiose composizioni dei maestri bolognesi (come Perti e Cazzati).

A Bologna è inoltre presente il Museo Internazionale della Musica, nel quale troviamo tesori di inestimabile valore, quali strumenti musicali (in particolare spicca il Clavemusicum Omnitonum), una ricchissima quadreria, partiture e carteggio di Rossini, ma anche libri parte delle Messe di Josquin Desprez e la prima musica stampata, l’Odecathon. Anche in questo magico luogo è possibile assistere a concerti di grande pregio.

Assolutamente meritoria di menzione è l’Associazione Clavicembalistica Bolognese, presieduta dalla Prof.ssa Maria Pia Jacoboni, ente che ha promosso e diffuso la cultura del clavicembalo attraverso il tocco dei più talentuosi clavicembalisti sulla piazza; sempre la predetta associazione organizza con cadenza biennale il Concorso “Paola Bernardi”, presieduto da una giuria di grande qualità, ove è sempre difficile trovare un vincitore, data la bravura dei partecipanti.

Come si può vedere, a Bologna non mancano i luoghi in cui è possibile fare e ascoltare musica antica di un certo livello.

L’esecuzione

A questo punto sorge spontanea la fatidica domanda: ci sono i luoghi, ci sono gli strumenti, ci sono esecutori preparati e “consapevoli”? Sicuramente non mancano.

La musica antica sta attraversando un periodo di vera e propria rinascita e comincia a essere diffusa sempre più capillarmente nelle sale da concerto. Inoltre aumenta sempre di più il numero delle persone che si avvicina a questo genere di musica “di nicchia”, vuoi per curiosità, vuoi per il fascino che ancora l’antico esercita, o per le più svariate ragioni. Questi concerti, altresì, sono spesso frequentati anche da una parte di pubblico “informata”, composta ad esempio da musicisti e musicologi, in grado quindi di formulare un giudizio non solo di carattere soggettivo, ma che coinvolga anche questioni più prettamente estetiche e tecnico-esecutive.

Come è noto, da sempre la musica occidentale è nata, salvo rare eccezioni (madrigale cinquecentesco, ad esempio) per il pubblico; l’unione matrimoniale tra compositore e pubblico ascoltante può dirsi “rata” con il brano musicale oggetto di composizione e “consumata” con l’esecuzione. Il pubblico non va deluso: la parte informata, da un lato, si aspetta di assistere a un’esecuzione pregevole e soprattutto corretta sotto vari punti di vista: stilistico-interpretativa (ogni stile nazionale ha infatti i propri modi, anche consuetudinari e non codificati nei trattati, di fare musica), filologica, bilanciamento sonoro delle parti del concerto e così via. Dall’altro lato, la parte del pubblico meno esperta ha più un atteggiamento di fiducia, se ci pensiamo: confida (anche a livello inconsapevole) nel fatto che i musicisti coinvolti trasmettano a questa sezione di pubblico un’idea possibilmente “corretta” della musica che vanno a eseguire. Se infatti il pubblico va ad ascoltare un concerto di musica barocca, probabilmente, quando uscirà dalla sala e tornerà a casa, penserà che la musica barocca si suoni in quel determinato modo (magari errato), ossia nel modo in cui hanno suonato i musicisti di quel concerto. Molto spesso, purtroppo, si assistono a esecuzioni di musiche antiche diverse tra loro non tanto per quel che riguarda il profilo esecutivo e interpretativo del brano in sé (altrimenti saremmo di fronte a beni industriali prodotti in serie), quanto per quel che afferisce all’interpretazione e rappresentazione dei criteri musicali oggettivi alla stregua dei quali il brano va eseguito: con questo voglio dire che non mancano musicisti che eseguono un brano di musica antica sulla base di una errata (o mancante) conoscenza dei criteri esecutivi, ossia del modo, della prassi con cui esso va suonato. Missione del musicista, dunque, non è soltanto quella di allietare il pubblico e commuoverlo, ma anche di trasmettere un messaggio vero, un’idea della musica che sia corretta.

Simone De Stasio

http://www.cappella-san-petronio.it/

http://www.comune.bologna.it/iperbole/acb/

https://www.bolognawelcome.com/home/scopri/luoghi/cultura-e-storia/musei-e-gallerie-arte/collezione-tagliavini/

http://www.museibologna.it/musica/documenti/53237

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