L’arpa contemporanea in dialogo con la luna

Recensione a un concerto e conversazione con Francesco Carluccio

Nel pomeriggio di sabato 26 gennaio, la Sala Bossi del Conservatorio “G.B. Martini” ha ospitato un concerto di suoi docenti ed ex docenti, presenti con quattro brani originali – tre assai recenti e in prima assoluta – destinati al timbro suggestivo dell’arpa, suonata per l’occasione da Paola Perrucci, docente e nota interprete del repertorio contemporaneo per lo strumento. Per due dei brani era inoltre prevista l’elettronica, suonata dal vivo da Damiano Meacci.

Il concerto è stato bello, piacevole, ma soprattutto interessante per chi, come chi scrive, vi ha assistito in veste di studente di composizione. Personalmente trovo che possa, anzi debba, essere il primo di una serie di appuntamenti di chiara utilità didattica, in cui gli insegnanti del Conservatorio condividono il loro mondo artistico, spesso, anzi quasi sempre, messo da parte rispetto alle qualità didattiche. Per fortuna, a quanto pare, è intenzione dello stesso direttore del Conservatorio coinvolgere maggiormente i docenti in tal senso.

Infatti, è importante per l’allievo scoprire la natura, forse più intima, ma anche più essenziale del proprio insegnante, per soddisfare il naturale desiderio di riconoscere nel docente anche un esempio; non necessariamente per emularlo, ma anzi per avere l’occasione di mettere a confronto con lui la propria individualità. Per estremo senso di protezione o modestia i docenti tendono a rigettare questa vocazione a essere mentori, pensando che influenzerebbero proprio quella individualità. Per quanto riguarda lo studio della composizione, è questo un sentimento molto comprensibile, che deriva, credo, dal loro stesso apprendistato durante un’epoca in cui ancora era molto presente la imposizione di legarsi a una certa scuola o ad un certo nome, in un clima di competizione e dipendenza continue.

Per fortuna certi metodi si sono dissolti e, per questo, l’esempio del docente potrebbe riacquistare la posizione che merita senza la paura di ricadere in un vizio di autorità.

Da un dialogo con la luna (2018) di Francesco Carluccio apriva il concerto coinvolgendo l’arpa in un’interrogazione continua, ma sempre delusa dalla staticità grave e prospettica di una traccia elettronica; Variazioni su una sequenza di Maderna (1991) di Chiara Benati offriva all’arpa solista occasione di mostrarsi in virtuosismi come rivisitazione moderna di quella antica forma cristallizzata che è la variazione; Arpeggiando (2015) di Gian Paolo Luppi è una fantasia che mantiene la coerenza del suo esplicito titolo; infine, Risonanze II (2013) di Cesare Augusto Grandi chiudeva il concerto e rintroduceva, specularmente all’inizio, l’elettronica, ma in una veste molto più complessa e in continua interazione con l’espressione dell’arpa.

Davanti un bicchiere di rosso alla sua salute e per il battesimo della sua nuova creazione, ho avuto la tranquillità di chiedere a Francesco Carluccio qualcosa in più sul suo brano e sullo scrivere, portando la sua personalissima visione a testimonianza del carattere dell’intera serata.

“Quanta gente che sospira/ di veder cos’è la luna” canta Clarice ne Il mondo della luna, libretto celebre di Goldoni, più volte musicato nel corso del Settecento da parte dei più rinomati compositori, Galuppi e Haydn innanzitutto. Si può svelare di più sul soggetto della tua composizione?

La luna qui non è il luogo dei matti, come in Ariosto ad esempio. La suggestione del titolo mi era venuta dal Dialogo della Terra e della Luna delle Operette morali di Leopardi; è una serie di interrogativi, che non sono destinati ad avere risposta: è la Terra che sollecita risposte dalla Luna. Diciamo, quindi, che è questo ad aver ispirato il titolo ed il carattere interrogativo di tutto. La Terra soprattutto chiede alla Luna se abbia mai sentito la musica degli astri, ma questa risponde di no e di rimando chiede alla Terra se abbia mai sentito la musica delle sfere; al che quella risponde che l’unico suono che le arriva è il chiacchiericcio degli uomini appena svegli portato dal vento, che la stordisce. Tutto si gioca quindi su un grande senso di delusione. I sogni e le aspettative si infrangono in una sorta di nichilismo: finché non si ha la risposta si mantiene l’illusione, appena questa viene data è deludente rispetto alle aspettative o spesso non viene data addirittura. Alla fine tutta questa serie di domande senza tregua, in Leopardi, serve per capire perché chi ha inventato la Natura e le sue leggi le abbia fatte così sadiche e ingiuste. Ma a ciò non è data risposta naturalmente. Questo era il meccanismo che mi interessava: tutto è riportato a una logica discorsiva che conduce sempre, a metà brano e in conclusione, a questa interrogazione ossessiva e insistente (l’intervallo ascendente mi – sol).

Infatti mi è sembrato che il pezzo sia molto coerente, anche nella scrittura: ti concentri su pochissimo materiale, questo intervallo interrogativo e immediatamente riconoscibile che è una certezza. Inoltre, mi è sembrato, e piaciuto molto, che tutto acquisti la forma di un grande recitativo.

È una struttura di recitativo-arioso. Ed è questo che è difficile da sostenere, perché non è strutturato come un pezzo in sezioni, ma è fatto di frasi concatenate l’una all’altra, che quindi necessitano di una tensione continua l’una verso l’altra, in modo da rendere plausibile lo scorrimento. Questa è la cosa più difficile da ottenere e infatti ne avevo parlato con l’interprete.

Si sente che ci sono una serie di frasi che hanno una struttura arcuata, si innalzano per ricadere, ma essere raccolte nell’intenzione della nuova frase.

Raccolte e ogni tanto portate via da una musica che viene da lontano; le uniche risposte a questo recitativo sono dei cambi di immagine repentini che portano ad altra atmosfera. C’è ad esempio un passaggio in cui appare una figura che, fra l’altro tramite una preparazione dello strumento, evoca le sonorità del cymbalon: è una suggestione di suono che proviene da altrove ma non risponde alle domande che porta avanti la narrazione principale del brano. Quello che è infatti possibile è la diversione rispetto questo interrogativo, che ritorna, ritorna, ritorna sino alla fine. Raccontare un pezzo adesso sembra molto schematico, progettuale, ma in verità la creazione lo è di meno.

L’effetto di cymbalon testimonia un’atmosfera un po’ “esotica” del brano. Forse, però, c’è un esotismo più storico che geografico, o comunque, una contaminazione dei due piani di suggestione: il recitativo, l’arioso, anche al nostro orecchio moderno, ci appaiono delle forme di canto vicine a tanti stilemi della tradizione mediorientale.

Purtroppo è soltanto un esotismo. Vorrei conoscere di più la cultura musicale di quelle terre. Certamente per me, al di là di ogni suggestione, era importante il disegno armonico, stabilendo chiaramente le aree armoniche a seconda di ognuna di queste situazioni del paesaggio che si succedono. Molto della composizione non lo ricordo più, ma, ad esempio, sulla prima concatenazione armonica, e dunque di eventi, sono rimasto a lungo perché era importante testimoniasse la cifra espressiva del brano. All’inizio era tutto molto informe; ho preferito lasciarmi andare nel sentire come risponde questo a quello, sia nell’andamento della linearità sia armonicamente.

Parlandone sempre molto in classe, conosco già la risposta, ma voglio condividerla con i lettori di Chorus. Qual è il tuo rapporto personale con la contemporaneità? È una necessità che senti quella di scrivere? Insomma, perché si scrive e se hai una risposta su questo.

Io ce l’ho perché sono felice soltanto quando scrivo o quando penso alla composizione di qualche pezzo. Altrimenti sarei divorato dall’ansia esistenziale. Quando lavoro su un progetto, anche se non dovesse avere una realizzazione nell’immediato, io finalmente trovo un po’ di pace, mi sento felice. I tormenti allora diventano solo quelli inerenti alla creazione. Ma per il resto è per me un grande aiuto.

Cosa ti piace di più del tuo ruolo di insegnante?

Se mi fai la domanda così, ti rispondo niente. Se mi parli di insegnamento. Credo nella possibilità di mettere a confronto più esperienza e delle idee. Certo, i compiti di scuola hanno una definizione più precisa. Ma per tutto il resto, io stesso mi sento sempre disarmato. Quando ho fatto questo pezzo, ad esempio, non sapevo esattamente in che modo procedere, quale stile adottare, non avevo e non ho una tecnica ferrea e buona ad adattarsi a ogni composizione, perché ogni composizione ha la sua precisa definizione emotiva e quindi richiede che la tecnica sia adeguata. Casomai, mi rendo conto, vi sono delle idee fisse nella mia creatività, ma ogni inizio è ex novo e prevede una, seppur fittizia, tabula rasa. Alla fine si ripercorrono strade già percorse, ma non è intenzionale e questo mi piace.

Ultima domanda, un po’ decentrata rispetto all’intervista; ma, siccome è una tua passione e credo ti rappresenti molto, ci tengo possa trovare qui uno spazio per provare ad appassionare anche altri. Da innamorato – mi sembra la parola migliore – di Verdi, quale messaggio secondo te comunica la sua musica?

Innanzitutto, la ricerca di una verità sempre; che, attenzione, non è il verismo, come corrente poetica. È una verità rispetto all’espressione necessaria, una verità musicale della scrittura, senza orpello. Una verità a cui si avvicinò sempre più nel tempo, avendo la fortuna di una vita che abbraccia l’intero Ottocento. Questo e anche cercare di trovare, sfidando tutte le critiche che sono state fatte, la precisa definizione per ognuno dei testi drammatici su cui lavorava. In Trovatore, Rigoletto, Traviata – i tre capolavori più bersagliati da certa critica per fortuna passata – usa dei colori elementari o, anche, delle formule di accompagnamento popolari, perché gli occorrono nettezza e nitidezza scolpite, senza nessun arzigogolo, come volesse dipingere soltanto con colori primari. E lo fa consapevole di farlo – dato che anche prima aveva scritto cose molto più elaborate –: quella era la verità che lui sentiva di quei testi. Il Trovatore, per esempio, è tutta una ballata popolare, in cui tutto viene continuamente raccontato e raccontato, e la meraviglia è quella, che con concisione, secchezza e povertà di mezzi espressivi lui ottenga una ricchezza infinita. Certa critica superficiale non l’ha capito e si è arroccata su polemiche di semplicità armonica, come se fosse poi la complessità dell’armonia a rendere giustizia alla complessità di un testo. Verdi nella sua vita ha articolato, necessità per necessità, il suo linguaggio in forme sempre più complesse quando lo richiedeva la verità drammatica. Chiaro che Otello e Falstaff sono strutturalmente più complesse, ma perché lo è il testo. Per me è la grandezza di essere vero o di ricercare, come Socrate, il vero dall’inizio alla fine della sua vita. Era un uomo d’altri tempi, forse aspro, ferrigno, a tratti sgradevole, ma concentrato con ossessione su questo principio di perseguire la verità. Come legare il monito morale all’estetica? Questo il suo insegnamento.

26/01/19

Diego Tripodi

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