“Grazie Claudio!”, un concerto per ricordare Claudio Abbado

Conversazione con Ezio Bosso

Al mio arrivo presso il teatro, l’assistente del maestro mi comunica che ci sarà da aspettare: è il momento di pausa tra le due prove giornaliere e lui sta godendo il meritato riposo. Poco male, penso, ho il tempo di ripassare la nutrita lista di domande con cui interrogare un personaggio – lui odia, in vero, questo termine – così popolare, ma anche così divisivo: spero infatti di sollevare con lui molte fini questioni. Nel mentre, nell’auditorium silenzioso e deserto, si curano i dettagli per il grande concerto dell’indomani: fonici e tecnici sono stati addirittura inviati dalla Rai per riprendere la serata e ora battibeccano vivacemente con il personale del teatro su dove piazzare le telecamere, in modo che possibilmente non disturbino i musicisti ed il maestro.

Il concerto, tanto atteso, ha avuto luogo il 20 Gennaio alle ore 18.00, presso il Teatro Auditorium Manzoni di Bologna. Il titolo “Grazie Claudio!” della serata è presto spiegato: si trattava di un omaggio, un ricordo e, per l’appunto, un ringraziamento al grande direttore in occasione dei cinque anni dalla sua scomparsa. Promotrice l’Associazione Mozart14, uno dei lasciti sociali più significativi del maestro, attualmente presieduta dalla figlia Alessandra e di cui dal 2017 Ezio Bosso è testimone e ambasciatore.

Intanto il palco, su cui avevano abbandonato in bella mostra i propri strumenti, incomincia a popolarsi di orchestrali. Si tratta di 51 maestri stabili presso le orchestre fondate da Abbado in tutta Europa (European Union Youth Orchestra, Chamber Orchestra of Europe, Mahler Chamber Orchestra, Lucerna Festival Orchestra, Orchestra Mozart). Incomincio a pensare che probabilmente non avrò modo di incontrare Bosso, quando vengo gentilmente introdotto al foyer superiore per una conversazione lampo di soli 10 minuti. Dentro di me ridimensiono le speranze e la finezza delle mie questioni.

Entrato, trovo Bosso seduto di spalle nella penombra – le luci sono infatti spente e fuori comincia ad imbrunire -, dinnanzi a lui la sedia che mi ospiterà e, intorno, le tracce dei momenti di pausa di chi è nel vivo di un lavoro campale quale le prove d’orchestra – qualche bottiglia, un accendino -. È palesemente stanco il maestro. Forse, semplicemente è concentrato sulle prove della mattina o, più probabilmente, pensa alle prossime, imminenti. Ciononostante, mi porge cortesemente la mano e mi concede un sorriso.

Maestro, le ruberò pochissimi minuti. Innanzitutto partirei col chiederle che ricordo la lega a Claudio Abbado.

«Sarebbe come dire quale ricordo mi lega a Beethoven. Ho ricordi persino da bambino, quando lo guardavo dirigere. È difficile. È stata una persona talmente presente nella mia vita, nelle mie scelte, nelle mie idee. Il resto diventa gossip, ciò che io non sopporto, sostenere chi conosce meglio chi, una cosa che proprio Claudio mi ha insegnato a non fare: non si mette il cappello sulle cose, si impara semplicemente da qualcun altro. Questo è un ricordo che mi lega a Claudio».

Il programma di domani sera ha il perno in Pierino e il lupo

«O ha il perno nella settima di Beethoven? (ride ndr)

Hai mai notato che in musica se c’è un termine che non si usa è il termine perno? In un programma tutta la musica è di eguale importanza. Beethoven diceva che la musica è “sopra ogni filosofia e saggezza”. Non c’è mai un brano meno importante di un altro. Perché il brano d’apertura equivale al presentarsi; se c’è un brano solistico, come in questo caso in cui si tratta di una favola con l’attore solista, è importante perché mostra le capacità anche del singolo; etc.

E quindi qual è il perno? È l’entrata o è l’uscita?»

In ogni caso, fosse soltanto per il minutaggio…

«Sì, il Pierino e il lupo rientra in un programma dedicato a Claudio, immaginato come se l’avesse pensato lui. È come ci avesse lanciato la sfida di pensare che lui stesso sia in sala e di farlo divertire. Pierino e il lupo per Claudio era importante per tante ragioni, anche per i suoi valori politici.

È un brano sottovalutato pur essendo considerato geniale. Se ci pensi è davvero il primo brano della storia che introduce ai suoni tutti, i grandi e i piccini; e, soprattutto, non introduce soltanto alla musica, ma proprio ai suoni, alle potenzialità dei suoni. Già il solo fatto che Prokof’ev dedichi l’intera sezione degli archi a Pierino, non perché è l’eroe ma perché gli esseri umani sono i più complessi. Nella marcia finale, Pierino è impersonato dagli ottoni. Significa che è l’umanità a finire descritta da un’orchestra intera. Questo è eccezionale, c’è veramente il genio. In più, per quanto paradossale, è un genio mozartiano, apparentemente semplice».

In Prokof’ev si trova a lavorare fianco a fianco con un grande attore, Silvio Orlando. Per lei il paesaggio della recitazione, con le sue particolari esigenze e nella sua duplice ambientazione di teatro e di cinema, non è certo sconosciuto, avendo numerosissime composizioni del suo catalogo dedicate a entrambi i mondi. Tuttavia un lavoro a stretto contatto come può essere quello sul Pierino è certamente più sincero, umano, imprevedibile. Tanto più che assieme, lei e Orlando, formate una coppia davvero singolare. Come è stato lavorare assieme?

«Per me è anche peggio: è la responsabilità di collaudare il sogno con un amico. Non tutti lo sanno, ma io e Silvio siamo amici da così tanti anni da aver vissuto persino insieme: Silvio mi ha lasciato la sua casa in un momento di grande difficoltà della mia vita. E pensare di ricambiare in qualche modo… Claudio diceva “ogni volta che ti senti generoso in realtà stai ricevendo più di quello che fai”. Un nostro sogno era fare quello che adesso ci stiamo trovando a fare: io il direttore d’orchestra e lui l’attore, nello stesso momento. Sta succedendo. È difficilissimo perché ovviamente io nei suoi confronti ho un senso di protezione. Già ce l’ho nei confronti di chiunque…dei piccioni che incontro nelle piazze! Immagina quindi per me che sfida sia. Vorrei proteggerlo e farlo divertire il più possibile. In questo Pierino e il lupo ci aiuta. Gliel’ho detto oggi: “ti dico quello che dico sempre ai musicisti: fidati sempre della musica, ha sempre più ragione di noi esseri umani”».

Pierino e il lupo, scritta nel 1936, nasce in un periodo già di critiche zdanoviane e in cui diveniva sempre più chiaro in Unione Sovietica il clima di censura rispetto all’espressione artistica e nello specifico musicale. La trama anche sembra, tramite la morale del nonno o la presenza del particolare della staccionata di casa, lasciare l’indizio di una riflessione sull’opportunità delle limitazioni, salvo poi rinnegarla col finale. Secondo lei nell’arte esistono limiti opportuni?

«No, non esistono ed esiste un non limite alla disciplina e alla responsabilità. Anzi, più mettiamo dei limiti come quelli del non sapere, o del sostenere di sapere già tutto, più l’arte è destinata a svanire e divenire inutile. Diventa per quella brutta parola, pur di etimo bellissimo, che è “élite”. Le “élite” portano purtroppo ai totalitarismi, di fatto.

È molto curioso. In quel momento Prokof’ev abbraccia il comunismo. C’è a questo proposito una storia che forse non tutti sanno sul vero titolo della favola che, in realtà, era Pierino il pioniere, dove pioniere stava per sorta di boyscout del partito comunista; un’altra curiosità è che provarono ad associare alla musica di Prokof’ev una drammaturga che entrasse di più nella metafora comunista. Ma egli la rifiutò, perché, io credo, voleva che la trama – la quale sembra una favola di sempre – parlasse di Russia e non tanto di Unione sovietica, la Russia dalle tradizioni popolari, della cultura contadina immensa, millenaria e da cui già il filone nobile della musica nazionale aveva preso spunto.

Quindi, va bene la staccionata, ma Pierino, che dovrebbe essere la metafora del comunista, il cancello lo vuole lasciare aperto… eppure il comunismo ha fatto dei muri. Ancora una volta testimonia la visione della musica, la capacità della musica di andare oltre e purificare anche i sentimenti peggiori dell’essere umano: la rabbia in musica diventa energia, tristezza e dolore diventano qualcosa di cui persino goderne un po’ con noi stessi».

Da compositore, magari negli anni di apprendistato e di studio in accademia, si è mai chiesto cosa identifichi la vera arte?

«L’arte esiste a prescindere da noi. Sì, c’è una verità, sta nella parola stessa: l’ars e la téchne, l’una c’è e l’altra va coltivata ogni giorno».

Quanto tempo abbiamo? (dal piano di sotto ci giunge sempre più evidente il rumoreggiare dell’orchestra al gran completo).

«Due minuti!»

Allora mi avvio alla conclusione. Il pubblico ha sempre ragione?

«Le persone hanno ragione nel momento in cui le fai partecipare. Il peggior difetto della musica classica è che vuole sostenere di avere un pubblico che ne sa più di un altro. E questa è una delle più grandi sconfitte, è un tornare indietro agli editti Colloredo, al nazismo. Il pubblico va certamente aiutato, tenendo presente che siamo persone e siamo sempre in grado di crescere. Combatto da sempre chi si spaccia per musicista classico e non lo è – è inutile che faccia nomi – però amo le persone che ascoltano per la prima volta Tchaikovsky e dicono sia la cosa più bella che abbiano mai sentito».

Il caratteristico suono della accordatura mi dichiara con evidenza la fine del tempo a mia disposizione. Peccato, avrei voluto ancora far affiorare tanti temi ed entrare nel vivo della conversazione: il senso dello scrivere musica oggi, il rapporto con una popolarità così mediatica e trasversale, i motivi di questa, magari anche qualche affondo più “cattivello” su certe polemiche che lo vedono costantemente protagonista. Gli faccio notare il mio rammarico.

«Magari si riesce a continuare in una pausa. Ad ogni modo, fermati un poco, merita!».

Conversazione del 19 gennaio 2019

Diego Tripodi