Conversazione con Massimo Simonini

Nel nostro tentativo di disegnare una mappa dei luoghi musicali di Bologna abbiamo parlato con Massimo Simonini, direttore artistico di AngelicA.

Nato nel 1991 come festival internazionale di musica grazie a Simonini e a Mario Zanzani, nel 2011 AngelicA diventa vero e proprio centro di ricerca musicale con sede presso il teatro San Leonardo, offrendo alla città una programmazione più costante e diverse altre iniziative, quali il Piccolo Coro Angelico e le proiezioni di Voci dall’Aldilà.

Ciao Massimo. Per cominciare, vuoi darci qualche informazione di base per chi si approccia a voi per la prima volta?

Ciao! Allora, AngelicA è nato nel 1991 come festival internazionale di musica. Non l’abbiamo chiamato di nuova musica o di musica d’avanguardia o di musica jazz perché, da ascoltatore, ho sempre inteso la musica come qualcuno che ascolta tante cose e che fa un percorso attraverso queste cose, a seconda di dove si trova, chi è Certamente l’indirizzo è sempre stato un indirizzo di ricerca, di musiche che quando si sono in qualche modo presentate risultavano più ibride che appartenenti a un genere o a un altro.

In questo c’è una volontà di cercare di superare determinate convenzioni: quando AngelicA è nata c’era il festival jazz che aveva il sassofono, c’era il festival di musica classica che aveva il violino… Noi il primo anno avevamo un vetro rotto azzurrato. Non un’immagine violenta di una vetrina rotta ma una crepa in un vetro, perché in qualche modo AngelicA ha rappresentato anche una rottura rispetto a quello che succedeva. E ti dirò che agli inizi le persone che forse avrebbero potuto comprendere di più AngelicA ed esserci più vicine si sono percepite come più distanti, quindi vuol dire che anche lì stavamo provocando qualcosa – non provocando qualcosa come “provocazione”, ma causando…

Quindi AngelicA, direi molto più di altri soggetti, si è da subito posta come realtà che – pur volendo mantenere un’identità abbastanza specifica – ha voluto mettersi in relazione con tutto quello che accade a Bologna, anche come luoghi: abbiamo sfilato per la città con Alvin Curran; con Giovanna Marini e il Coro Arcanto abbiamo fatto un concerto al cimitero di Bologna, alla Certosa… Abbiamo attraversato tutti i luoghi, dal teatro ai centri sociali ai luoghi occupati, e questo con tutte le difficoltà del caso, perché è anche interessante andare al Comunale e vedere che ci sono certe chiusure, andare al teatro occupato e vedere che ce ne sono altre…

Quello di AngelicA è sempre stato un atteggiamento di apertura nei confronti di tutte queste diversità.

Riguardo a Giovanna Marini, personalmente sono rimasto colpito dal vostro recente laboratorio: avendo visto altre cose di AngelicA non mi aspettavo che il canto popolare fosse un vostro ambito.

Il primo concerto che aprì AngelicA nel 1991 fu di due cantanti eschimesi inuit che facevano giochi di gola, come chiamano loro il canto difonico. Il festival fu dedicato alla vocalità, con sottotitolo: La lingua mi cercava le parole, da Lamento per la morte di Pasolini il cui testo è di Giovanna Marini, che venne con il suo quartetto vocale.

La musica popolare, come la musica etnica, porta con sé qualcosa d’importante, che va visto, ascoltato, capito, interpretato. E Giovanna Marini a 80 anni viene e fa un laboratorio a cui si sono iscritte quasi 60 persone, fa un suo solo, chiama questo pezzo Una ballata per Bologna.

Che piaccia o non piaccia non importa, è comunque Giovanna Marini, è un evento rilevante.

E un’altra cosa che dico negli ultimi tempi è che ogni mondo non basta più a sé stesso. Questo riguarda anche la musica, anche in ambito pop c’è un gran bisogno di incontrare qualcos’altro che sporchi o che cambi le cose, altrimenti non se ne può più di determinate dinamiche… E viceversa dall’altra parte c’è bisogno di incontrare qualcuno che magari ha una certa esperienza ma ha una voce d’oro, o determinate capacità.

Tutte le sere qui in teatro entra gente e si guarda attorno perché è la prima volta che entra. Questo vuol dire che la programmazione ha una tale diversità di direzioni musicali che chiama un pubblico variegato, sempre nuovo, e questa è una grande cosa.

Poi chiaro, al di là della miscela e diversità che ormai contraddistingue AngelicA, è anche giusto essere caratterizzati: non è neanche giusto che tutti ci mettiamo a fare – che so – Mozart.
In quell’ambito Bologna Festival, ma anche Musica Insieme, fanno delle cose di un certo prestigio, con grandi interpreti, non credo debba farlo AngelicA.

Riguardo a ciò che voi proponete, qual è il pensiero dietro la vostra programmazione annuale?

L’idea è che ci sia maggio come momento culminante di una stagione che parte a ottobre e finisce ad aprile dell’anno successivo. Il resto della stagione deve avere una forte impronta di musicisti italiani, un’agilità di programmazione – vuol dire che gente che normalmente trova poco spazio o in spazi che non sono attrezzati, qui si trova in un posto con delle ottime possibilità e con un grande impianto tecnico (tutto pagato da noi in scomodissime rate fino al 2020).

Quindi: una stagione agile, con alcuni musicisti stranieri ma soprattutto italiana, molti curatori (come al festival da qualche anno) che sono musicologi, che sono musicisti che a volte presentano una cosa loro, altre volte presentano cose di altri, è tutto abbastanza variegato e nasce molto dalle combinazioni in corso.

E poi – io lo dico dal 1991 – dev’esserci un equilibrio: ci dev’essere il nome conosciuto ma anche quello sconosciuto, nello stesso calendario, che l’uno aiuta l’altro!

È importante: durante la stagione abbiamo visto che chiunque fosse il pianista, qualunque repertorio eseguisse, io non so il perché ma c’è meno gente… Ma se siamo in 20/30 con il pianista, io allora decido di non farlo più il pianista? Faccio solo musica elettronica perché – forse – va ancora un po’ meglio rispetto ad altre cose? Non mi sembra giusto: la città ha un centro di ricerca musicale che vuole rispondere a determinate necessità ed esigenze, io devo trovare lo spazio per il pianista. Saremo in 20, saremo in 30, ma io devo fare le cose sconosciute, ho il dovere di farle, in particolare se sono cose che hanno una certa bellezza!

Poi certo è un peccato, ma non vuole dire il concerto meriti di meno. Ricordo ad esempio che vidi Fred Frith e Tom Cora in un tour organizzato dall’allora Radio Città 103 (Radio Città del Capo): eravamo 6, 7 persone in un cinema ma han fatto un concerto spaventoso. Non so se hai presente gli Skeleton Crew: avevano mezza batteria a testa, il basso e uno il violoncello, suonavano come one man band e tutti i pezzi erano costruiti in questo modo. Per un ragazzo una scoperta che dici “ma che bellezza, si può fare anche questo!”

Queste sono cose che danno speranza, chissenefrega se eravamo in 7 o in 8, è la città che ha perso qualcosa di importante.

Ecco, proprio del vostro rapporto con la città vorrei parlare.

Dall’inizio del 2000 a oggi Bologna ha una grande offerta ma c’è grande dispersione. IIl mio amico Veniero Rizzardi – che è uno degli organizzatori del Centro d’arte di Padova – mi diceva vent’anni fa: “ma come fate voi ad AngelicA ad avere tanto pubblico che da noi a Padova non viene nessuno?”. Oggi noi facciamo Musica Elettronica Viva e abbiamo 100 persone, lui ne ha 300… Stesso gruppo eh: Rzewski, Teitelbaum, Curran hanno suonato qua e poi sono andati a Padova.

È un’altra Bologna.

Pensi sia proprio cambiato il pubblico bolognese in questi 28 anni?

La città ha i suoi cicli e deve stare attenta a non dimenticare i tesori che possiede, perché quando vedo che tutti sparano su tutti io dico “attenzione, critichiamo Bologna ma non dimentichiamoci che in Italia è un’isola per le offerte che ha, per le realtà e la diversità che ha”.

Personalmente mi sembra ci sia come una trasformazione per la quale la musica e generi musicali sono più evoluti ma sono più divisi di quanto non lo fossero precedentemente. Cioè per esempio adesso va bene che il jazz abbia dentro anche un po’ di elettronica, però dopo c’è il rock e allora no, quelli del rock no… Faccio per dire…

Poi non so bene come questa cosa venga interpretata da altri. Ad esempio il Comunale, d’estate sulla Terrazza fa di tutto, e ormai anche in stagione tende a mettere eventi diversi.

Però poi qui in teatro viene Enzo Porta che fa la Lontananza Nostalgica Utopica Futura di Luigi Nono. Enzo Porta meravigliato perché ha la sala piena (saranno state 150 persone) dice “io non ho mai avuto tanto pubblico suonando questo pezzo in vita mia”, e avrà 75 anni.

Dopo c’era Jon Rose, violino, stesso strumento ma “aumentato” con l’elettronica, io ho visto gente che nella seconda parte andava via, o che è entrata nella seconda… Cioè anziché dire “vedo Jon Rose che fa un’improvvisazione, prima c’è Enzo Porta che fa un pezzo di Luigi Nono, li metto in relazione…”

Però se nella stessa sera – e paghi uguale – hai un doppio concerto, perché non ti fermi fino alla fine? Sarebbe come se un’orchestra suonasse un pezzo di Morton Feldman e dopo un pezzo di Stravinsky e tu dici “eh Stravinsky va bene, a Morton Feldman vado fuori..”. Ma non è assurdo? È anche poco rispettoso. Questa divisione dal 2000 in poi si è accentuata.

E per quanto riguarda l’amministrazione locale e le altre istituzioni? Qual è il vostro rapporto? Ho anche visto che fate parte del progetto europeo Rock, e lo stesso Teatro San Leonardo significa prendere attivamente parte alla vita di uno spazio della città.
Non si tratta solo di proporre cultura ma anche di impegnarsi molto concretamente nella vita cittadina. In un qualche modo AngelicA è Bologna, materialmente, è in Bologna.

Cosa significa questo per voi?

Il festival è Bologna ma non solo, ha comunque uno spiccato carattere internazionale. Poi bisogna considerare che questo spazio è un luogo anche istituzionale della musica – io voglio vederlo così perché rappresenta il Comune di Bologna, è della cultura questo luogo.

Quindi io voglio dare un certo tipo di messaggio e contemporaneamente cercare, se possibile, la bellezza nelle cose. Per questo ci poniamo anche con una sorta di serietà.

Questo piace poco, non va per niente di moda, anzi… Il fatto probabilmente di – insieme a delle cose anche un po’ folli – voler dare un carattere istituzionale al luogo mette in soggezione, me l’hanno già detto.

Però io voglio dire: tu entri, c’è una bella cosa, una bella luce (almeno per me), ci sono delle registrazioni di uccellini, un suono di un ruggito di leone e un nitrito di un cavallo… Poi facciamo dei dischi che sono da matti (i Dischi di AngelicA), al di là di Terry Riley, di Roscoe Mitchell

Quindi sì, anche se abbiamo un carattere “istituzionale” poi facciamo anche queste cose che per certa gente è roba da matti, inaccostabile… Bisognerebbe saper valutare questa cosa, cogliere un messaggio che da un lato qui non si scherza, non facciamo i cretini, non entra chi vuole a caso disturbando il pubblico e il musicista, ma dall’altro non è una cosa che trovi in tutti posti, non è “oddio che serietà”! Ci sono anche gli uccellini! C’è il pesce uovo che è il simbolo del centro, c’è uno studio – nel senso di cura – che vogliamo dare. Poi certo anche AngelicA fa tanti errori.

Però è chiaro che è importante avere un centro di ricerca musicale. Noi siamo arrivati con un’idea non presente, con una concezione di cose che io vedevo all’estero ma che qui non c’era e abbiamo partecipato a questo bando, anche se per noi ha voluto dire molto lavoro in più, senza soldi in più, riducendo per forza di cose il budget del festival. In un altro paese ci avrebbero detto “beh, il festival aveva 100, adesso hai il teatro da gestire e la stagione, avrai minimo 200”.
Il ministero avrebbe dovuto interessarsi e partecipare. Io capisco che ci siano dei problemi di economia, del fatto che ci sono molte cose che hanno bisogno, ma io spero sempre ci sia la consapevolezza di cercare un equilibrio fra queste realtà.

Sicuramente dobbiamo ringraziare Bologna, la Regione, le realtà che continuano a sostenerci malgrado l’aria generale vada in un’altra direzione. Però ci vorrebbe un impegno maggiore da parte di tutti verso qualcos’altro, e invece si sputa su tutto e poi tutto dev’essere pieno. Ma questa è decadenza, e allora ci vorrebbe più forza da parte degli studenti dell’università e del conservatorio, di chi ama la musica, per difendere questi principi.

Qual è il vostro rapporto con il conservatorio?

Innanzitutto abbiamo cercato di agevolarlo: i biglietti della stagione che costerebbero 7 € per gli studenti del conservatorio sono scontati a 2 €. Nonostante questo gli studenti che vengono sono comunque pochi, vengono se c’è la cosa di cui fanno parte anche loro, altrimenti di rado. Questo per quanto mi riguarda vuol dire che siamo abbastanza indietro come lavoro sulla città e l’interesse musicale… Capisco che chi fa musica diverse ore al giorno la sera non abbia necessariamente voglia di andare a vedere un concerto, però se uno volesse essere aggiornato su quello che accade in Italia e nel mondo di musica concepita a 360 gradi, al di là anche dei gusti personali, penso che uno dovrebbe venire ad AngelicA.

Qualche volta faccio questo esempio, perché ci siamo trovati con tante collaborazioni col conservatorio: siamo venuti al conservatorio con Christian Wolff, abbiamo provato a fare gli incontri ascolti… Ora se tu sei un docente, all’incontro con Christian Wolff, che ti piaccia o che non ti piaccia, che insegni composizione, che insegni pianoforte, che insegni storia della musica, quello che vuoi… Morton Feldman gli ha dedicato un pezzo importante, For Christian Wolff… Non ti piace? Ma è un John Cage vivente, cioè fa parte di quella generazione, non fa certo la musica di John Cage, ma è imperdibile! All’incontro però non c’era nessuno studente…

Questo per me è il segno che c’è tanto lavoro da fare da entrambe le parti, il conservatorio farà delle cose bellissime ma non è così connesso, gli studenti nemmeno, i docenti nemmeno, con gli avvenimenti che accadono. Sembra quasi non interessi la musica di oggi, quella che si fa oggi. Eravamo qui con Alvin Curran al concerto processione in via Zamboni, andiamo alla Basilica dei Servi per il concerto, pieno, con gente in piedi, bellissima giornata – al di là che ti piaccia o meno la musica ma bella, con un bello spirito. Una settimana dopo Alvin Curran ha presentato una prima assoluta con l’orchestra del Teatro Comunale, non c’era nessuno studente. Ed era un bel pezzo! Ma come mai non c’era nessuno studente? Saran stati impegnati, avranno avuto gli esami… Però da una chiesa piena a zero studenti la volta dopo con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna? Ma io dico, se fossi un docente del conservatorio e mi sentissi responsabile degli studenti che seguono i miei corsi e verso me stesso, mettiamo che non mi piacciano Christian Wolff o Alvin Curran – perché è possibile – io comunque direi: andate a sentire questa voce e mi fate una relazione. Dovete andare.

Detto questo, secondo me è giusto che il conservatorio conservi e che una realtà come AngelicA invece vada dal conservatorio e proponga iniziative innovative, perché se non lo fa AngelicA chi lo fa? E sicuramente esiste il problema di ricordare: è facile dimenticare pezzi importanti della storia, ma ci dovrebbe essere la responsabilità da parte di un docente, se conosce la musica di oggi e non sono quella di ieri, di ricordare agli studenti che c’è un festival internazionale di musica, non dovrebbe snobbarlo. Sarebbe importante ci fosse un qualcosa di più corale che andasse in una direzione che è quella dello scoprire, dell’andare a vedere, ad ascoltare e a leggere musiche diverse, frequentare un po’ tutto, non dico mica solo AngelicA. Però non perdere quella che è la contemporaneità, che non è solo il pop o X Factor. Altrimenti ci si dimentica della musica contemporanea, anche di quella “classica”.
Come mai in ogni concerto del Comunale non c’è un pezzo di un compositore vivente? Perché ad esempio il Comunale non va in conservatorio e chiede a un docente, o dopo una valutazione del direttore artistico del teatro, “ogni concerto per orchestra (o ogni due, o ogni tre) c’è un pezzo, breve, commissionato a uno studente compositore”. Ma perché no? Prova a immaginare: lo studente va lì, si vede il suo pezzo eseguito per la prima volta da una grande orchestra…

Basterebbe l’idea, “il teatro Comunale si apre ai compositori della città, ogni tre concerti un pezzo nuovo per orchestra presentato insieme a Mahler, Mozart…”.

Queste sono cose che possono aiutare lo studente tecnicamente e spiritualmente! Nel senso che tu sei lì, fai composizione, ti sembra che abbiano già composto tutto, senti qualcosa di qualcuno e dici “beh però c’è anche questa strada che è possibile, questa non la sapevo”. Perché altrimenti il rischio è che diventi tutto così scolastico, invece uno dei temi sempre molto attuali è quello dell’espressione del Sé, e ognuno è molto diverso, e ha delle espressioni nascoste che non sa neanche lui di avere, e attraverso certi percorsi ci si può aprire. In generale, se tu senti un’urgenza di costruire qualcosa, una cosa che hai in mente… Poi magari questo esiste e io non lo so, ma non si trova il tempo, non c’è nessuno che ha l’idea di dire “aspetta, metto insieme, faccio…”? Poi la gente magari direbbe “mah sono un po’ stanco”, oppure “oddio mio come scrive…”

Voi però collaborate attivamente col conservatorio, penso ad IncrociLab e al CSR ad esempio.

L’idea di costruire sempre dei nuovi ponti dev’essere fatto anche per i ragazzi. Con Walter Zanetti o con Maurizio Pisati, che sono due docenti del conservatorio, spesso andiamo a costruire dei progetti al limite dell’impossibile, allievi del conservatorio che eseguono insieme a un docente musiche che nessuno al mondo ha mai rifatto o trascritto, e lo fanno bene! Questa è una scoperta incredibile! Le facce dei musicisti, la freschezza, la forza con la quale suonano sono illuminanti, e capisci che non è così fondamentale neanche in certi pezzi – è sempre meglio suonare meglio – ma non è così fondamentale la tecnica quando subentra qualcosa di emotivo così forte che trascende anche la tecnica e trascina anche te dentro qualcosa che dici “ma che bello!”. Io non pretendo niente, ma il conservatorio oggi non può evitare la musica di oggi: avresti dovuto sentire cosa pensava dei conservatori Stockhausen: aveva delle idee che sono ancora troppo avanti e snobbate da chi non dovrebbe.

Poi attenzione, io capisco bene che c’è una scuola che va fatta, un approfondimento che va fatto, dei classici che vanno fatti! Però ecco, non lo dico solo io, lo diceva Stefano Scodanibbio, uno dei più grandi contrabbassisti al mondo, che quando si trovava a fare le prove con Stockhausen faceva fatica anche lui perché era completamente un’altra cosa. Lo studio a memoria della musica, il gesto…

Hai parlato più volte di contemporaneità, quali parole associ a “musica contemporanea”? Cos’è, secondo te, musica contemporanea oggi, da cos’è connotata?

Allora, la definizione musica contemporanea a me non è mai piaciuta, è una definizione che ho anche evitato quando ero più ribelle. L’ho sempre sentito come qualcosa di un po’ freddo e a me non comunicava una grande apertura. Io sono arrivato dopo, gradualmente, a delle cose di musica contemporanea che chiamavano musica contemporanea ma io avrei potuto chiamare in altro modo. Cioè per dire Stockhausen si è sempre distinto dalla musica contemporanea per quel che mi riguarda, io non posso dire che Stockhausen fa la stessa musica dell’ultimo Sciarrino… L’ultimo Sciarrino rientra di più in qualcosa di classico contemporaneo, Stockhausen non c’è mai rientrato.

Capisco, ma la musica che parla di adesso, del momento attuale, secondo te che caratteristiche ha?

La musica che parla del momento attuale per forza di cose deve rispondere a delle cose che accadono intorno, come dicevo prima nessun mondo basta a sé stesso, non solo in ambito di ricerca, d’avanguardia o altro. Cioè io non dico: c’è questo e devi fare questo, io dico “c’è anche questo e c’è chi lo fa bene”. C’è chi riesce a mediare bene fra una cosa che vuoi che tutti possano ascoltare ma che mantiene un qualcosa di tuo, un messaggio, qualcosa di integro in qualche modo.

Dall’altra parte una delle urgenze, se vogliamo lo è sempre stata però forse oggi è più riconoscibile, è il fatto che la musica attuale deve intrecciarsi anche con il lavoro degli altri, con la trasmissione del sapere che c’è fra le persone. Questo può essere di reciproco arricchimento, può far crescere. Magari la tua idea avrebbe bisogno di un aiuto che ti dà un altro che ti dice “guarda magari se qui ci facessi…”. Allora magari trovi una chiave per eseguirla dal vivo, che è un altro tema: chi è che ti esegue dal vivo la tua musica?

Questa è la stessa idea che applicate anche nella scelta dei curatori del festival no?

Sì. Poi a volte viene voglia di dare un indirizzo che metta insieme più cose che possono essere – nella diversità – della stessa tipologia, anche se magari non ci si riesce. Ma io ho sempre considerato il festival come una composizione di composizioni, in particolare in passato quando c’era meno densità di offerta. E queste composizioni sono il gruppo che suona, come anche la musica di un determinato compositore… E quindi cerco di fare una composizione che comprenda diverse composizioni interne, quindi apri con una cosa e chiudi con un’altra, per dire una banalità. Magari estremizzando proprio che oggi c’è questa cosa e domani potresti chiederti “ma è lo stesso festival?”, mettere in crisi anche così, accentuando questo aspetto.

Però dicevi che la risposta a tutto questo è piuttosto relativa?

Ma io capisco che orientarsi non è facile: “dove vado stasera? ah qui al bar fanno un concerto gratis..”. Però in certe situazioni uno dovrebbe avere il pieno di studenti del conservatorio, invece qualche giorno fa uno studente m’ha detto “però 7 € è un po’ troppo per una serata come stasera”. Io gli ho risposto “scusa ma quanto costa un bicchiere di vino?” “4 o 5 €”, ha replicato.

Io dico ma scusa, una serata così che c’è voluto molto tempo per metterla in piedi, in più gli studenti dell’università pagano 5 € e quelli del conservatorio pagano 2 €.. Ma come fai a dire una cosa del genere? Io capisco che tutti fanno la politica ancora di abbassare i prezzi, ma non mi puoi dire che è troppo… Possiamo fare insieme una riflessione e dire “beh guarda forse in effetti se tu facessi tutto gratuito, oppure se anziché 7 € ci fosse un 5 €, oppure 3 €, secondo me allora uno verrebbe, berrebbe un buon bicchiere di vino biodinamico, biologico”, parliamone…

Però tu non mi puoi dire che è troppo, perché una sera usciamo, andiamo a bere, vedo quanto bevi… Poi se vai per strada è pieno di merda, di bicchieri, di bottiglie appoggiate sulle macchine, pisciate dappertutto. Forse adesso meno, ma lo dico da anni, è una decadenza. E dopo mi vieni a dire “ma è troppo 7€”? Ma prima ti devi accorgere della realtà! Ma quelli chi sono, se non sono studenti per la maggior parte? E poi uno dice “Beh ma vincono certi soggetti che sono…”.

Ma vincono perché la realtà è quella, e bisogna stare attenti perché questo tesoro possiamo anche perderlo se non siamo consapevoli di quello che abbiamo.

Intervista del 18 dicembre 2018

Tobia Bandini