Conversazione con Francesco Bettini, direttore artistico del Bologna Jazz Festival

Il Bologna Jazz Festival (BJF) si è concluso il 25 novembre con l’esibizione del Koppel+Colley+Blade Collective al Bravo Caffè. Per un mese Bologna e le città limitrofe hanno respirato note provenienti da tutto il mondo: i palchi del festival bolognese, sparsi in ogni dove della città rossa e diversi per loro natura, sono stati calcati da artisti come Pat Martino, Amp Fiddler, Oded Tzur e tanti altri. Ascoltare tanta buona musica non sarebbe possibile senza lo sforzo di più persone che ogni anno si mettono in gioco e, sfidando sorte e bilanci, organizzano questa manifestazione.

Abbiamo parlato con il direttore artistico del BJF, Francesco Bettini, che cordialmente ci ha aiutati ad entrare all’interno delle dinamiche del festival e a capirne più a fondo l’anatomia.

Uno dei meriti del BJF è quello di vestire i panni dell’ambasciatore di un’idea di fratellanza, quest’ultima giunta al pubblico tramite le note dei musicisti lo scorso 28 ottobre con l’esibizione della formazione Sounds Routes capitanata da Roy Paci e Michel Godard, composta da Guglielmo Pagnozzi, Shalan Alhamwy, Diouf Peace, Alaa Zaitounah e Tarek Al Faham. Ci può parlare più approfonditamente del progetto Sound Routes?

«Comincio facendo una premessa: il Bologna Jazz Festival, oramai da 5 anni, lo si può definire un network quindi non più un festival di musica in senso classico con una semplice successione di esibizioni di artisti in un brevissimo lasso di tempo. Bologna, vuoi per il tipo di città, con la sua vitalità e rigogliosità di iniziative, vuoi per la posizione geografica, ha naturalmente inglobato per questo progetto le zone limitrofe, estendendosi a Modena, Ferrara e ad altre città, rendendo la la circuitazione di musicisti in tutta la zona un elemento fondamentale per il progetto che qui vado a descrivere. Entrando nello specifico dell’iniziativa Sound Routes possiamo dire che i confini d’azione di questo piano vanno oltre quelli della nostra regione o nazione ma inglobano alcuni stati dell’Europa. In pratica siamo entrati a far parte di un circuito europeo che fa capo alla booking agency Marmaduke (con sede a Siviglia), che unita al Bologna Jazz Festival, al Ngo “Un ponte per…” con sede a Roma, il Werkstatt der Kulture di Berlino e il De Koer in Belgio ha previsto l’organizzazione di iniziative e interventi atti a scovare musicisti migranti nei centri di accoglienza e metterli in rapporto con musicisti del posto in differenti contesti».

Come avviene tutto questo? Qui a Bologna come si è svolta questa operazione?

«Si è proceduto in un primo momento con il cercare musicisti che avessero modo e voglia di seguire il progetto: il nostro staff, capitanato da Claudia Carini, si è impegnato nella ricerca di musici all’interno dei centri di accoglienza. Trovando non poche difficoltà e constatando come i nostri centri siano visti, dalla gran parte dei migranti, solo come un transito che poi li condurrà in altri stati europei. Alcuni già li conoscevamo grazie al “Laboratorio Afrobeat” gestito da Guglielmo Pagnozzi che ha attirato musicisti prevalentemente di area africana. Mentre altri, grazie al passaparola, erano già entrati nel circuito professionale della zona.

Una volta effettuata la ricerca, come tutte le organizzazioni facenti parte del progetto, abbiamo fatto incontrare i musicisti italiani e stranieri sia in contesti laboratoriali, sia in contesti concertistici, in quest’ultimo caso i concerti avevano luogo sia in spazi pubblici sia presso le dimore e i cortili dei privati cittadini organizzando quindi degli house concerts. Inclusività prima di tutto! Per rendere possibile il progetto ci siamo appoggiati ad altri locali, eventi e manifestazioni: non avendo una sede propria dove portare in scena queste esibizioni, ci siamo dovuti rivolgere per esempio a spazi come il Binario 69 a Bologna, il Jazz Club al Torrione di Ferrara o il Locomotive Club. Oppure, come ho accennato, a manifestazioni: ad esempio a Ferrara esiste una rassegna chiamata “Interno verde”, che consiste nell’apertura da parte dei privati cittadini dei giardini delle loro dimore nel centro storico della città estense. Quest’evento è stata una grande occasione d’incontro e di scambio tra i singoli musicisti e fra quest’ultimi e il pubblico che ha goduto allo stesso tempo di buona musica e compiuto un gesto significativo contro l’intolleranza! L’obiettivo, per concludere, è quello di professionalizzare i musicisti che qui arrivano e sciogliere il terrore del “diverso”, vedendo quest’ultimo come una ricchezza e un punto di forza più che come un ostacolo».

Parliamo ora della programmazione del festival: il Bologna Jazz Festival si è contraddistinto sempre per una selezione di artisti che riesce a soddisfare tutti i gusti: un perfetto connubio fra tradizione e novità. Come descriverebbe la proposta di quest’anno?

«Quella del 2018, come dice il sottotitolo dato alla rassegna, è stato l’anno delle Big band: abbiamo avuto il piacere di ospitare il Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri Ensemble, il San Francisco Jazz Collective, la Clayton Hamilton Jazz Orchestra e altri grandi organici come quello del Conservatorio G.B. Martini esibitosi in arrangiamenti di pezzi di Herbie Hancock. Tutti, tendenzialmente, hanno portato sul palco un linguaggio tradizionale tranne la Big Band stabile del JazzClub di Ferrara diretta da David Murray.

Vorrei approfondire il concetto che sta dietro quest’ultima sua affermazione domandole: cos’è per lei la novità? Chi, in questo momento si può definire, a suo giudizio, portatore di una ventata di freschezza nella musica?

«Cos’è il nuovo? Non è un discorso facile da affrontare… possiamo partire dicendo che ci sono due scuole di pensiero principali in merito alla questione: l’una che vede il jazz oramai una tradizione circoscrivibile nel tempo con precise caratteristiche stilistiche, con personaggi come il trombettista americano Wynton Marsalis che ne sostengono il valore. Se adottiamo questo modo di vedere la musica jazz allora parlare di novità ha poco senso.

Se invece pensiamo al jazz come a un linguaggio in costante espansione, inclusivo, allora il questa musica ci sta regalando e ci può regalare ancora tanto. C’è il filone che studia e ingloba nelle composizioni le forme classiche della musica indiana creando nuovi colori musicali: penso per esempio ai lavori Vijay Iyer e quelli del chitarrista John Mclaughlin. Oppure ai lavori del sassofonista Steve Lehman (che a breve suonerà con l’Iyer Sextet a New York)… insomma tutti artisti che stanno dando qualcosa di nuovo, nuove sfumature al jazz contemporaneo.

Altra scena interessante, magari meno conosciuta, dove possiamo ascoltare elementi di novità è quella europea: personaggi come il pianista britannico Alexander Hawkins, il chitarrista danese Marc Ducret o anche, per ciò che concerne il panorama del nostro stivale, il collettivo Agus con base a Roma, o qui a Bologna, musicisti come Pasquale Mirra, Fabrizio Puglisi stanno regalando qualcosa di nuovo al mondo del jazz».

L’edizione del 2018, come le precedenti, sono anche l’edizione dei giovani, di chi sta investendo il tempo nella formazione artistica come i ragazzi del Conservatorio G.B Martini, i ragazzi del Liceo musicale Lucio Dalla, dell’Accademia delle Belle Arti e quelli dell’artistico. Li abbiamo visti e sentiti sul palco del Testoni il 20 novembre per l’evento conclusivo del laboratorio “Segnosonico” diretto da Pasquale Mirra e Stefano Ricci. Ci può parlare più approfonditamente di tale laboratorio/progetto?

«Consapevoli della coesistenza del BJF e del Festival del Fumetto “BILBOLbul”, si è pensato d’inventare e organizzare un evento che coinvolgesse entrambi gli ambiti. Così nasce il laboratorio “Segnosonico”, che come hai detto si è esibito il 20 Novembre al Testoni. Quello che però mi preme sottolineare è che il concerto finale non è che la punta dell’iceberg di un progetto con una ben più ampia visione: Stefano Ricci con i ragazzi del Liceo artistico e Pasquale Mirra con i ragazzi del Liceo musicale e del Conservatorio di Bologna hanno costruito questo progetto partendo dal concetto dell’improvvisazione. Quest’ultima vista non solo come lavoro del singolo sul proprio progetto, ma come risultato dell’interazione dell’artista con la realtà creativa che lo circonda; ecco che la musica ascoltata condiziona la direzione del tratto del singolo disegnatore che a sua volta, grazie al lavoro dei cameraman che proiettano la sua opera sul telo che separa artisti e pubblico, colpisce l’immaginario del musicista facendo fiorire l’ispirazione. Quello a cui il pubblico assiste è il portare in scena il processo creativo in sé, l’atto nudo e crudo.

Questa seconda edizione, come la prima, si è basata su una conduction: Pasquale Mirra ricopriva il ruolo di compositore e direttore dell’ensemble, guidando i musicisti nei sentieri impervi dell’improvvisazione. La differenza tra le due performance (quella del 2017 e quella del 2018) è stata (volendo fare un discorso più tecnico) nella quantità di materiale musicale preparato dal direttore: la prima edizione infatti, vuoi per la novità dell’esperienza, vuoi per il tipo di conduction che si è tentato di portare in scena, non è stata di facile fruizione. Forti di questa prima esperienza non abbiamo abbandonato l’idea e lo abbiamo riproposto con qualche modifica quale per esempio un più folto materiale musicale messo a disposizione dei musicisti: il risultato è stato più coinvolgente da entrambi i lati e noi ne siamo contenti.

Per ciò che concerne il futuro di questo progetto aspettiamo a parlarne. Intanto attendiamo l’uscita del giornale con gli elaborati dei ragazzi prodotti durante la performance».

Per gli anni a venire, intende continuare la collaborazione fra istituzioni artistiche? Se sì c’è nell’aria qualche cambiamento sulle modalità di collaborazione, sul prodotto da portare in scena?

«La forza del festival e la bellezza di esso sta nel mantenere più canali di comunicazione aperti. Ad esempio quest’anno abbiamo collaborato con AngelicA per la proiezione dei film “KEITH JARRETT-THE ART OF IMPROVISATION” e “THE MILES DAVIS STORY” entrambi del regista inglese Mike Dibb curato da Walter Rovere.

Oppure la collaborazione stretta con la Cineteca di Bologna curata da READING BLOOM, per la rassegna “Shirley Clarke: a jazz point of view” che ha visto proiettati tre lavori del regista statunitense: Skyscraper, Ornette: Made in America e The Connection.

Idee ce ne sono tante, tutto sta nel vedere se possiamo realizzarle e se le finanze a disposizione ce lo permettono. Sarebbe interessante poter collaborare con le scuole di danza: sparse nell’area non mancano scuole di danza contemporanea o collettivi interessanti… mi viene in mente, volendo fare un esempio, il collettivo cinetico, solida realtà affermata nel ferrarese.

Altra cosa che ci sembra molto interessante è la costruzione di laboratori di musica contemporanea con musicisti di stampo accademico che si tuffano nell’esperienza dell’improvvisazione. Un altro dei tanti progetti, che per il momento resta un’idea da strutturare, consiste nel coinvolgere i giornali locali, inserendo tra le loro pagine, qualche riga di giornalistica musicale, scritta dai neo-musicologi e critici formatisi nelle nostre università.

Sono tutte idee che per il momento restano tali… per renderle più concrete servono sicuramente più tempo e fondi».

È lodevole da parte vostra che finita un’edizione già ci si proietti verso l’orchestrazione della prossima o comunque che si pensi a cosa dar di nuovo a questa manifestazione. Grazie per le sue risposte e il suo tempo.

Grazie a voi di “Chorus

Intervista realizzata il 28 novembre 2018

Leandro Paradisi