Discomfort Dispatch: improvvisazioni in duo, un festival virale.

Conversazione con Fra Zedde

Uno spazio, un momento sinergico di incontro, speculazione e dramma.

È un coro itinerante, che però non canta mai all’unisono.

È quando vai a una serata e non sai di preciso se succederà di sentire della musica o uno scontro di particelle subnucleari.

È quando pensi di bere una birra e sentire i tuoi amici che suonano, ma alla fine non sono né i tuoi amici, né stai realmente bevendo una birra.

Tutti nemici, tutti conoscenti, tutti compagni, tutti allo stesso tavolo ma senza conoscersi, senza parlarsi, suonandosi e sudandosi addosso.

Tutto questo è Discomfort Dispatch.

Precisamente Discomfort Dispatch significa in due parole: Il dispaccio del disagio.

Ma Dispatch può stare anche per missione, o uccidere. Killing me softly with this song.

Cosa avviene realmente durante queste sedute sonore? Dove avviene e perché avviene?

Arrivato alla sua tredicesima edizione, quasi con cadenza mensile, abbiamo voluto parlarne con Fra Zedde, uno degli ideatori del progetto:

Ciao Fra, so che sei in tour come sta andando?

«Tutto bene! In realtà in questo esatto momento sono a casa dei miei a Jesi per uno stop strategico in mezzo al viaggio. Domani sarò a Roma, suono al 30 Formiche, poi altri 40 giorni a zonzo per l’Europa».

Bene, è un super viaggio! siamo contenti! Dicevamo: Discomfort Dispatch. Sai spiegarci più o meno che cosa è?

«Una piccola serie di festival che organizzo di tanto in tanto da quasi 3 anni, abbiamo fatto 13 edizioni sempre in posti diversi. In brevissimo: invito un certo numero di musicisti singoli e una volta che ho la loro disponibilità organizzo una scaletta di concerti in duo, ogni musicista suona con un altro o un’altra che non conosceva. Non si fanno prove, si improvvisa per 20 minuti.

Negli ultimi mesi alcuni di quelli che mi hanno aiutato da sempre si sono presi l’impegno di organizzare delle edizioni tutte loro, mentre io sono all’estero, senza il mio aiuto o la mia influenza. Sono molto felice che DD possa funzionare molto bene anche senza di me, mi spiace solo non esserci stato per ascoltare, spero che crescerà, si diffonderà e si moltiplicherà sempre più velocemente, proprio come fanno i virus nelle epidemie o gli zombie. Io continuo a organizzarlo di tanto in tanto, quando mi riesce».

Come è nata l’idea e quando e con chi è stato fatto il primo evento?

«Da quando mi sono trasferito a Bologna per studiare in Conservatorio nel 2016, ho cominciato a conoscere molti ragazzi della mia età che suonano musica sperimentale, improvvisata, noise e ambient, sia dentro al Conservatorio che fuori; nello stesso periodo ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a una dozzina di brevi tour internazionali di Multiversal, un’organizzazione no profit nata a Berlino che tra il 2015 e il 2018 ha realizzato 3 MultiDom, mastodontici tour europei della durata di 8-9 mesi che hanno coinvolto migliaia (!!!) di musicisti e artisti performativi legati al DIY, all’improvvisazione, al noise (e ogni genere di difficile ascolto) provenienti da tutto il mondo. Nella prima fase del festival gli organizzatori furono Utku Tavil, Ania Tedesko, Dario Fariello e Paolo Gaiba Riva.

Per un certo periodo sono stato invitato a partecipare in continuazione e tra un esame in Conservatorio e l’altro prendevo un aereo e me ne andavo a suonare in qualche paese mai visitato prima. Forse fu più la curiosità di conoscere e ascoltare tutti gli altri artisti che la spinta a volersi esibire spesso a farmi rimanere affezionato a Multiversal per così tanto tempo, al punto che durante il 3° MultiDom organizzai alcuni concerti del tour nella città in cui sono nato, Jesi in provincia di Ancona, la prima tappa fu la mia sala prove.

Il più delle volte in ogni serata del Multiversal c’erano dagli 8 ai 20 concerti di 20 minuti, a volte solisti, a volte band, molto spesso formazioni di più elementi scelti dagli organizzatori che improvvisavano insieme, in molti casi senza conoscersi precedentemente tra loro di persona. Queste esperienze mi diedero una nuova idea della musica underground attuale, mi rendo conto che prima di Multiversal la mia visione era limitata, legata soprattutto al conservatorio e al punk.

Fu così che nell’inverno del 2017 decisi di invitare una ventina di musicisti di Bologna a suonare in duo dentro la mia cameretta di 8 metri quadri, ognuno a improvvisare per 20 minuti con un altro o un’altra con cui non aveva mai collaborato prima. Il mio compagno di stanza di allora (Luigi Monteanni) mi persuase a farne un evento vero, magari in un posto in cui non c’era il suo letto, io ne parlai con alcuni ragazzi del collettivo CHMOD che furono felici di ospitare questa cosa nel loro atelier che allora si trovava in Via del Pratello. Mi pare che fosse il 16 marzo 2017, l’evento fu un successone, la stanza poteva contenere neanche la metà di quelli che avevano pagato l’ingresso, questa cosa non se la spiega nessuno ancora. Qua c’è ancora l’evento, guarda: https://www.facebook.com/events/1882741838610409/».

Sì mi ricordo bene! Sia dei concerti nel tuo piccolo salotto, sia di quel primo Discomfort in cantina! Mi ricordo anche la sensazione di totale spaesamento, ma ti dirò, ricordo anche che provai un grande conforto nel vedere tanta partecipazione e tanto slancio verso una musica completamente assente, verso una maniera di fare musica in flusso e in divenire.

Suoni spesso durante l’evento?

«Se ci sono, suono. Lo faccio per varie ragioni; la prima è che ne approfitto per fare un duo con qualcuno con cui mi piacerebbe suonare, è l’occasione giusta e non costa nulla. Inoltre sono un nome in più sulla lista e non costo niente, già che devo esserci per fare da fonico o stage manager, tanto vale che suoni».

Cosa ti aspettavi quando è stato creato?

«Mi aspettavo una gag, una pazzia, una robetta da fare sapendo già che sarebbe fallita, solo per farsi due risate. Si capisce che l’improvvisazione radicale fatta in questo modo è molto rischiosa, anche due ottimi musicisti che non si conoscono fra loro possono non essere pronti a suonare insieme e fare un concerto orribile, per qualche ragione misteriosa a DD succede veramente di rado. Dopo la prima edizione ho cominciato a pensare che non fosse del tutto assurdo e l’entusiasmo di tutti quelli che c’erano mi ha fatto venir voglia di rifarlo sempre più grande, sempre meglio».

È cambiato qualcosa?

«Sì, sono cambiate tantissime cose ma i punti fermi più importanti sono sempre quelli, molti ragazzi mi chiedono di essere invitati e quando succede dicono di essersi divertiti da matti, le serate hanno sempre lo stesso spirito della prima volta, fosse per me ne organizzerei uno al giorno».

Pensi che Bologna sia più adatta di altre città per accogliere il Discomfort?

«Non ne ho idea! Ho provato quasi solo Bologna! Sono abbastanza convinto che il format possa funzionare ovunque lo si porti ma ovviamente la partecipazione e l’entusiasmo che ci sono a Bologna per questi eventi sono la conseguenza dell’essere immersi in una piccola scena, una cassa di risonanza sociale attorno a noi che organizziamo e partecipiamo. La massa di suonatori di noise, sperimentale, impro, free jazz e elettronica che abitano a Bologna non è gigante ma si aggrega e si coagula attorno agli eventi che li coinvolgono più attivamente. Tutti quelli che abitavano a Bologna negli anni ‘90 e 2000 si spaccano la bocca a ripetere che prima era fichissimo adesso fa schifo, fortunatamente a noi non ce ne può fregare gran che perché siamo arrivati ora e ce la becchiamo così com’è».

Parlando di musica, si può intendere il Discomfort come un momento in cui si suona generi diversi? o come un vero e proprio genere, o meglio come un momento in cui non importa se succede che si suona anche della musica?

«Certo, una cosa che mi piace molto del DD è che non c’è separazione stagna fra i generi, anzi più contaminazione c’è, più mi piace, quando propongo le coppie adoro associare dei personaggi che hanno dei linguaggi molto diversi, mi incuriosisce da matti scoprire come se la cavano poi.

Ti riferisci allo slogan “no music, no party, no rockstars” dico bene? “no music” è ovviamente una provocazione, ti vuole suggerire che ci stiamo tutti sforzando di fare qualcosa che è diverso e nuovo rispetto a quello che finora hai considerato musica, certi modi di suonare hanno un obiettivo dichiarato: estendere i confini della definizione di musica, ma nessuno lo capirà (perché essere pessimisti è molto più figo, no?) quindi potete dire che semplicemente non facciamo musica, ci intratteniamo col suono in maniera alternativa… così va meglio?»

Ecco la domandona, che idea di musica vuole portare avanti questo format?

«Ecco la rispostona: nessuna idea, ti ho già detto che non facciamo musica no? (ora la pianto)

Non è tanto “un’idea di musica” quanto “un’idea di fare musica”, alla fine di un evento, non mi soddisfa soltanto la qualità di quello che ho ascoltato ma anche l’approccio che i musicisti hanno avuto sotto e sopra il palco.

Mi auguro che Discomfort Dispatch sia stato e sarà sempre di più un contributo nel diffondere un modo di comportarsi, di organizzarsi, di scambiare e condividere piuttosto che soltanto un modo di suonare. Cosa si suona è interessante e ci saranno sempre eserciti di musicisti interessanti, ma vorrei tanto che i musicisti del futuro fossero meno stronzi, quindi perdo il mio tempo senza guadagnare denaro nel coinvolgere quelli del presente in qualcosa che ci permetta di esercitarci nell’organizzare senza gerarchie, ascoltare e farsi sentire, rispettare chi ti suona a fianco, fare nuove conoscenze, socializzare e aggregarci per fare cose più grosse e più belle».

Su questo punto sono d’accordo con te alla grande. Ecco la missione degli squattrinati musicisti dell’oggi, che penso sia stata anche voluta da quelli di ieri: sbattersi per continuare a costruire non solo una musica migliore, ma uno spazio condiviso, una democrazia sonora, una comunità attiva sia nell’azione del suonare, sia soprattutto nel rispetto degli altri e del contesto in cui si è immersi, attraverso l’ascolto. È una visione tra politica ed ecologia.

E poi c’è l’improvvisazione. Per quanto mi riguarda, da musicista e studentessa come sei stato tu in Conservatorio, il Discomfort funziona davvero molto bene proprio perché, a differenza di altri contesti come le jam session o le improvvisazioni jazz, prima di tutto ci sono delle regole pre sonore prima ancora di un linguaggio condiviso, come nel caso della conduction. Il fatto di non conoscersi musicalmente porta dei vantaggi sia a livello comunicativo, espressivo che comunitario in senso più largo. Si può quindi parlare di una scena musicale nuova che si crea ogni volta che avviene un Discomfort.

Come questo evento interagisce anche con il tessuto e il substrato musicale esistente in città?

«Non me ne sono fatto un’idea molto chiara, di sicuro so di molte persone che hanno cominciato a improvvisare o si sono interessate più seriamente alla cosa a causa del DD. Io stesso ho imparato molto sull’improvvisazione suonando a DD e soprattutto osservando l’esito dei miei esperimenti di accoppiamento. So anche che il DD ha avuto influenza su alcuni altri festival e eventi in città, (tipo al dipartimento di Musica Elettronica del Conservatorio hanno cominciato a fare un sacco di impro perché la dentro sono tutti fellas del DD, ma non lo dite troppo sennò sembra che ce la tiriamo).

In termini di popolarità dei nostri generi e dei musicisti che gravitano intorno a DD spero che i miei sforzi abbiano portato un po’ di acqua al nostro mulino generando almeno un po’ di attenzione e curiosità nelle persone».

Come tutto questo entra in contatto con la musica elettronica, nelle forme, nei gesti e nelle sonorità? Si può parlare di scena della musica elettronica bolognese?

«Credo di si, a Bologna ci sono vagonate di musica elettronica ma di sicuro la scena la conosci meglio tu! La musica elettronica sperimentale improvvisata è un sottoinsieme microscopico di tutto quello che succede. Il legame fra DD e musica elettronica non è per niente voluto, ho coinvolto ogni tipo di musicista, indipendentemente dallo strumento che suona, il fatto che statisticamente ci sia molta più gente disposta a venire a suonare con un laptop piuttosto che con un contrabbasso o una batteria o un organo a canne è un altro mistero».

A questo ti rispondo dicendoti che probabilmente è anche una questione di praticità: a DD è bene essere pronti a tutto, non tirarsela, trovare quindi la maniera più semplice e più efficace di interagire sonoramente (suonare?) con il proprio compagno di disavventura, la più semplice nel setting ma non la meno complessa.

La musica elettronica vede in Bologna un campo aperto sia per la sperimentazione, sia per il consolidamento di alcune aree performative, non senza che queste abbiano delle mescolanze le une con le altre. Parlare di musica elettronica in città è complesso, quanto sono complesse le dinamiche che albergano in generale questo ambiente musicale, per le sfaccettature del suono stesso e per la questione sempre aperta tra musica e altri tipi di arte multimediale. In generale si può anticipare qualcosa dicendo che esistono delle persone, prima di tutto, ed esistono dei luoghi dove queste persone decidono di ritrovarsi per creare qualcosa che ha un che’ di movimento culturale e musicale forte.

Se questo sia una prerogativa solo della musica o solo della musica elettronica in particolare, aspetterei a dirlo. Sicuramente è un aspetto importante di una comunità che studia, suona, interagisce con gli altri musicisti, non musicisti, pubblico e momenti e luoghi di ascolto. Questa interazione entra a sua volta in contatto con il passato e si proietta verso il futuro generando nuove esperienze musicali e producendo un prolificarsi di musiche elettroniche. Sicuramente intanto avete avuto un assaggio di una forma espressiva particolare che arricchisce il panorama musicale bolognese in generale, non senza sforzi e non senza la voglia di rappresentare la lotta, la volontà di scolpire la superficie di ghiaccio a picconate potentissime che è quella in un certo senso dell’underground.

Ultima domanda: come si fa a partecipare e come si decide di ampliare le fila dei dissennatori della non musica?

«Per chiunque sia interessato a suonare in una serata di DD ho 2 consigli: il primo poco efficace il secondo super efficace.

A – Scrivimi una mail a fzedde@hotmail.it o su facebook se siamo amici, devo sapere da dove vieni e che strumento suoni. Magari anche un link a una traccia/video? Se tutto va bene entro qualche mese ti invitiamo.

B – Invita dei musicisti a casa, togli dalle palle il tavolo della cucina, fate un festival.

Funziona ugualmente se qualcuno te lo fa fare nel suo locale/squat/teatro/atelier/museo/cantina/cesso».

Grazie Fra, buona continuazione del tour!

«Grazie a te.

A presto!»

Per questa prima edizione del nostro blog direi di non mettere altre patate a bollire, la miccia è stata accesa, la palla lanciata, aspettiamo solo di raccogliere altre idee e andare più a fondo o ancora più sotto nelle prossime uscite!

Giada Turini